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CORONAVIRUS

Franco Lori: «E' tempo di investire nella ricerca: basta con i rinvii   »

23 febbraio 2021, 05:04

Franco Lori: «E' tempo di investire nella ricerca: basta con i rinvii   »

Franco Lori

Siena, Anno Domini 1348. Il Duomo è monumentale. Troneggia su una città che è una delle maggiori potenze mondiali del Basso Medioevo. Celebra la sua prosperità, la rinascita delle attività e professioni che producono ricchezza, il nuovo ordine delle cose. Ma non basta. Quelle che rappresentano le navate e il coro della costruzione diventeranno transetto e crocera di una futura, gigantesca cattedrale che deve esser la più grande mai vista al mondo. La costruzione del muro che diventa la navata laterale è già a buon punto e i Nove («governatori e difenditori del Comune e del popolo di Siena») se ne fanno vanto. Ancora oggi possiamo ammirare questo enorme muro, opera incompiuta. La peste non ne ha avuto pietà. Ha spazzato via un terzo della popolazione europea. Ha ridotto Siena in disperazione e miseria.

 

Alghero, Anno Domini 1582. «Era la notte fonda di metà novembre del 1582. Un marinaio salì sul molo del porto di Alghero, in Sardegna, e per l'ultima volta osservò la città» [ref. The 432-year-old manual on social distancing, BBC]. Lo sfortunato marinaio avrebbe portato la peste da Marsiglia. «La peste colpì pesantemente gli algheresi, uccidendo almeno il 60% della popolazione eppure, grazie al distanziamento sociale, la peste non si diffuse fuori dalla città di Alghero. I quartieri circostanti furono in gran parte risparmiati: insolitamente, il contagio rimase ad Alghero e svanì entro otto mesi. Si pensa che tutto dipenda da un dottore e dalla sua concezione preveggente del distanziamento sociale». Angelerio (il dottore) proibì anche tutti gli incontri, i balli e gli intrattenimenti - e stabilì che solo una persona per famiglia dovesse uscire per fare la spesa: «...Le persone autorizzate a uscire devono portare con sé un bastone lungo sei piedi. È obbligatorio che le persone mantengano questa distanza l'una dall'altra...». Angelerio andò oltre. Spiegò che «una grande ringhiera... doveva essere aggiunta ai banchi dei negozi in cui vengono venduti i cibi, per incoraggiare le persone a mantenere le distanze e raccomandò che, durante la messa, le persone facessero attenzione quando si stringevano la mano».

Non si sapeva cosa fossero i batteri (tra cui la Yersinia Pestis, causa della peste). Non si avevano antibiotici per curarli, né vaccini per prevenirli. Questi arriveranno molti secoli più tardi. Si poteva solo usare il buon senso, si intuiva il concetto di contaminazione, cioè si capiva che qualcosa veniva tramesso fra persona e persona e quindi si dovevano prendere precauzioni, stare attenti e vigili, isolarsi se necessario, soprattutto una volta che fossero insorti i sintomi della malattia. La lista delle precauzioni da prendere mostra una somiglianza impressionante con ciò che sta avvenendo ora, dalla disinfezione delle superfici al lockdown, alla quarantena e al passaporto della salute, a certificare chi fosse venuto in contatto con la peste ed eventualmente chi ne fosse guarito. Un'altra similitudine salta all’occhio. Il dottor Angelerio fu osteggiato apertamente da coloro che volevano lasciare tutto come prima, in modo che la la città potesse continuare i propri commerci, lasciare aperte le taverne e celebrare la “movida” (non ho la più pallida idea di come venisse chiamata ad Alghero nel tardo 500, ma è certo che c’era...). Magistrati indecisi e un Senato ostile costrinsero un disperato ma coraggioso Angelerio a rivolgersi al Vicerè, ottenendo finalmente ascolto e supporto.

«Mondo vecchio, sempre nuovo» recita uno stupendo libro di Riccardo Bacchelli. Oggi però abbiamo qualcosa di più. Abbiamo un ospedale che, per quanto in difficoltà, ha saputo riorganizzarsi e riacquistare efficienza, adattandosi a nuovi metodi organizzativi imposti dal Covid-19. Massimo Fabi ne ha saputo dirigere la riconversione con pazienza e diligenza. Abbiamo un reparto di malattie infettive che sotto la direzione di Carlo Ferrari e un gruppo di medici dalla altissima professionalità e umanità (da Carlo Calzetti a tutti gli altri) ha combattuto in prima linea, e con loro tutti gli altri colleghi e colleghe dell’ospedale, un anno fa riconvertito in un enorme lazzaretto anti-Covid, lasciando sul campo feriti e morti, e noi a piangerli. Abbiamo il web. Come avremmo potuto continuare a lavorare da casa, ad insegnare a distanza, ad acquistare on-line? Abbiamo una comunità di Stati che agisce come un enorme Monte di Pietà, come quegli embrionali che si erano originati a Siena. Più di 200 miliardi di euro. Una somma enorme.

