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Disperso sul Monte Caio

Paolo Diobelli: «Mio fratello sepolto da 60 giorni sotto la neve: devo trovarlo io»

di Maria Chiara Pezzani -

25 febbraio 2021, 05:07

Paolo Diobelli: «Mio fratello sepolto da 60 giorni sotto la neve: devo trovarlo io»

SCHIA Da sessanta giorni Andrea Diobelli è disperso sul Monte Caio e il fratello Paolo non ha mai smesso di cercarlo.

Un imperativo che risuona nella testa, domina le emozioni, non lascia spazio ad altri pensieri: «Devo trovare mio fratello».

Una frase che Paolo ripete dal primo giorno, da quel 29 dicembre quando è scattato l’allarme per il mancato ritorno di Andrea, salito sul Caio per un’escursione. Sono due mesi che i famigliari vivono in una sorta di limbo, aggrappati al desiderio di poterlo ritrovare. Perché solo la vista, il tatto, possono concretamente rappresentare l’inizio di un’elaborazione.

«Lo stato d’animo è particolare – racconta Paolo -. Vivo in una situazione di sospensione, con la sensazione, maturata anche dalla mia famiglia, di sentirsi abbandonati dalle Istituzioni. Poi scatta un meccanismo di autodifesa per mantenere la lucidità e la freddezza necessaria, perché questo non è il momento di dare spazio all’emotività». Da appassionato dello sport e della montagna, Andrea ha imparato ad amare il Monte Caio. Complice il suo lavoro a Parma, da anni frequentava la montagna parmense per praticare il parapendio o per lo scialpinismo. Paolo invece ha iniziato a conoscerlo il primo giorno in cui sono iniziate le ricerche. Cartina alla mano ha studiato le superfici, ha imparato i nomi dei luoghi, li ha battuti diverse volte.

«Da quel giorno ho percorso 200 km per setacciare la zona, 80 le ore di ricerca – sottolinea -. Le ipotesi di cosa possa essere accaduto sono tante, ma dopo 60 giorni non ho ancora escluso la principale, perché la zona non è stata bonificata: mio fratello è sepolto sotto la neve nel versante ovest del Monte Caio, quello che dal Grande Faggio porta verso il bivio di San Matteo. Da profano, ci sono dei dati oggettivi che vanno considerati. Le foto geolocalizzate, il profilo orario che ci indica la direzione, la cella telefonica agganciata, il messaggio che ha scritto in una chat in cui diceva che andava verso il Monte Caio: dati che indicano che mio fratello si potrebbe trovare in quella zona boschiva tra i 1300 e 1500 metri, con attuali condizioni di neve che vanno da 0 a 1,50 metri, che effettivamente impediscono la ricerca a vista e sarebbe necessario l’uso delle squadre cinofile».

A questi dati si sommano altre certezze, tra cui la testimonianza di un altro escursionista. «Mio fratello non conosceva il versante del Grande Faggio, non ci era mai stato – continua a raccontare Paolo -. Un particolare confermato dalla sua compagna e da Garmin connect, che utilizzava per gli allenamenti.In più c’è l’importante testimonianza di una persona che è passata poco dopo su quella strada: lui aveva le ciaspole e ha visto le tracce di uno sci stretto, come quelli che utilizzava Andrea. I binari, le uniche tracce sulla neve immacolata, lo avevano colpito perché deviavano al bivio che porta al Grande Faggio. Lui ha proseguito verso il Caio e quando è tornato verso le 18 ha notato che non c’erano le tracce di ritorno, nemmeno sulla strada principale che stava percorrendo. La conclusione è che mio fratello non è mai rientrato ed è un particolare fondamentale perché esclude tutte le ipotesi».

Paolo spiega dettagliatamente i percorsi che in questi lunghi giorni ha battuto, le zone che lui stesso ha setacciato e che ora considera bonificate. «Un punto pericoloso è la zona detta Lagolaio. Ci ho trascorso quattro giorni in quei canaloni, il primo giorno con la neve, gli altri tre era rimasta solo quella valanghiva nei canaloni. Non c’è nessun segno di un’eventuale caduta, uno sci, una racchetta, nulla. Lo abbiamo percorso a risalire, con un dislivello di 500 metri e sono abbastanza certo che non sia laggiù».

Nella sua lotta per trovare il fratello, Paolo ha incontrato persone che hanno compreso il suo desiderio, che lo hanno aiutato nelle ricerche e che ora hanno attivato squadre specializzate dai altri territori. Anche un gruppo di 60 alpini è pronto ad aiutare Paolo, ma rischiano di essere bloccati dalle restrizioni. La speranza che arrivi il momento di rivedere Andrea. Attendere ancora significa prolungare questo infinito limbo e rischiare che il tempo e gli animali si possano accanire sul suo corpo.

«Ho incontrato persone che si sono prese a cuore la nostra situazione. Ringrazio i tanti amici che mi hanno aiutato, che hanno dormito in un furgone al freddo per essere con me alle 8 pronti per le ricerche – conclude Paolo -. Una cosa inaspettata e straordinaria in mezzo a questa tragedia». Ieri un elicottero AB412 della Guardia di Finanza ha effettuato un sopralluogo, anche in vista della ripresa delle ricerche con squadre di terra, che oggi vedrà impegnati Saer, Sagf (Soccorso Alpino della Guardia di Finanza), Protezione vivile, vigili del fuoco e carabinieri.