Sei in Gweb+

Cultura

C'erano una volta i mangiagatti

di Giovanni Petrolini -

12 febbraio 2021, 05:04

C'erano una volta i mangiagatti

I gatti. Belli e misteriosi, carezzevoli e sornioni. Ma soprattutto divisivi. C’è chi li ama e chi li odia. L’umanità sembra spaccata in due. Per dirla con parole difficili, una parte ailurofilica e una parte ailurofobica. Ed io che amavo moltissimo il mio bianco e nero Cirlén, che mi morì lentamente affetto di una brutta rogna forse contratta durante qualche suo amorazzo sui tetti di Palazzo Tarasconi (dove abitavo da bambino), io che piansi come una vite tagliata per quel bianco gattino d’angora finito sciaguratamente schiacciato sotto la porta d’ingresso di casa nostra, come potrei dimenticare di quella sera che una mia amica, mentre chiacchierando si passeggiava tranquillamente lungo un viale cittadino, mi si strinse improvvisamente addosso terrorizzata e sconvolta dalla vista di un gatto?

È difficile parlare di questi amati e odiati felini senza schierarsi da una parte o dall’altra. Qui tenterò di farlo. Sfidando gli strali di chi vorrebbe vietarci di affrontare il tema scabroso (oggi come non mai) della ailurofagìa, ovvero del mangiare la carne di gatto.

A questi cattivi pensieri forse m’ ha indotto, per contrarium, la pubblicità televisiva dei petfood e in particolare di quegli sfiziosi bocconcini di carne preparati e confezionati proprio per loro, per i gatti, forse mai così intensa e martellante come in questi tempi infelici di clausura da Covit, che come non mai hanno avvicinato molti di noi, specialmente i più soli, ai nostri affettuosi amici a quattro zampe.

IL LÉVRI DA CÒPP
LE LEPRI DA TETTI

Quella pubblicità mi ha fatto venire in mente di quando anche nella mia cara Parma, come in molte altre civilissime città d’ Italia, c’era gente che non pensava a dar da mangiare la carne ai gatti ma che, per non morire di fame, la carne dei gatti se la mangiava. Anzi ne era ghiotta. Debitamente frollata al freddo della neve pare che fosse persino migliore di quella del coniglio, buona come quella della lepre. Di qui il nome scherzoso di lévri da còpp ‘lepri da tetti’ che i nostri vecchi parmigiani affibiarono scherzosamente ai gatti.

I MANGIAGATTI

Com’è noto però l’etichetta infamante e scherzosa di mangiagatti (in Veneto magnagati ) si è appiccicata in particolare ai Vicentini, anche grazie ad una celebre filastrocchina pubblicata tra l’altro nella Raccolta di proverbi veneti edita a Venezia nel 1879 che suona (Veneziani gran signori/ Padoani gran dotori/ Veronesi tuti mati/ Vicentini i magna i gati) .

Dopodiché gli stessi Vicentini si sono sbizzarriti ad inventare gustosi aneddoti che giustificassero questa loro nomea e al contempo evitassero di diffondere ai quattro venti la vera e trasparente ragione di quel nomignolo. Che valeva né più né meno quanto un più comune, e spregiativo, Vicentini morti di fame.

Ma in passato la povera gente che rischiava di morire di fame non era solo vicentina e il nomignolo di mangiagatti circolava anche altrove in Italia. Specialmente nell’Italia settentrionale, dove gli inverni più freddi e le abbondanti nevicate, più frequenti che altrove, favorivano quella frollatura delle carni dei gatti che pare fosse necessaria alla loro giusta preparazione in cucina. A Milano non per niente il freddo mese di gennaio era chiamato el mes di gatt ‘il mese dei gatti’ (vd. Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini).

 

LA CONSORTERIA PARMIGIANA DEI CALSOLÄR MAGNAGÀT

A Parma i locali magnagàt albergavano in particolare dedlà da l acua ‘di là dall’ acqua’, nelle povere case dell’Oltretorrente e quelli più famosi in tutta la città erano affigliati ad una sorta di consorteria, di società segreta. Non di carbonai ma di calzolai.

Perché poi in particolare i calzolai, a Parma e altrove, si fossero specializzati nella caccia ai gatti e nel consumo della loro carne, me lo sono sempre chiesto. Oso congetturare che cibàch ‘ciabattini’ e calsolär ‘calzolai’, sempre seduti com’ erano al loro posto di lavoro e sempre immobili o quasi (anche perché spesso a fare il loro mestiere erano dei poveri zoppi o sciancati) non destasse particolari timori o sospetti nei gatti che gironzolavano nei paraggi delle loro bottegucce. Al punto che non di rado questi dovevano incautamente avvicinarsi al loro bischetto odoroso di pece e di colla, e diventare così facili bersagli del lancio di quelle pesanti forme di legno per le scarpe che i calzolai tenevano spesso a portata di mano.

Ancora alla fine dell’ Ottocento a Parma l’ osteria di Tami, in Rocchetta, “era specializzata in squisitissimi e rinomati spezzatini e fritti di gatto con contorno di cavoli, cibi ghiottissimi dei calzolai parmigiani, nonché di altre provincie!”, vd. A. Emanuelli, Le osterie parmigiane. Prefazione di Cimone, Parma 1931 (I ediz. 1924), p. 77. Ma la nomea di mangiagatti in passato dovevano essersela guadagnata anche i calzolai d' altre contrade d'Italia.

