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INTERVISTA ALL'INFETTIVOLOGO

Ferrari: «L'AstraZeneca? Anche questo è un buon vaccino»

22 febbraio 2021, 05:07

Ferrari: «L'AstraZeneca? Anche questo è un buon vaccino»

GIOVANNA PAVESI

È stato il terzo vaccino anti-Covid, dopo quello prodotto da Pfizer-BioNTech e da Moderna, ed è stato autorizzato alla commercializzazione dalla Commissione europea, dopo il parere positivo dell’Agenzia europea del farmaco. Che, dopo una rigorosa valutazione dei dati di qualità, sicurezza ed efficacia, il 29 gennaio, ne ha permesso l’immissione in commercio.

Ma il vaccino sviluppato dall’università di Oxford e AstraZeneca, lo stesso che dal 22 febbraio i medici di medicina generale, in Emilia-Romagna, potranno somministrare a persone con disabilità e personale scolastico, dopo l’accordo tra Regione e sigle sindacali, ha sollevato in alcuni qualche (ingiustificata) perplessità. Legata alla sua efficacia, in termini percentuali, soprattutto dopo la diffusione delle diverse varianti.

E se c’è chi chiede, addirittura, di evitare di sottoporsi a questa inoculazione, perché ritenuta meno efficace delle altre, la scienza risponde con i dati.

«Quello che si attende dal prossimo futuro è che vari vaccini concludano l’iter di sperimentazione e vengano autorizzati. È ovvio che non tutti avranno livelli di efficacia superiori al 90% (grado insperato, sulla base delle previsioni più rosee). Il livello accertato potrà essere variabile ma, nel momento in cui il nuovo vaccino avrà superato il vaglio della valutazione degli esperti e delle autorità regolatorie non potranno esservi dubbi sulla sua validità in termini di efficacia e di tollerabilità», chiarisce Carlo Ferrari, professore di Malattie infettive all’università di Parma e direttore dell’omonimo reparto dell’ospedale Maggiore.

Professore, perché tanti pazienti sono restii all’inoculazione di AstraZeneca?

«È ovvio che chiunque legga i dati di efficacia dei vaccini disponibili non possa che chiedersi perché farsi somministrare un vaccino che ha un 70% di efficacia, quando ne esistono in commercio altri che superano il 90%. Bisogna però considerare alcuni specifici elementi, fra cui il fatto che, in un ampio sottogruppo di soggetti vaccinati, che hanno ricevuto una prima dose ridotta, si è raggiunto addirittura il 90% di efficacia proteggente, dato perfettamente in linea con quello degli altri vaccini a Rna. Ma, soprattutto, bisogna considerare che il livello di efficacia di riferimento che viene richiesto per poter considerare un vaccino utile per un uso esteso in corso di pandemia è del 50% sia dall’agenzia regolatoria americana Food and drug administration, sia dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Livelli soglia che vengono ampiamente superati dal vaccino di Oxford AstraZeneca». Il che dovrebbe tranquillizzare chi ancora non si fida. «Per di più è da considerare come si tratti di un vaccino basato su una piattaforma tecnologica sicuramente affidabile e, addirittura, più conosciuta e sperimentata di quella utilizzata per i vaccini a Rna. Cosa non da poco».

In molti temono che questo vaccino non possa coprire le varianti o che le copra meno rispetto al Pfizer-BioNTech. C’è questa possibilità?

«Anche se si è parlato di una minore efficacia mostrata dal vaccino di AstraZeneca in alcune zone geografiche, con ampia circolazione delle mutazioni, non credo ci siano elementi sperimentali sufficienti per poter dire se uno o l’altro di questi vaccini sia meno efficace nei confronti delle varianti virali attualmente presenti. In linea teorica, i vaccini a Rna e i vaccini a vettore virale, basandosi tutti sul principio di stimolare la sintesi della proteina Spike di Sars-CoV-2 all’interno delle cellule dell’organismo vaccinato, hanno una probabilità molto simile di essere più o meno efficaci contro le varianti del virus».

Cosa consiglia a chi preferirebbe evitare di sottoporsi all’inoculazione di AstraZeneca?

«Quello che posso dire è che esistono tutti gli elementi per considerare anche questo vaccino un buon vaccino. Ciò che è importante considerare è che, anche nei casi in cui la somministrazione sembra essere inefficace, secondo i parametri di valutazione utilizzati, la somministrazione potrebbe, in realtà, essere in grado di stimolare una risposta immunitaria ampia, che dovrebbe comprendere non solo la produzione di anticorpi neutralizzanti, di cui sempre si parla, ma anche l’attivazione di altre popolazioni del sistema immunitario, cioè i linfociti T, chiamati citotossici, che dovrebbero, comunque, permettere di prevenire l’evoluzione verso forme severe di infezione, anche in chi non rispondesse alla vaccinazione con una forte produzione di anticorpi. Quindi, l’ovvia domanda è perché non si valuti questo parametro aggiuntivo di risposta al vaccino».

Come mai, infatti, non si valuta?

«Semplicemente perché è un parametro complesso da studiare nella pratica diagnostica quotidiana, molto più complesso della quantificazione degli anticorpi».

 

GIOVANNA PAVESI È stato il terzo vaccino anti-Covid, dopo quello prodotto da Pfizer-BioNTech e da Moderna, ed è stato autorizzato alla commercializzazione dalla Commissione europea, dopo il parere positivo dell’Agenzia europea del farmaco. Che, dopo...

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