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Volontario in guerra

La vera storia dell'aviatore «fantasma»

17 febbraio 2021, 05:01

La vera storia dell'aviatore «fantasma»

ANTONIO BERTONCINI

E’ tornato agli onori delle cronache dopo 78 anni perché sembrava sepolto nell’oblio. Sembrava, appunto, perché la curiosa storia del sottotenente Alcide Barcanti, caduto nell’adempimento del dovere, ci dice che era effettivamente scomparso dai «radar archivistici» dell’Arma Aeronautica, ma non era affatto scomparso nelle cronache del tempo e nei sentimenti di una famiglia che non lo ha mai dimenticato.

Il tutto nasce dai Vigili del fuoco di Latina, che, rimettendo in ordine le carte polverose dell’archivio, scoprono, un paio di mesi fa, un documento relativo all’incidente di un caccia (probabilmente durante una missione di addestramento o di controllo del velivolo), di cui si era persa ogni traccia. L’aereo era precipitato in una fattoria di Borgo Carso, in provincia di Latina (allora Littoria) il 14 giugno del ‘43. Nell’incidente perse la vita Alcide Barcanti, le cui esequie furono celebrate a Parma, sua città d’origine, qualche giorno dopo.

La notizia, pubblicata sulla stampa romana, suscita l’interesse del colonnello Donato Carlucci, pilota militare in pensione, presidente di Assoarma. L’indagine si rivela tutt’altro che facile: del Barcanti non esiste traccia negli archivi dell’Associazione Aeronautica di Parma, attenta custode della documentazione relativa ai nostri voli militari. E il nome di Alcide non figura neppure nell’elenco dei 156 aviatori parmigiani caduti, custodito sulle lapidi della cappella dedicata alla Madonna di Loreto nell’Oratorio dei Rossi in via Garibaldi.

Ma Carlucci non si dà per vinto, e la sua determinazione viene premiata: trova la traccia giusta nell’archivio della «Gazzetta». Il 19 giugno del ‘43, sul giornale allora controllato direttamente dai dirigenti fascisti, compare un articolo che preannuncia il funerale del «sottotenente Alcide Barcanti, caduto nell’adempimento del dovere», ricordando che da «volontario universitario aveva partecipato a rischiose imprese di guerra». L’articolo riporta poi integralmente una lettera di Alcide al fratello Dielmino, prigioniero in Africa, dalla quale traspaiono chiaramente le personalità, i sentimenti e i tormenti del più giovane Alcide. Qualche giorno dopo la «Gazzetta», con un articolo «da Viarolo», dando conto dei funerali solenni con un grande corteo lungo le vie cittadine e gli onori militari in stazione, ne tratteggia la figura usando toni assai più propagandistici, in perfetto stile fascista in tempo di guerra: «In seguito ad incidente di volo - si legge - il 14 giugno scorso cadeva nel cielo di Littoria il tenente pilota Dr. Alcide Barcanti, giovane e ardimentoso camerata la cui rettilinea condotta, sia in periodo di pace che in questo ardente ed aspro tempo di guerra, è di esempio a quanti lo conobbero». Di tutt’altro tono il necrologio della famiglia sullo stesso quotidiano, il giorno prima del funerale, che più di tanti articoli «racconta» lo stato d’animo dei congiunti con una sobrietà che fa loro onore: «A Littoria, in seguito ad incidente di volo durante l’adempimento del proprio dovere cessava di vivere Alcide Barcanti, sottotenente pilota di anni 22. Con animo straziato ne danno il doloroso annuncio la mamma Adelaide Terzi, il babbo Evaristo, i fratelli Dielmino (prigioniero nel Sud Africa), Fernando, in zona d’operazione, le sorelle Angiolina e Tina, i cognati, le cognate, i nipoti e i parenti tutti. I funerali avranno luogo… Si ringraziano anticipatamente tutte le gentili persone che interverranno alla mesta cerimonia». I funerali solenni ebbero luogo il 17 giugno 1943. Furono funerali di regime, quando Mussolini era ancora al suo posto, e all’armistizio, e alle scelte di campo, mancavano tre mesi.

Ma le scoperte di Carlucci non finiscono qui. Chissà - si è chiesto - se a Parma c’è ancora qualcuno che piange sulla tomba dell’aviatore «perduto» dagli archivi dell’Aeronautica? Fra navigazione in rete e ricerche anagrafiche, scova una persona con il suo cognome, Gianluca Barcanti, che si rivela essere il nipote, figlio del fratello Dielmino, tornato a Parma dopo la lunga prigionia in terra d’Africa. E si scopre così che Alcide non è mai stato dimenticato, né tantomeno il suo sacrificio è stato cancellato da un banale scusabile errore di archiviazione in un momento tumultuoso per l’Italia. Ancora oggi c’è chi non fa mancare una preghiera sulla sua tomba il 14 giugno.

 

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