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CORONAVIRUS

Il laboratorio parmigiano che dà la caccia alla variante inglese

12 febbraio 2021, 05:08

Il laboratorio parmigiano che dà la caccia alla variante inglese

PIERLUIGI DALLAPINA

La lotta al virus non finisce con la scoperta del vaccino. Ormai è chiaro a tutti che un paio di punture nel braccio non cancelleranno la pandemia. Per fermare il contagio ora bisogna dare la caccia alle varianti del coronavirus, perché sono proprio loro che possono spuntare le armi alla macchina delle vaccinazioni.

Dopo aver infettato milioni di persone, il virus muta per aggirare le difese immunitarie sviluppate dalla popolazione e queste sue mutazioni potrebbero rendere meno efficace sia la protezione del vaccino (nato per fermare il Sars-Cov-2 e non le sue varianti) che quella degli anticorpi monoclonali, l'ultimo argine contro la pandemia. Ora la variante che fa più paura è quella inglese e a Parma c'è un team, composto da una decina di ricercatori, che sta inseguendo questa mutazione, considerata più contagiosa delle altre, perché solo studiandola si può capire come neutralizzarla.

«È importante conoscere le mutazioni del virus per capire se il vaccino riesce a proteggere anche dalle nuove varianti e se i sistemi diagnostici a nostra disposizione sono ancora in grado di identificarle». A parlare e Stefano Pongolini, 56 anni, veterinario ed epidemiologo molecolare, nonché responsabile della squadra che ha il compito di scoprire quanto stia circolando la variante inglese in Emilia Romagna.

Uno dei quattro laboratori a cui la Regione ha affidato questa ricerca è l'unità operativa di Analisi del rischio ed epidemiologia genomica, che fa parte dell'Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna. Il suo quartier generale è a Parma, in strada dei Mercati. Gli altri tre centri di studio sono a Modena, Bologna e Pievesestina (Forlì-Cesena).

«Durante una pandemia è normale che il virus continui a mutare e quando le mutazioni raggiungono un certo grado di differenza, allora si inizia a parlare di varianti». Ed è qui che iniziano i problemi. «Queste varianti potrebbero sfuggire alla copertura vaccinale, ai sistemi di diagnosi e anche agli anticorpi monoclonali. Per questo motivo d'ora in avanti sarà fondamentale condurre una sorveglianza sulle varianti», avverte Pongolini. E questa sorveglianza è proprio ciò che stanno portando avanti nel laboratorio parmigiano.

A livello regionale sono stati selezionati, in modo casuale, 213 test positivi (20 quelli di Parma) raccolti fra il 4 e il 5 febbraio. Circa un terzo di essi potrebbe contenere la variante inglese e il risultato definitivo è atteso nei prossimi giorni.

«Nel caso in cui venisse individuata una variante che sfugge all'immunità, si potrebbero rivedere i vaccini, cioè potrebbero essere aggiornati come già accade per la puntura antinfluenzale. In pratica, noi cerchiamo di identificare le varianti il prima possibile, per capire quali sono quelle da mettere nei vaccini». Al momento, le energie dei ricercatori sono concentrate soprattutto sulla variante inglese. «Entro la prossima settimana saremo in grado di capire quanto sta circolando fra la popolazione della regione».

E mentre i ricercatori studiano la variante inglese, ieri si è iniziato a parlare anche della variante milanese, a dimostrazione di quanto il Sars- Cov-2 sia proteiforme. Queste metamorfosi però non spaventano chi studia i virus. «In una pandemia di una certa durata è normale che il virus muti per sfuggire alla risposta degli anticorpi e continuare ad infettare. Ma questi continui mutamenti, di solito, portano ad un'attenuazione del virus, che in pratica perde potenza. Basti pensare al raffreddore, provocato anche da due coronavirus». Insomma, oltre ai vaccini, per sconfiggere i virus serve il fattore tempo. Ma attenzione. «Circa il 60% delle nuove infezioni derivano da virus e batteri di origine animale». Della serie: mai abbassare la guardia.

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