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Vaccinazioni domiciliari

Di casa in casa, per proteggere gli anziani più fragili

11 febbraio 2021, 05:04

Di casa in casa, per proteggere gli anziani più fragili

Luca Pelagatti

La salute, purtroppo, è un po' acciaccata. Ma la signora Marisa, 84 primavere sulle spalle, non ha perso il gusto per la battuta. «Da che parte preferisco l'iniezione? Beh, il braccio destro mi serve per mettere in bocca gli anolini. Quindi direi che è meglio sul sinistro». Per i protocolli quelli da vaccinare sono definiti anziani ultraottantenni in assistenza domiciliare; per chi vuole loro bene sono i nonnini fragili da proteggere in ogni modo. Ma loro stessi sanno di essere, semplicemente, coloro che devono fare i conti con il peso del tempo e con la minaccia di quel virus perfido. E questo, allora, spiega i sorrisi alla vista di quelle strane figure infagottate che entrano in casa con una specie di frigo. Dove sta rinchiuso il tanto atteso vaccino.

«Stiamo inoculando il farmaco Moderna», spiega il medico dell'Usca (Unità speciale di continuità assistenziale) che ieri pomeriggio ha battuto la zona di San Leonardo mentre fornisce le informazioni di rito ad una delle pazienti. La quale però, come insofferente, taglia corto: «Fatemelo e basta. Non vedevo l'ora che arrivaste». Ed è normale che sia così: molte di queste persone da tempo sono rinchiuse in casa, barricate di fronte ad un assedio feroce. Vedere qualcuno che promette uno scudo suona quasi come una magia.

«Io ho 96 anni e, ad essere sincera, sto abbastanza bene, non mi posso lamentare», sorride Luisella, cercando conferma nel viso della badante che qualche ora al giorno viene ad aiutarla. «Poi la notte resto da sola ma non è un problema, sono in gamba», aggiunge in fretta per ribadire la propria autonomia. Una indipendenza, è la speranza condivisa, che con il vaccino verrà rinforzata e aumentata. Perché adesso il vero contagio, oltre che quello del virus, è anche quello della paura.

«Da quando abbiamo iniziato le vaccinazioni non abbiamo riscontrato particolari problemi o episodi di reazioni allergiche – prosegue il medico mentre compila la documentazione e mentre l'infermiere, al suo fianco, riempie la siringa –. Purtroppo qualcuno che ne aveva diritto ha preferito rinunciare per paura. Ed è una scelta sbagliata, pericolosa». Ma di coloro che si tirano indietro ieri non c'era traccia. Tutti, indistintamente, hanno alzato la manica, offerto il braccio. E solo uno, ma forse più per il piacere della chiacchiera che per timore, si è fatto elencare i possibili effetti indesiderati. «Ma si tratta di sintomi che si possono contrastare giusto con della tachipirina», spiega il dottore conquistandosi l'ennesimo sorriso riconoscente.

Un quarto d'ora, venti minuti per paziente. Seguire una delle squadre dell'Ausl al lavoro con i vaccini vuol dire assistere a una specie di rito cadenzato e ripetuto senza soste, che prevede un po' di carte da compilare e gestire, l'iniezione e poi una breve pausa per essere certi che il paziente non abbia reazioni. E di quel tempo se ne approfitta per scambiare due parole.

«Per ora, per ripetere la prassi e gestire le diverse fasi, prevediamo di vaccinare dieci pazienti in un turno – spiega uno degli operatori che, durante ogni visita, si collega anche telefonicamente con la centrale, registrando ogni passaggio –. Ma a breve è previsto un potenziamento dell'attività vaccinale con turni sia al mattino sia al pomeriggio e diversi gruppi in azione contemporaneamente».

Un'accelerazione doverosa se si vogliono proteggere i più deboli che, già provati da altre patologie, potrebbero non reggere la spallata del Covid. «Mi gira un po' la testa», pigola una paziente nel letto dove è costretta e dove il medico, prima dell'iniezione, le prova la pressione, la spinge a parlare, la coccola. «Mia mamma è piuttosto debole», ammette la figlia che l'accudisce. E che guarda, a sua volta, con aria grata quella squadra avvolta nelle tute che porta in giro tra le case una promessa di sicurezza. Da via Trento a via Venezia, da via San Leonardo a via Ancona, la squadra dalle 14 in poi ha battuto tutto il quartiere. E ci vuole poco a capire quanto fosse attesa: sul cancello c'è persino chi ha attaccato un post-it giallo per indicare il tasto giusto da suonare con l'indicazione ben sottolineata: «Per i vaccinatori».

«Chissà cosa staranno pensando i vicini – ridacchia sotto la mascherina un altro paziente in attesa della puntura. –. Vedendovi arrivare con quelle protezioni addosso staranno immaginandosi chissà che cosa», si compiace confabulando con la moglie e pregustando, si capisce al volo, il prossimo incontro sul pianerottolo e lo sguardo curioso dei condomini.

Ma al di là della voglia di scherzare, quello che si nota è che ognuna delle persone sa bene quale sia la propria fragilità, conosce i problemi che l'età e la vita hanno lasciato in dote. Ed è evidente che per loro sapere che il Covid farà meno paura è un regalo speciale.

Un dono sotto forma di una semplice puntura («Ma come siete stati bravi. Non ho sentito nulla») che il personale dell'Ausl porta in giro con soddisfazione. «In molte di queste strade siamo venuti per fare i tamponi e anche per curare i pazienti», spiegano i medici che formano le Usca, da sempre in prima linea in questa guerra con un nemico che non si vede. «Ma c'è e si fa sentire. Io stessa sono stata contagiata dal Covid», allarga le braccia una dottoressa. Ammalata, guarita e subito di nuovo qui, tra le case degli anziani di San Leonardo. Mentre domani lo stesso rituale si ripeterà in un'altra strada e in un altro quartiere della nostra città, sempre più popolata di persone con i capelli grigi. Ma forse, finalmente, un po' meno spaventate.

 

 

Luca Pelagatti La salute, purtroppo, è un po' acciaccata. Ma la signora Marisa, 84 primavere sulle spalle, non ha perso il gusto per la battuta. «Da che parte preferisco l'iniezione? Beh, il braccio destro mi serve per mettere in bocca gli anolini....

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