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L'intervista

Nel segno di «Bonimba»

15 febbraio 2021, 05:04

Nel segno di «Bonimba»

VANNI BUTTASI

Gli scudetti con Inter, di cui è stato tifoso fin da bambino, e Juventus, i mondiali di Messico '70 con le reti alla Germania Ovest e al Brasile, la gavetta in serie B nel Prato e nel Potenza. Un centravanti micidiale in area. Stiamo parlando di Roberto Boninsegna, soprannominato Bonimba da Gianni Brera, 77 anni, di Mantova. Con lui abbiamo ripercorso la sua lunga e brillante carriera dal campetto dell'oratorio di Sant'Egidio al palcoscenico della serie A e alla Nazionale azzurra: nel ricordo di tutti le reti al mondiale messicano, nel 1970, alla Germania Ovest e al Brasile.

Per lei è stato fondamentale l'oratorio?

«Certamente. Era il luogo in cui, ogni pomeriggio, ci si ritrovava per giocare a pallone. Dove regnava la disciplina perché se tu non andavi a messa il prete ti impediva, in modo bonario, di non giocare. E quando mancava qualcuno, andavi a casa a prenderlo. Oggi, forse, si sente la mancanza di quello spirito che regnava all'oratorio».

Come l'hanno presa i suoi genitori quando è andato all'Inter?

«Era una domenica mattina, avevo 11-12 anni, quando mi si avvicina una persona e si presenta come un osservatore dell'Inter. Io gli ho risposto che abitavo alle case popolari e che venisse a parlare con mio padre Bruno, che lavorava alla Burgo: lui c'era solo alla domenica. Qualche domenica dopo arriva questo signore, parla con mio padre che gli risponde: “Siamo sicuri?”. E lui replica dicendo che era in contatto con Meazza. Così, dopo due provini, mi prendono: avevo 12-13 e essendo ancora piccolo, per due anni ho fatto il pendolare, su e giù da Milano. Furono tanti sacrifici perché andavo a scuola. Passati i due anni, Meazza scrive ai miei genitori che se volevo continuare a giocare dovevo andare a vivere a Milano. Mia mamma Elsa era contraria. Anche Allodi era venuto a vedermi per il Mantova. Così, a 15 anni, finisco nel settore giovanile dell'Inter, dove faccio la trafila di tutte le squadre, vincendo nel 1962 il torneo di Viareggio».

I primi anni della sua carriera sono stati in provincia: Prato e Potenza in serie B, Varese in serie A?

«Dall'Inter non venni ritenuto adatto per la prima squadra, così fui mandato fuori, sempre in prestito, per farmi le ossa. Prima a Prato, poi a Potenza, dove la squadra sfiorò la serie A, e infine a Varese nella massima serie. Il mio debutto in serie A, un segno del destino, avvenne contro l'Inter, a San Siro, il 4 settembre 1965: finì 5-2 per i nerazzurri. Quell'anno misi a segno cinque reti - la prima contro la Lazio alla terza giornata (il 19 settembre 1965, risultato 2-1 ndr) - ma il Varese retrocesse in serie B».

Poi il trasferimento a Cagliari nel 1966: che coppia eravate lei e Riva?

«Concluso il prestito al Varese, ritornai all'Inter che mi propose di andare al Cagliari. Mia madre mi disse subito: “Tu non ci vai”. Così andai a parlare con Allodi che mi rispose: “C'è una richiesta per te, cercano una punta”. Replicai che volevo restare vicino a casa. Mi misero con le spalle al muro e così finii al Cagliari. Rimasi per tre stagioni, l'ultima, nel 1968-'69, finimmo secondi dietro la Fiorentina. Con Riva mi sono trovato bene anche se entrambi eravamo mancini, così ho dovuto sacrificarmi e giocare a destra. Al termine del torneo 1968-'69, mi chiama l'allenatore Scopigno e dice: visto che Riva non vuole andare via, la società punta a cederti. Replico che se lascio il Cagliari, voglio solo l'Inter: così vengo accontentato. In Sardegna arrivano Domenghini, Gori, Poli e io ritorno a Milano».

Tante soddisfazioni in terra sarda ma anche una maxi-squalifica di nove giornate: cosa era accaduto?

