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L'Intervista

Bruno Pizzul, la voce del calcio

08 marzo 2021, 05:01

Bruno Pizzul, la voce del calcio

Una delle voci più amate dagli sportivi italiani. Ha raccontato le partite della nazionale azzurra di calcio in cinque mondiali con grande professionalità e competenza, mai sopra le righe, con la sua voce calda e nasale, facilmente riconoscibile.

Nel suo passato, prima di diventare telecronista sportivo, anche le esperienze di calciatore - è arrivato in serie A, quando vestiva la maglia del Catania, ma non vi ha mai giocato - e di insegnante alle scuole superiori. Lui è Bruno Pizzul che, dopo una vita a Milano, è ritornato nella sua Cormons, in provincia di Gorizia, e oggi festeggerà gli 83 anni.

Lei, prima di diventare giornalista sportivo, è stato anche calciatore: cosa ricorda di quel periodo?

«Ho cominciato a giocare a pallone all’oratorio, poi nella Cormonese, in Quarta Serie, successivamente a Catania, Ischia e di nuovo Catania. Giocavo come centromediano, quello che poi fu chiamato stopper o difensore centrale. E’ stato un periodo importante della mia vita: posso dire che quest’esperienza mi è servita, positivamente, per la mia professione successiva.

Cormons è conosciuto, tra gli sportivi, anche per due arbitri.

«E’ un paese che, oltre ai calciatori, ha avuto due arbitri di caratura internazionale come Toselli e Barbaresco, in un periodo in cui gli internazionali in tutta Italia erano cinque o sei».

Ma ritorniamo a lei, dopo la laurea c’è stato l’insegnamento?

«E’ stato un periodo della mia vita che ricordo con piacere e con un po’ di nostalgia. Da calciatore, infatti, ho sostenuto gli esami all’università nelle varie città in cui giocavo e così mi sono laureato. Poi ho ottenuto l’abilitazione all’insegnamento e prima di andare al concorso per la Rai, dove fui iscritto da altri, insegnavo e mi avevano già chiamato per la cattedra di Storia e filosofia al liceo scientifico di Monfalcone».

Parliamo dell’assunzione nel 1969 alla Rai.

«Non ci avevo mai pensato di diventare un giornalista sportivo anzi mi erano antipatici: con loro, quando giocavo a pallone, non ero mai stato tenero. E’ capitato per caso: è stato più semplice del previsto».

Ma come avvenne?

«A Radio Trieste fecero un concorso per programmisti a cui, però, non si presentò nessuno. Così decisero di inviare una lettera a tutti i giovani laureati della regione: arrivò anche a me e con un mio collega ci presentammo al colloquio. Il primo fu di cultura generale, poi ne feci ancora un paio prima di andare alla prova come programmista a Roma. Nella commissione che mi esaminava c’era anche Paolo Valenti: durante il colloquio emerse che avevo giocato a calcio. Così, alla fine della conversazione, Valenti mi disse che c’era un concorso per radio-telecronisti: fu lui stesso ad iscrivermi. E alla fine mi ritrovai, dall’oggi al domani, a svolgere una professione a cui non avevo mai pensato».

Con quale partita debuttò come telecronista?

«Fui assunto a Milano e qualche tempo dopo, un po’ a sorpresa, mi mandarono a Como per lo spareggio dei quarti di finale di Coppa Italia tra Bologna e Juventus (8 aprile 1970, 1-0 per gli emiliani ndr), che si giocava alle 15. Alle 10.30 ero pronto per partire con l’autista quando passò dalla Rai il collega Beppe Viola che mi disse: “Dove vai?”. Quando risposi che andavo a Como, replicò: “Così presto, ma sei pazzo. In mezz’ora ci si va” e mi disse di salire in auto con lui. Andammo a pranzo e, con calma, ci avviammo verso Como: purtroppo non calcolammo che tutta la Brianza bianconera si dirigeva verso lo stadio e alla fine arrivai con un quarto d’ora di ritardo. La fortuna fu che la partita andava in differita e quando tornai in redazione riuscii a recuperare il tempo perduto. Ma i capi mi fecero un grande “cazziatone”».

E quando avvenne l’esordio in campo internazionale?

«Nel 1970, per i campionati mondiali di calcio in Messico, fui aggregato come quarto telecronista, accanto a mostri sacri come Nicolò Carosio, Nando Martellini e Giuseppe Albertini, che raccontava le partite per la Svizzera italiana. Fu un’avventura incredibile perché mai mi sarei aspettato di andare ai mondiali. Feci tutte le telecronache delle partite del girone di Leon, in cui figuravano Germania Ovest, Bulgaria, Perù e Marocco. E soprattutto il quarto di finale, sempre a Leon, tra Germania Ovest e Inghilterra, che era la ripetizione della finale mondiale di quattro anni prima. Una partita ricca di emozioni con gli inglesi in vantaggio per 2-0, poi raggiunti sul 2-2 e il gol del 3-2 dei tedeschi nei supplementari. Gli stessi tedeschi che, successivamente, affrontarono l’Italia in quella che tutti ricordano come “la partita del secolo”, finita 4-3 per gli azzurri».

