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Il caso

Ponte della Navetta finito, ma l'apertura resta un miraggio

di Gian Luca Zurlini -

07 febbraio 2021, 05:01

Ponte della Navetta finito, ma l'apertura resta un miraggio

In apparenza pronto per l'uso da mesi, luccicante e ben visibile, ma in realtà chiuso e inaccessibile nel silenzio di tutte le istituzioni cittadine. È la sorte che sta subendo il «nuovo» ponte della Navetta, destinato a sostituire quello antico crollato il 13 ottobre del 2014 sotto la violenza dell'ondata di piena del Baganza che inondò di fango i quartieri Montanara e Molinetto.

Da allora sono trascorsi 2308 giorni, pari a 76 mesi o sei anni e 3 mesi, ma la «ferita» di quel crollo non è ancora stata richiusa, a differenza di tutte le altre aperte da quella tremenda alluvione. E, in questi giorni in cui si parla ovunque dei 200 e passa miliardi del «Recovery plan» che andrebbero spesi dall'Italia entro 6 anni dalla loro erogazione, questa vicenda rappresenta bene la triste realtà della storia della realizzazione di molte opere pubbliche del nostro Paese, «disperse» senza ragioni apparenti all'interno della melassa della burocrazia.

UNA STORIA «ESEMPLARE»

Già, perché nella vicenda del nuovo ponte della Navetta non ci sono stati ritardi clamorosi, fallimenti di imprese, inchieste giudiziarie per tangenti, né tantomeno blocchi o sequestri del cantiere o ritrovamenti archeologici a fermare a tempo indeterminato i lavori. Il problema e lo scandalo sono tutti qui: nel fatto che le procedure di legge sono state tutte rispettate, i lavori sono stati eseguiti con qualche ritardo fisiologico ma senza stop: e tutto è avvenuto seguendo le procedure ordinarie. Le stesse procedure che oggi, pare a causa di una firma mancante sul documento finale di «via libera» all'opera vedono un ponte ciclopedonale o al massimo destinato al passaggio degli scooter, chiuso e inaccessibile nonostante i lavori siano finiti da mesi e nonostate che si sia scomodato addirittura il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli nel giorno del «varo» della campata lunga 72 metri, avvenuto il 19 ottobre del 2019. Una cerimonia festosa, in un giorno di caldo sole autunnale, che sembrava preludere nel giro di pochi mesi all'apertura al transito del nuovo ponte. Invece, da allora, c'è stata la conclusione dei lavori seguita dalle prove di carico eseguite nello scorso mese di luglio. Poi, più nulla con un silenzio assordante seguito, almeno in via ufficiale, anche alla lettera inviata dal sindaco Federico Pizzarotti e dall'assessore ai Lavori pubblici Michele Alinovi, al ministro, alla Regione e all'istituzione responsabile dell'intervento, il provveditorato alle Opere pubbliche per Emilia e Lombardia. Il risultato è che il ponte è ancora chiuso al pubblico, anche se le transennature installate per impedire l'accesso mostrano il segno di qualche probabile passaggio abusivo di persone sul ponte. Ma per gli abitanti dei quartieri Montanara e Molinetto il ripristino del secolare collegamento diretto resta un miraggio.

APERTURA, UN ENIGMA

Secondo voci non confermate, sembrerebbe che qualcosa si stia sbloccando. Ma in realtà a oggi non c'è nessuna certezza sull'apertura di questo nuovo ponte che, con una campata unica di 72 metri a leggera «schiena d'asino» scavalca il Baganza senza più interferire con lo scorrimento dell'acqua. Va sottolineato che i fondi e l'appalto sono a carico del Governo, attraverso un'emanazione sul territorio del ministero delle Infrastrutture che è il provveditorato alle Opere pubbliche. Ma, dopo quel 17 ottobre 2019 nessuna notizia ufficiale è mai più stata data sul ponte della Navetta. L'apertura, programmata per fine primavera del 2020, pareva essere stata posticipata a causa del lockdown, ma poi il cantiere si è completato, ma le transenne non sono mai state tolte. Una vera e propria «storia all'italiana» in cui non si è neppure riusciti a conoscere le motivazioni per le quali il ponte non viene aperto. E, pensando che qui si parla di un'opera del costo di un milione e 700mila euro finanziati un anno dopo l'alluvione che in più di cinque anni non si è ancora riusciti a fare utilizzare dai cittadini, viene da credere che investire i 200 miliardi europei del «recovery fund» nel giro di 6 anni possa essere davvero una missione impossibile.