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Testimonianze

118, voci e sirene per la prima cura contro il Covid

24 febbraio 2021, 05:06

118, voci e sirene per la prima cura contro il Covid

ROBERTO LONGONI

Prima venne la paura. Poi, si scoprì quanto fosse fondata. Prima squillarono i telefoni in centrale, tutti insieme e senza posa. Pochi giorni, e le domande di informazioni divennero richieste d'aiuto: agli squilli dei telefoni si accompagnarono le grida incessanti delle sirene. Oltre a portare i pazienti al Maggiore, nelle loro corse le ambulanze diffondevano per le strade il pianto delle case. È trascorso un anno da quando anche Parma cominciò ad avere il terrore di respirare. Un anno esatto, da quando Parmasoccorso (la centrale di via del Taglio che gestisce le emergenze della nostra provincia oltre a quelle di Reggio Emilia e di Piacenza) registrò il picco di chiamate: il 24 febbraio ne ricevette 1.996, a fronte delle 480 di media del periodo, già di per sé non troppo tranquillo, a causa dei mali di stagione.

«Il numero di telefonate al 118 - ricorda Antonio Pastori, coordinatore della Rete dei 118 in regione e dirigente della centrale di Parmasoccorso - in quattro giorni si quadruplicò. Si rivolgeva a noi chi aveva rapporti di lavoro con la Cina, chi era stato a Codogno, chi sentiva strani sintomi. E così raddoppiammo gli operatori, impiegandone 15 anziché i soliti sette.   Ma il 24 febbraio, a fronte di 170 chiamate per il Covid dal nostro territorio e di quattro interventi di emergenza, i trasporti in ospedale furono solo due». Il picco fu altrettanto rapido a ridursi, quando entrarono in funzione numeri verdi e altre fonti d'informazione ministeriali e locali.

Veloce e inesorabile, la curva tornò a salire in marzo. «Il 12 - ricorda Pastori - a Parma si ebbe il numero più alto di chiamate per il Covid: 262, con 141 emergenze e 94 pazienti trasportati. Ma il numero più elevato di ricoveri fu il 16: 122, a fronte di 162 emergenze per 240 chiamate». Poi, il lockdown cominciò a fare effetto. Ma un giorno senza ricoveri di pazienti anche solo sospetti Covid a Parma non c'è più stato. E in ottobre la curva è tornata a salire, anche se senza i picchi della prima. In ottobre il numero massimo di ricoverati per Covid è stato di 22 il 24, in novembre di 27 il 6 e in dicembre di nuovo di 22 il 7. Da allora l'emergenza maggiore è stata il 10 febbraio, con 28 ricoveri. Infine, il dato più aggiornato, di lunedì, è di 16 pazienti trasportati al Maggiore con sintomi Covid. «Ora - prosegue Pastori - c'è molta più consapevolezza. Nella prima ondata, si soccorrevano persone in uno stato avanzato della malattia; in questi mesi, invece, la chiamata al 118 è anticipata e il contatto con la medicina territoriale è molto più solido».

Anche se l'incubo sembra non finire mai. «Abbiamo sprecato l'enorme vantaggio del lockdown, tornando a una pressione importante - dice Adriano Furlan, direttore medico della centrale di Parmasoccorso -. Solo con i vaccini se ne uscirà: queste varianti sono un'incognita». Intanto, si deve ancora puntare sulla prevenzione sociale. Solo così si potrà ancora dire «andrà tutto bene». Chi è impegnato sul fronte dell'emergenza ce l'ha messa tutta, perché andasse nel miglior modo possibile. «Pensiamo anche alla straordinaria risposta del volontariato che ha raddoppiato le ambulanze - ricorda Furlan -. La chiusura di molte attività ha aiutato, ma la disponibilità dei singoli è stata massima».

L'emergenza Covid ha avvicinato ancora di più i professionisti del 118 ai volontari. «Sia da una parte che dall'altra si è messo tutto ciò che si aveva. E ancora sta accadendo». Anche le attenzioni dedicate a chi andava in prima linea hanno rafforzato lo spirito di squadra. Nessuno si è sentito mandato allo sbaraglio. «Abbiamo dedicato una cura estrema alla tutela dei nostri operatori e dei volontari, anche con meccanismi messi a punto durante la pandemia - prosegue Furlan -. Il numero di infetti è stato contenuto ed è più che altro legato ad attività personali e non di soccorso. E ricordiamoci quanti incontri ravvicinati con il virus sono stati affrontati».

Parmasoccorso ha avuto 9 positivi e un malato grave. Ma nessuno si è mai tirato indietro. «La risposta del gruppo è stata straordinaria, come quella di tutte le unità operative dell'ospedale - ricorda Marco Boselli, coordinatore senior del 118 Emilia Ovest -. Si è dato vita a una solidarietà e un'organizzazione incredibili». Soccorritori dell'anima, oltre che dei corpi. In un primo tempo, quante sono state le chiamate di chi non sapeva più niente di un familiare ricoverato, fino a quando il dottor Michele Tardio non è rientrato dalla pensione per diventare un punto di riferimento in questo fronte nevralgico. «Anche i parenti a casa stavano male. Chiamavano il 118, per chiedere notizie di un loro caro: e tu ti vestivi bene, partivi, ti intrufolavi in reparto, magari per scoprire che quello sconosciuto era morto. Oppure che respirava ed era in attesa della Tac, e allora era motivo di gioia anche per te condividere l'informazione con la famiglia».

Gioie e dolori altrui sono diventati anche propri. Come nel caso dell'anziano della Valle dei Cavalieri che si affezionò a Boselli. «Gli diedi il cellulare, per rispondere sempre alle sue domande. Quando finalmente lo richiamai, per dirgli che un'ambulanza lo stava per raggiungere, non rispose. Era morto. Non c'è stato operatore che non abbia sofferto per casi come questo». Ma del dolore si è fatto anche tesoro, pur mettendocela tutta per evitarlo. «Questa emergenza ci ha cambiati molto. Abbiamo imparato a dare ancora più valore agli aspetti emozionali del nostro lavoro. Abbiamo migliorato le nostre capacità di organizzare, accogliere e prendere per mano. Siamo stati anche fortunati rispetto a chi andava sul territorio, chiuso in una tuta e più esposto ai rischi, senza possibilità di contatti. Noi, anche al telefono, potevamo curare con la voce». C'è chi lo ha fatto con loro, dall'altra parte del filo. «Un giorno d'aprile chiama una signora. Mi dice: “Io problemi non ne ho, ma vorrei salutarvi uno a uno e ringraziarvi per quello che fate”. Fu come una medicina: e a volte ne abbiamo bisogno anche noi».

 

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