«Era il 31 dicembre 1967, giocavamo a Varese e stavamo perdendo per 2-1 quando ho dribblato lo stopper e saltato il portiere: la palla sta entrando in rete ma il difensore recupera e con un pugno la butta in angolo. L'arbitro assegna il corner e noi, in cinque, assediamo lui e il guardalinee. Alla fine, ho preso la colpa per tutti e ho beccato una squalifica di 11 giornate poi ridotta a 9».

Sempre a Cagliari ha vissuto anche un'esperienza in terra americana?

«Era il secondo anno in cui giocavo nel Cagliari e nel 1967 passammo 40 giorni negli Stati Uniti difendendo i colori dei Chicago Mustangs. Riva, però, non c'era».

Riprendiamo il discorso interrotto quando lei è ritornato, nel 1969, all'Inter?

«Ero felice di questa scelta: arrivavo finalmente a giocare con Corso, Suarez Mazzola, Facchetti, Jair, Vieri. Arrivammo secondi, proprio dietro al Cagliari che avevo lasciato».

Ma le gioie erano dietro l'angolo?

«Proprio così perché nel 1970-'71 vinco lo scudetto e con 24 reti anche la classifica dei cannonieri. La conquisto anche l'anno successivo, stavolta, con 22 reti mentre nel 1973-'74 realizzo 23 reti, una in meno di Chinaglia. Mi fu “rubato” un gol: nell'ultima partita con il Cesena segnai una rete ma dissero che c'era stata una deviazione della barriera. Così fu annotata come autorete. Ma io mi considero vincitore di tre classifiche dei cannonieri».

E, nel 1971-'72, ci fu la finale di Coppa dei Campioni?

«La partita fu giocata in Olanda, a Rotterdam, contro una squadra olandese: l'Ajax di Cruyff. L'Inter fu sconfitta per 2-0. Il primo tempo finì 0-0 poi un'incomprensione tra Bordon e Oriali consentì a Cruyff di segnare la prima delle due reti da lui realizzate».

Ma quell'edizione della Coppa dei Campioni fu caratterizzata dall'episodio della lattina sul campo del Borussia Moenchenglabach di cui lei fu, suo malgrado, protagonista?

«Era l'andata degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni e giocavamo a Moenchenglabach (era il 20 ottobre 1971 ndr): il campo era piccolo e il pubblico era quasi in campo. Mi appresto a battere una rimessa laterale quando vengo colpito da una lattina e cado a terra, svenuto. L'arbitro ha capito subito che ero stato colpito e non stavo facendo scena. Vengo sostituito e negli spogliatoi anche il commissario di campo confermò che ero stato colpito. La partita finì 7-1. Ma il nostro ricorso fu accolto e il match fu rifatto. A San Siro vincemmo 4-2 e al ritorno, che era l'andata, a Berlino terminò 0-0 con grandi parate di Bordon».

Nel 1976 il clamoroso scambio tra lei e Anastasi e l'arrivo alla Juventus: due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Fu una seconda giovinezza?

«Ero al mare con mia moglie quando il presidente Fraizzoli mi chiama e mi dice di andare a Milano, anticipandomi nel contempo il trasferimento alla Juventus. Mi sentivo una bandiera inamovibile dell'Inter, era stati sette anni splendidi: avevo segnato 171 reti tra campionato e coppe. Dissero che ero in fase calante. E mi imposero un aut aut , così a malincuore lasciai l'Inter per la Juventus. Sono stati tre anni splendidi, ricchi di successi: il primo anno scudetto e Coppa Uefa, che fu il primo trofeo continentale vinto dai bianconeri. Il secondo ancora scudetto e il terzo la Coppa Italia. Ricordo che il primo anno a Torino Juventus-Inter terminò 2-0 e realizzai una doppietta (l'ultimo gol in serie A, sempre con i bianconeri, l'ha realizzato contro l'Inter il 10 dicembre 1978 ndr)».

Ha chiuso la carriera a Verona nella stagione 1979-'80, in serie B. E successivamente c'è stata una parentesi in serie D con il Viadana: cosa ricorda di quelle stagioni?

