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L'appello di un contagiato

«Vi prego, rispettate le regole e non vi assembrate»

22 febbraio 2021, 05:05

«Vi prego, rispettate le regole e non vi assembrate»

«Io sono chiuso in casa e posso solo sporgermi dalla finestra. Ma ogni volta che vedo sulle pagine della “Gazzetta” le foto degli assembramenti in centro e dei gruppetti di persone che camminano senza mascherina mi monta una grande rabbia. Perché queste persone non capiscono che non si tratta di un gioco, di una cosa da sottovalutare. E io lo so perché sono qui, positivo al virus. E con me la mia famiglia».

Bruno (un nome per non rivelare il suo) cerca di trattenere l'irritazione: ma costretto all'isolamento dal virus, dopo il tampone positivo, sapendo che la figlia è ricoverata in ospedale con problemi seri, pur provando a razionalizzare, non riesce a trattenersi.

«Io cerco di ragionare, mi metto nei panni degli altri, di quelli che magari sono giovanissimi e scalpitano di vita, o di coloro che non sono stati toccati dalla pandemia: e comprendo che per loro il Covid è solo una materia da tg o una grossa scocciatura che toglie spazi alla socialità. Ma per chi ha provato cosa significhi è tutta una altra storia».

Ecco perché Bruno prova a lanciare il proprio appello: «Prima di andare in giro pensateci bene. Questo è il momento di fare uno sforzo tutti insieme. Per poi tutti insieme, tornare a vivere».

Una esortazione che viene da chi da oltre dieci giorni si trova rinchiuso con la moglie e la nipotina. Mentre la mamma della bambina è in un letto del Maggiore. «La bimba è brava, per fortuna, sta sopportando meglio di quanto immaginassimo questa situazione che per lei non è facile. Ma non lo è per nessuno. Anche perché spesso sono le piccole cose che fanno la differenza: ad esempio, noi siamo tutti reclusi e per avere il cibo dobbiamo chiedere alle persone che ci sono più vicine, domandare continuamente favori. E questo è abbastanza avvilente. Per fortuna, poi non abbiamo sintomi gravi, problemi seri di salute. Perché allora sarebbe stato ancora peggio».

Poi, dopo una pausa, un'ultima considerazione. «E mi rendo conto che anche questo continuo chiudere e aprire, questo balletto tra zone di vari colori rende tutto più destabilizzante: nelle ultime ore gialle tutti sono corsi a pranzare fuori, a respirare un po' di normalità. Ma quanto lo si pagherà questo sfogo, quanti tra un po' si troveranno come me positivo? Io non so come ho potuto essere contagiato e non lo sa neppure mia figlia. Ma proprio per questo, per l'impossibilità di vivere senza rischi, io mi sento di dire una sola cosa: “rispettiamo il più possibile le regole”. Perché l'alternativa è quella che sto vivendo io: vedere il mondo da dietro una finestra chiusa. Senza sapere quando potrò, e coi miei cari potremo, tornare a passeggiare per le nostre strade».

r.c.

 

«Io sono chiuso in casa e posso solo sporgermi dalla finestra. Ma ogni volta che vedo sulle pagine della “Gazzetta” le foto degli assembramenti in centro e dei gruppetti di persone che camminano senza mascherina mi monta una grande rabbia. Perché...

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