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Intervista esclusiva

Guido Silvestri: «Varianti, ci si protegge così»

di Anna Maria Ferrari -

24 febbraio 2021, 05:05

Guido Silvestri: «Varianti, ci si protegge così»

Rischio varianti, reale efficacia dei vaccini, cosa fare per proteggersi dal virus mutato: ne parliamo con Guido Silvestri, professore alla Emory University di Atlanta, uno dei più importanti virologi al mondo.

La scommessa di tornare a una vita normale si gioca sui vaccini. Ma i vaccini ci possono garantire protezione anche dalle varianti che stanno circolando sempre più?

Il problema delle varianti è complesso e non si può trattarlo a fondo in un'intervista. Quello che possiamo dire è che le due varianti più diffuse, quella inglese e quella sudafricana, sono comunque neutralizzate in modo efficiente dai sieri delle persone vaccinate con i vaccini Pfizer e Moderna, e questa sicuramente è una buona notizia.

 

I virologi ci dicono che la variante inglese è più contagiosa: perché? Quali sono le modalità di trasmissione del Sars-CoV-2 mutato secondo la variante inglese? Che cosa cambia nelle modalità di trasmissione rispetto al Sars-CoV-2 della prima ondata?

La variante inglese è considerata più contagiosa in quanto si è visto che in diversi Paesi ha soppiantato nel giro di pochi mesi il virus "originale", il che dimostra che può trasmettersi più facilmente. Sui motivi esatti dal punto di vista molecolare e cellulare che stanno alla base di questa maggiore capacità di diffondersi si stanno facendo molti studi, ma al momento ancora alcune domande piuttosto poco chiare.

 

Nella vita quotidiana, dobbiamo usare maggiori precauzioni rispetto alla prima e seconda ondata? Oltre che con la vaccinazione, come possiamo difenderci?

In questo momento la cosa più logica è accelerare il più possibile con le vaccinazioni, cercando nel frattempo di usare soprattutto quelle forme di limitazione del contagio, come per esempio le mascherine, il tracciamento e l'isolamento dei contatti, che sono meno "costose" dal punto di vista sociale ed economico. Mentre i cosiddetti lockdown andrebbero usati con parsimonia, in modo limitato nello spazio e nel tempo, ed aiutando le persone e le categorie che sono danneggiate dalle chiusure.

Come si affrontano le varianti dal punto di vista “pratico”?

Vale quanto ho detto nella domanda precedente. Aggiungo che la questione varianti si affronta in primo luogo sequenziando il virus per individuare le mutazioni in tempi rapidi; in secondo luogo bisogna monitorarne il diffondersi dal punto di vista epidemiologico per intervenire con azioni mirate a ridurre la circolazione; in terzo luogo con la produzione di vaccini e anticorpi monoclonali che neutralizzino le nuove varianti rapidamente e in modo ottimale. Penso, ad esempio, ai richiami dei vaccini.

 

Molte persone in Italia rifiutano il vaccino AstraZeneca: secondo lei è un errore? Vale la pena di vaccinarsi anche se la protezione offerta è minore rispetto ai vaccini PfizerBioNtech e Moderna?

Sì, a mio avviso è un errore rifiutare il vaccino AstraZeneca. Se si muore di sete è meglio bere un bicchiere d'acqua pieno a tre quarti piuttosto che aspettare che arrivi il bicchiere pieno. Ricordiamoci anche che la protezione che offre il vaccino AstraZeneca dai casi severi di COVID è molto buona (un po' meno quella nei confronti dei casi lievi).

Con le varianti sarà necessario rimodulare i vaccini? E quanto tempo ciò potrebbe comportare?

Per i vaccini a RNA i tempi non dovrebbero essere lunghissimi, in quanto questa tecnologia permette di allestire rapidamente nuove forme di vaccino con una sequenza di RNA diversa da quella originale. Ed infatti Pfizer e Moderna sono già in fase di preparazione di una nuova generazioni di vaccini che possa coprire in modo ottimale anche le nuove varianti.

C'è il rischio che il virus si “attrezzi” con mutazioni che resistano ai vaccini esistenti? Se sì, come si può scongiurare tale rischio?

Il rischio teorico esiste, ma bisogna anche ricordarsi che la capacità del virus di mutare non è infinita, anche perché comunque la proteina Spike deve mantenere la capacità di legarsi al recettore ACE2, che è necessario al virus per entrare nella cellula dell'ospite. Detto questo, è importante monitorare la presenza e la diffusione di nuove varianti attraverso la cosiddetta sorveglianza epidemiologica.

Cosa pensa della strategie “a zone” (giallo-arancione-rosso) adottata dal nostro Paese?

A me non spiace questa strategia in quanto guidata dall'analisi dei dati disponibili ed introduce un importante criterio di flessibilità geografica, che io semmai estenderei al livello provinciale e comunale oltre che regionale. Poi come sempre si può discutere su alcuni aspetti specifici della strategia a colori, ma direi che la sua applicazione ha dato risultati in generale abbastanza positivi.

Perché il COVID riduce in fin di vita certe persone, mentre lascia altre asintomatiche? Ci sono ragioni genetiche su cui la scienza sta indagando?

Fattori genetici sono sicuramente molto importanti anche se ancora abbiamo molto da imparare. Però già da adesso ci sono studi che dimostrano come certe varianti geniche soprattutto a livello di molecole che regolano la risposta immunitaria contro i virus sono associate in modo significativo all'insorgenza di casi di COVID più severo.

Secondo lei, quanto dovremo convivere con il virus? Ci sarà una terza ondata?

Il virus del COVID non sparirà del tutto, questo ormai lo sappiamo, e probabilmente diventerà una infezione endemica come l'influenza. Però è importante che il numero dei casi e dei decessi si riduca a livelli tollerabili (grazie soprattutto ai vaccini!) così da poter far ripartire in pieno le nostre società.