«Fu un anno di transizione, dopo la Juventus mi sarebbe piaciuto giocare nel Mantova. Sembrava ormai concluso l'affare invece saltò tutto. E' stato un vero peccato. Così sono finito al Verona, in serie B. Conclusa la carriera per nove anni sono rimasto fuori dal calcio prima prendere il patentino di allenatore. Per 13 anni, dal 1989 al 2002, ho svolto l'incarico di selezionatore dell'Under 21 di serie C: ho lanciato giocatori come Toldo, Iaquinta, Toni solo per fare qualche nome».

Che tipo di centravanti era? Quale è stato il compagno d'attacco con cui si è trovato meglio: Riva, Bettega?

«Ero un centravanti d'area, rientravo solo fino a metà campo. Amavo la profondità. Ricordo ancora quando ritornai all'Inter e Mario Corso mi disse: “Finalmente abbiamo un centravanti”. Dell'esperienza di Cagliari ho già detto in precedenza. Nei tre anni di Juventus, con Bettega mi sono trovato molto bene. Ci completavamo. A Torino dissero che una coppia così non l'avevano mai vista. Al mio fianco, Bettega è cresciuto tanto».

Boninsegna in azzurro è ricordato per le reti al mondiale messicano del 1970? Lei ha partecipato anche alla sfortuna spedizione in Germania nel 1974?

«In azzurro ho avuto problemi con il commissario tecnico Valcareggi: dopo aver esordito nel 1967 a Berna contro la Svizzera, non disputai gli Europei nel 1968 e non giocai neppure una partita nel 1969. Fra i 22 per Messico '70 non c'ero. Poi Anastasi si fece male, così venimmo convocati io e Prati e Lodetti rispedito a casa. Si accorsero, infatti, che se si fosse infortunato Riva non avevano attaccanti. Per me è stata una grande occasione, disputai un ottimo mondiale. Ho segnato, su azione, sia in semifinale che in finale come Colaussi nel 1938 e Paolo Rossi nel 1982. La semifinale con la Germania Ovest è impossibile, anche a distanza di cinquant'anni, da dimenticare per l'alternanza delle emozioni: ricordo, come fosse oggi, anche l'azione del gol del 4-3 con la mia fuga, poi ho messo in mezzo il pallone dove c'era Rivera che segnò la rete della vittoria. Anche la finale con il Brasile è stata in bilico fino a 20 minuti dalla fine. Il primo tempo era terminato 1-1 e speravamo che, come nelle altre partite, entrasse Rivera. Ma ciò si verificò troppo tardi. Ricordo che quando Pelè seppe che non giocava Rivera disse: “Ma se non fanno giocare chi ha vinto il Pallone d'oro che squadra avranno? Saranno davvero forti”. Nel mondiale del '74, invece, ho giocato solo il secondo tempo, nell'ultima partita del girone eliminatorio, contro la Polonia, persa per 2-1».

Il calcio, rispetto a quando giocava lei, è cambiato?

«E' cambiato parecchio, molto più veloce, meno tecnico. E poi, a mio giudizio, ci sono troppi stranieri».

Nella nostra Serie A c'è un calciatore che le assomiglia?

«Da interista mi piace Lukaku, dà profondità ed è un riferimento per la squadra. E' più completo di me».

A proposito di Inter, chi è favorito per lo scudetto?

«Penso che Inter e Juventus possano lottare fino in fondo per il titolo: rispetto al Milan, hanno un organico superiore. I rossoneri hanno Ibrahimovic, che è determinante ma è da solo».

E sul Parma?

«Faccio un “in bocca al lupo” alla squadra impegnata nella lotta per la salvezza. Quando si poteva andare allo stadio venivo qualche volta al “Tardini” con l'amico Corrado Cavazzini. E approfitto di questa intervista per mandare un saluto particolare al vescovo di Parma, monsignor Enrico Solmi, grande tifoso interista».

 

VANNI BUTTASI Gli scudetti con Inter, di cui è stato tifoso fin da bambino, e Juventus, i mondiali di Messico '70 con le reti alla Germania Ovest e al Brasile, la gavetta in serie B nel Prato e nel Potenza. Un centravanti micidiale in area. Stiamo...

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