Mi sembra significativo per es. che a Grosio, in provincia di Sondrio, tra le montagne della Valtellina, con masagàt, propriamente 'ammazzagatti' si designasse la "forma di legno usata dal calzolaio per cucire la tomaia" (vd. G. Antonioli - R. Bracchi, Dizionario etimologico grosino. Con annotazioni di carattere etnografico e storico e repertorio italiano-grosino, prefazione a cura di Max Pfister, Grosio 1995, s.v.). Il termine scherzoso verosimilmente non avrà avuto infatti il significato generico che gli viene attribuito nel cit. Dizionario, cioè quello di "legno adatto ad uccidere un animale" ma proprio quello più specifico di 'arnese usato dai calzolai per ammazzare i gatti'.

A Parma e dintorni la fama dei calsolär magnagàt fu certamente amplificata dalla giocosa letteratura dialettale locale. Si veda per es. quella "nuovissima canzonetta" pubblicata dalla tipografia Pennaroli di Fiorenzuola d'Arda nel 1888, intitolata " Le congiure ad 16 Calsoler Magna Gat" [‘La congiura dei 16 calzolai mangiagatti’] ristampata in Emanuelli, Le osterie parmigiane, cit., p. 80, e più di recente, fuori testo, anche in G. Capacchi, Proverbi e modi di dire parmigiani, Parma 1968). Il ritornello della “canzonetta” conteneva un eloquente giuramento:

“Giurem tutti per la fede/ Dal cognac e del banchet/ Ed magner tutt’ i pu bei gat/ Sorianen bianc e moret, i bei smilset” ‘Giuriamo tutti per la fede/ del cognac e del banchetto/ di mangiare tutti i più bei gatti/ sorianini bianchi e neri, i bei micini’.

Persino un poeta delicato e sensibile come Renzo Pezzani nella sua divertente " La stria Savata" ( p. 148 della raccolta Occ lustor, Parma 1980, Ia ediz. 1950), rende in qualche modo scherzoso omaggio alla fama dei parmigiani magnagàt immaginando che ci sia qualcuno tra loro che sogna un arrosto di gatta: "e Pepo chill noti ch' al s' prilla, ch'al s' mesda,/ ch' al ronfa un quärt d'ora e po' subita al s'desda,/ al pensa a cla gata ch'a va e ch'a ven/ quarciäda int na dgama, co' un po' d' osmaren" 'E Peppo quelle notti che si rigira, che si agita,/ che russa un quarto d'ora e poi subito si sveglia,/ pensa a quella gatta che va e viene/ coperta con un coperchio in un grosso tegame, con un po' di rosmarino'.

 

LA CARNE SORIANA
E LE BECCHERIE SORIANE

Anche se nella nostra sazia società del benessere c’è ancora qualcuno che stenta a credere che in passato ci fosse gente che mangiava carne di gatto, certo non si tratta di una leggenda metropolitana.

È un fatto storico ampiamente accertato. Ne è testimone anche una parola italiana dell’ uso lombardo, oggi del tutto dimenticata, che fu anche parmigiana: soriana.

Naturalmente non nel significato più usuale di femmina di un gatto soriano ma, per ellissi del “determinato”, ora in quello, originariamente scherzoso, di ‘carne soriana’ vale a dire ‘carne di qualità scadente, di poco pregio’ ora in quello, strettamente contiguo e non meno scherzoso, di ‘beccheria soriana’, vale a dire 'macelleria che spacciava carni scadenti'.

In questi curiosi specifici significati la parola “lombarda” non riposa in nessun vocabolario storico della lingua italiana ed anche per questo mi è sembrato utile segnalarla.

Nel primo significato soltanto Lorenzo Molossi –che io sappia– la registrava nel suo Nuovo elenco di voci e maniere di dire biasimate e di altre che sembrano di buona ragione e mancano ne’ vocabolarj italiani, Parma 1839-1841, p. 657 come “Voce del volg. parm.” e al suo posto suggeriva di dire in buon italiano “Malacarne".

Il termine soriana in questa accezione lombarda ricorre già (nella sequenza “Carne di toro, vacca, pecora e soriana”) in un listino dei prezzi del 27 novembre 1500 e in un altro dell' 11 aprile 1506 riportati negli Annali di Statistica, Roma, 1878, vol. I, p. 14 (consultabili on line).

Nel secondo significato, quello di ‘macelleria di basso livello’, l’ it. soriana compare a Parma per esempio nello Statuto dell' Arte de' macellari ( anno 1707) vd. Vignali, Il lessico degli Statuti di Parma (1421-1773), Parma 2010, p. 148 e, circa mezzo secolo dopo anche nella monumentale “cronachetta” manoscritta del barbiere parmigiano Antonio Sgavetti, nel vol. VIII, 51r.-51v. in data 23 maggio 1761.

Ma perché mai la malacarne, la carne di bassa macelleria, quella che si macellava e si vendeva nelle beccherie soriane, sarà stata chiamata (carne) soriana? Suvvia! Non facciamo gli gnorri! È del tutto evidente che nella citata sequenza già cinquecentesca ( “carne di toro, vacca, pecora e soriana” ) l'aggettivo femminile soriana (sott. carne ) non avrà potuto alludere che alla carne d’un animale soriano. Che naturalmente altro non poteva essere che il gatto.

 

Oggi l’idea stessa di mangiare un gatto in umido o in salmì giustamente ci ripugna e ci scandalizza. Come ci ripugna e ci scandalizza l’idea di mangiare quei cani che tanto piacciono ai Cinesi.

Eppure l’ “ailurofagìa per fame” –se così si può chiamare– rappresenta un fatto storico che, per pruderie, non si può ignorare. Il solo parlarne –lo so– urta la sensibilità di molti di noi.

Ai quali magari non fa né caldo né freddo sentir parlare di tanta povera gente che ancor oggi muore di fame e che, se potesse, forse chissà, horribile dictu, un bel gatto, cucinato come si deve, se lo mangerebbe volentieri.