 

La domanda ora è: cosa ne faremo di queste imponenti risorse? Non è mia intenzione entrare in un dibattito che non mi compete. Ma nella mia umile esperienza una cosa l’ho imparata. Se non li utilizziamo per attrezzarci per il futuro e lasciamo languire la Ricerca e le Biotecnologie così come abbiamo fatto fino ad oggi non avremo più il diritto di piangere quando la prossima pandemia ci colpirà. Oggi reclamiamo a gran voce un vaccino a disposizione di tutti. Già mesi fa volentieri ho aderito insieme a colleghi di tutto il mondo alla iniziativa lanciata dal bravissimo Umberto Squarcia per una petizione che lo auspicava. Rifirmerei subito. Ma vivo anche con i piedi per terra, poiché provengo da una genia che il mio amico Ermanno Lori (poi scopertosi lontano parente) ha ricostruito con pazienza pluriennale andando a ritroso fino al 1600, per scoprire che sono stati tutti contadini. Perciò mentre chiedo venia, perché «son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato», comprendo anche che se AstraZeneca ha usufruito degli sgravi fiscali del Regno Unito, ne ha utilizzato le risorse, ha sfruttato l’intelligenza dei propri ricercatori forgiatisi nelle Università pubbliche, il tutto pagato prima di tutto dai soldi delle tasse dei cittadini britannici, non può lasciarci meravigliati il fatto che vogliano essere certi che gli stessi cittadini britannici non restino senza dosi del vaccino, restituendo perlomeno il favore. Lo stesso vale per Pfizer e Moderna negli Usa.

Dove sono le nostre Astrazeneca, Pfizer e Moderna? Chimica e farmaceutica erano un nostro vanto nel dopoguerra. Siena è stato uno dei fiori all’occhiello per lo studio dei vaccini, coordinato per tanti anni da un valente Rino Rappuoli. Ad Alghero si è formato un nucleo di ricerca farmacologica contro il Sars-CoV-2 (il virus responsabile del Covid-19) che riunisce, oltre al nostro gruppo, l’Università e la Regione autonoma Sardegna. Tanti altri ricercatori in Italia si sono convertiti o riconvertiti allo studio dei virus. Ma siamo una goccia in un oceano. Non esiste nel nostro paese una struttura di sviluppo di farmaci e vaccini in grado di portare una potenziale terapia «dalla idea di laboratorio al letto del paziente». E tuttavia siamo l’ottava potenza mondiale. Tutti sognano un viaggio in Italia, siamo attraversati da turisti tutto l’anno, non a caso siamo stati i primi ad importare il virus. Ma cosa stiamo facendo in concreto per osteggiarlo?

Come quel vecchio giardiniere che ormai parla con le sue piante io parlo con i miei virus. Mi raccontano storie. Mi dicono che non sono politicizzati, non sanno cosa sia destra o sinistra, non hanno un parlamento, però ci tengono a dirmi che sono molto democratici e sinceramente antirazzisti. E lo dimostrano. Infettano tutti quelli che possono, senza nessuna distinzione. Odiano soltanto chi indossa la mascherina. Coloro che la tengono a coprire solo la bocca ma lasciano libero il naso no, anzi, li divertono un mondo. È un po’ per loro come giocare a nascondino e quando entrano si sentono appagati come se «ci prendessero per il naso». E se sono virus di Parma mentre infettano amano chiosare «picén si, mo cojón no» [sarò anche piccolo ma non sono stupido]. Senza mezzi termini mi hanno detto non sto loro simpatico. Per niente. Invece dispiace a loro infettare chi osteggia la ricerca o fischietta facendo finta di nulla quando è il momento di finanziarla, ma anche se a malincuore lo devono fare perché si sa, il lavoro è lavoro.

Un anno fa i primi pazienti Covid sono entrati nel nostro ospedale in Parma. Ed è iniziato l’inferno. Non basta oggi leccarsi le ferite e commemorare i caduti. Quelli non li dimenticheremo mai. Ma non dimentichiamo chi con pazienza sta già costruendo il futuro. Non lasciamo soli chi cerca di identificare nuovi farmaci, che sta pensando a nuovi vaccini (immunizzazione attiva) nel caso emergessero varianti del virus resistenti a quelli attuali, a chi sperimenta anticorpi monoclonali o trasfusioni di plasma da pazienti infetti con alta carica di anticorpi (immunizzazione passiva). Non lasciamoli senza o con poche risorse, perché i vaccini attuali da soli potrebbero non bastare. È probabile che la vittoria contro il coronavirus debba passare da un approccio multidisciplinare, che vada dalla immunizzazione alle terapie farmacologiche, passando per la disinfezione degli ambienti. Un singolo presidio terapeutico potrebbe non essere sufficiente, ma quando ce ne dovessimo accorgere potrebbe essere tropo tardi. Investiamo nel nostro futuro affinché il futuro non investa noi. Siamo lontani, anzi lontanissimi, dall’avere fatto abbastanza. Le risorse di cui la ricerca ha bisogno sono oltretutto ben più modesta delle migliaia di miliardi che si stanno bruciando in questi giorni, mentre invece potrebbe evitarne la perdita. E, soprattutto, potrebbe evitare di perdere ancora quegli amici, quei medici, infermieri, farmacisti, che hanno fatto si che noi siamo ancora qui a raccontarlo. Investiamo, ed investiamo ora.

 

 

 

«Il miglior momento per piantare un albero l’abbiamo perso, è stato vent’anni fa. Il secondo miglior momento è oggi»

Proverbio Zulu

 

 

 

 

 

 

Franco Lori Siena, Anno Domini 1348. Il Duomo è monumentale. Troneggia su una città che è una delle maggiori potenze mondiali del Basso Medioevo. Celebra la sua prosperità, la rinascita delle attività e professioni che producono ricchezza, il nuovo...

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