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INTERVISTA

Volontario in Bosnia: «Così aiuto i profughi»

di Emanuele e Filippo Marazzini -

16 febbraio 2021, 05:05

Volontario in Bosnia: «Così aiuto i profughi»

L’incendio, lo scorso 23 dicembre, del campo di Lipa ha riportato all’attenzione mediatica le condizioni in cui vivono i migranti che, bloccati sul confine tra Bosnia e Croazia, tentano di entrare in Unione Europea. Francesco Cibati è nato a Parma ventinove anni fa. Da due vive a Trieste dove ha contribuito a fondare l’associazione Linea d’ombra (https://www.lineadombra.org) che si occupa di accogliere gli stranieri giunti in città fornendo loro beni di prima necessità, assistenza legale, ma soprattutto amicizia e ascolto. In più, grazie all’interessamento e alle donazioni di molti, Linea d’ombra organizza viaggi in Bosnia per portare aiuti diretti sul territorio. Durante l’ultimo di questi viaggi Francesco ha raggiunto, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, Bihać e Velika Kladuša, due località dove si radunano i migranti che si preparano a varcare la frontiera.

 

Francesco, qual era lo scopo del vostro viaggio?

 

«Le motivazioni erano essenzialmente tre: portare aiuti, sostenere da vicino le associazioni bosniache con le quali “Linea d’ombra” collabora e infine comprendere meglio le motivazioni della riduzione del flusso migratorio che abbiamo notato a Trieste. Ad agosto infatti arrivavano in città ogni giorno fino a centotrenta persone, a dicembre sono calate a trenta, a gennaio si sono ridotte a sei. La stagione invernale e le violenze della polizia croata incidono senza dubbio, ma è il confine italiano in sé che ha cominciato ad avere una cattiva fama. Nel corso del 2020 i respingimenti dal confine italiano sono infatti quadruplicati, arrivando a 1240 espulsioni».

 

Come avete organizzato il viaggio?

 

«Siamo partiti in tre: Gian Andrea Franchi, Lorena Fornasir, vicepresidente e presidente di “Linea d’ombra”, ed io. Quando andiamo in Bosnia la nostra filosofia di intervento non consiste nel portare beni, quanto nello spendere i soldi sul posto. Le motivazioni di questa scelta sono burocratiche e tecniche (far passare alla dogana un camion pieno di alimenti è questione complessa e costosa), ma soprattutto etiche. Il nostro obiettivo è infatti quello di creare relazioni in loco supportando il più possibile l’economia di lì. Crediamo che così si favorisca anche l’integrazione tra la popolazione migrante e quella locale che in questo modo si aiutano reciprocamente. Abbiamo quindi acquistato in Bosnia legna, cibo e materiali che, in parte abbiamo consegnato alle attiviste di nostra conoscenza perché le distribuissero nelle prossime settimane, in parte abbiamo distribuito noi stessi».

 

Dove avvengono queste distribuzioni?

 

«Con la liquidazione di Lipa e lo smantellamento del campo di Bira, in tutto il distretto di Una Sana, all’estremo nord della Bosnia, c’è stato un incremento dei cosiddetti “jungle camp”, i campi informali realizzati con tende e teloni tirati tra gli alberi e degli “squat”, gli insediamenti di fortuna dentro case, baracche e palazzi fatiscenti. Durante il viaggio abbiamo visto molti di questi luoghi».

 

Come gestite le distribuzioni?

 

«Arriviamo con un furgone carico di viveri fin dove le strade lo consentono e poi proseguiamo a piedi. Grazie alle attiviste locali sappiamo prima come sono composti i vari gruppi - famiglie o cerchie di amici - che abitano uno “squat” o un “jungle camp”. Individuiamo un referente e gli consegniamo una borsa con legna, vestiti, powerbank per cellulari, medicine, scarpe, lamette, spezie, pollo, riso, olio, patate, cipolle, latte, biscotti e farina. Portiamo cibo fresco evitando tutto quello che si mangia in un campo attrezzato dove la dieta giornaliera solitamente consiste in pane, sardine e, ultimamente, noodles cinesi. Bisogna essere molto veloci perché tutte queste operazioni sono illegali».

 

Che cosa rischia chi distribuisce cibo?

 

«In questo momento c’è una sorta di tregua dovuta al fatto che il campo di Lipa non può più ospitare persone e Bira è stato smantellato per cui se la polizia bosniaca sgomberasse i migranti dagli “squat” o dai “jungle camp” finirebbero per le strade e questo non conviene a nessuno. Per cui fino a quando Lipa, nella prossima estate, non sarà ricostruito, non ci sono ronde della polizia. Da attivista internazionale rischi di ricevere il foglio di via e se sei recidivo possono proibirti di tornare in Bosnia per un anno o più oppure multarti. Alcune attiviste locali sono però state minacciate di morte da gruppi di cittadini xenofobi. Una di loro, a Velika Kladuša, è stata persino speronata con la macchina e mandata fuori strada».

 

Può dirci qualcosa di più dei luoghi che avete toccato?

 

«A Bihać, dove siamo rimasti tre giorni, ci sono due grandi squat in ciascuno dei quali vivono circa duecento persone; il “Dom Pensjoneri” si trova al centro della cittadina mentre il “Krajina Metal” è appena fuori, in una ex fabbrica siderurgica. Nei dintorni le associazioni bosniache hanno individuato un centinaio di accampamenti più piccoli. Anche i due giorni a Velika Kladuša, molto più vicina al confine, ci hanno fatto toccare con mano le terribili condizioni di chi sopravvive qui. Zero riscaldamento, zero acqua potabile, zero elettricità. Ci si scalda con fuochi accesi nelle varie stanze. La latrina è un buco all’aperto. Mi ha impressionato un dettaglio: la cura che i ragazzi hanno, anche in questi luoghi degradati e degradanti, per la loro persona. Appena si allestisce un campo o si raduna un gruppo vengono infatti individuate alcune persone che cucinano il pane o svolgono il ruolo di barbiere. Così barba e capelli sono sempre ordinatissimi».

 

Quali gli incontri più emozionanti?

 

«Molti, ma due in particolare. Ho conosciuto Bilal in uno sperduto “jungle camp” dove vivono dodici ragazzi pakistani di etnia pashtun. Bilal ha una trentina d’anni e una lunga cicatrice sul collo perché era nell’esercito pakistano. Daesh (l’acronimo arabo per indicare Isis) gli ha intimato di arruolarsi tra le sue fila, lui si è rifiutato e così sono cominciate le sevizie. Sua moglie è stata imprigionata, i due figli per fortuna si trovano in un posto sicuro, ma Bilal, per salvarsi, ha dovuto scappare. Vuole arrivare in un paese europeo e fare le carte perché la famiglia possa raggiungerlo. A Bilal è accaduto un fatto vergognoso che, purtroppo, viene raccontato da molti migranti: al suo arrivo in Italia gli è stato dato da firmare un modulo che anche il traduttore indicava come la richiesta di asilo. In realtà si trattava del foglio che autorizzava l’espulsione. Bilal ha firmato e in poche ore ha subito una vera deportazione a catena. Sta aspettando il disgelo per tentare nuovamente di salire verso nord. Amir Labbaf, invece, viene dall’Iran. Dopo essere stato arrestato otto volte dalle forze di sicurezza iraniane ed essere stato torturato, è riuscito a fuggire dal suo paese grazie ad alcuni amici. Ha raggiunto la Turchia attraverso le montagne e poi, via mare, la Grecia. In Bosnia, dove ha chiesto asilo, la sua richiesta non è stata nemmeno esaminata. Allora si è spostato in Croazia, ma quando si è presentato alla polizia è stato riportato in Bosnia. Nel 2019, mentre camminava di notte su una strada croata diretto in Slovenia, per evitare che un pazzo lo investisse, è precipitato in un burrone riportando gravi lesioni alla schiena. Al mattino un'auto l’ha soccorso. In ospedale però è rimasto solo poche ore perché è stato immediatamente prelevato dalla polizia croata che lo ha derubato e lasciato nei boschi vicino Kladuša. Non riusciva a camminare e ha dovuto strisciare aiutandosi con i gomiti fino a quando non è stato notato da un camionista di passaggio. Se avesse la possibilità di accedere alle cure e subire vari interventi potrebbe ricominciare a camminare, ma per ora è costretto su una sedia a rotelle. “Linea d’ombra” si è interessata alla sua drammatica vicenda: da qualche giorno è online una petizione per aiutarlo tramite l’apertura di un corridoio umanitario».

 

Si può fare un bilancio di questa esperienza?

 

«Che bisogna smetterla con il pietismo; gli uomini e le donne con le quali ho condiviso una tazza di chai sotto la neve possiedono una forza di spirito e una capacità di resilienza straordinarie. Sorridono nonostante il dolore e le delusioni che prostrerebbero chiunque di noi. In più toccare la situazione con mano aiuta a farsi un’idea più chiara delle dinamiche geopolitiche. Perché certo, in questo momento, la Croazia permette la barbarie. Ma è l'Ue che non impedisce i respingimenti, ma li richiede. L’incremento del budget di Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera) e il modo in cui è stato riformulato il “Pact on migration” ne sono una prova evidente».