Come si preparava per una telecronaca?

«Fondamentalmente sono un grande pigro e con un pizzico di presunzione, visto che erano tutti calciatori conosciuti, secondo la mia mentalità, raccontavo di getto. Mi preparavo solo quando commentavo il torneo giovanile di Viareggio visto che non conoscevo gli atleti in campo. Oggi certamente è diverso anche se, ai miei tempi, dicevano che parlavamo troppo, c’era un’eccessiva ridondanza lessicale anche perché la televisione è soprattutto immagini. Non ho mai risentito le mie telecronache e non ho mai avuto una concezione eroica della professione».

Lei era la voce di Juventus-Liverpool il 29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni, con la strage dei tifosi allo stadio Heysel, di Bruxelles: cosa ricorda di quella tragica serata?

«Un ricordo angoscioso che turba, ancora oggi, i miei pensieri. E’ una grande ferita nel mio cuore. E’ inaccettabile che per una partita di calcio ci siano stati 39 morti».

Tra le tante partite commentate quale ricorda con più emozione?

«Come ho già detto, Germania Ovest-Inghilterra nel mondiale 1970 in Messico perché fu un condensato di emozioni, come tutte le partite del girone eliminatorio di Leon. Insomma, un tuffo in un mare di emozioni. Senza dimenticare le partite dell’Italia».

A tal proposito, lei ha raccontato la Nazionale azzurra dal 1986 al 2002 tra gioie e delusioni?

«Raccontare l’Italia è un punto d’arrivo per qualsiasi telecronista, è molto coinvolgente ma posso aggiungere che, anche prima dell’Italia, ho avuto la fortuna di vedere partite stupende: certo a un’Italia-Lussemburgo preferisco un Germania-Inghilterra, come feci nel 1970».

Qualche rammarico legato agli azzurri?

«Certamente avrei voluto vedere la Nazionale azzurra campione del mondo a Italia ‘90 perché era una squadra che giocava bene. Siamo stati sfortunati ad incontrare l’Argentina proprio a Napoli, in qualsiasi altra città avremmo vinto. Diversa la situazione vissuta a Usa ‘94 quando abbiamo raggiunto la finale per il rotto della cuffia e poi l’Italia fu sconfitta ai rigori».

Come sono stati i rapporti con i colleghi?

«Ho avuto a che fare con dei mostri sacri come Carosio e Martellini: il primo aveva un carattere spigoloso però mi prese in simpatia. Un aggettivo per definirli? Carosio, un burbero benefico; Martellini, un gentiluomo».

E come definirebbe Pizzul?

«Ha saputo prendersi non troppo sul serio, mantenendo un basso profilo, più persona che personaggio».

Tanti la ricordano per il calcio ma lei ha commentato anche pugilato, ciclismo e canottaggio?

«Mi piaceva il ciclismo ma c’era Adriano De Zan che non voleva rompiscatole. Così quando lui andava in ferie, tra il Giro d’Italia e il Tour de France, toccava a me commentare il Trittico lombardo. Debbo dire, comunque, che amavo tutte le discipline. C’è un episodio legato alle Olimpiadi di Monaco del 1972: stavo tornando da Augsburg dopo aver fatto la telecronaca di canoa fluviale quando mi dicono dalla redazione di recarmi subito a commentare la finale di judo. Fui preso alla sprovvista, non conoscevo quella disciplina sportiva e dissi un sacco di stupidate. Alla fine mi telefonò il mio amico Enzo Jannacci, che conosceva bene il judo, dicendomi che aveva registrato tutto e che mi avrebbe potuto ricattare per anni. Adesso è diverso perché per ogni disciplina c’è un esperto, allora non era così».

 

Come è stato il rapporto con Parma? Lei ha vinto il Premio “Sport Civiltà” per radio tv nel 1990?

«A Parma si mangia e si beve bene, ha quell’aria da capitale di cui si fa gloria. Ho potuto raccontare le imprese del Parma in serie A sia in campo nazionale e internazionale. Ricordo l’amico Silvio Smersy, abile nel raccontare le barzellette e pittore che riusciva a Milano Marittima a vendere le sue tele ai tedeschi. Ricordo molto volentieri anche Nevio Scala».

Ma per quale squadra fa il tifo?

«Tifare mi sembra una parola eccessiva. Da ragazzo, con i miei coetanei, ero tifosissimo del Torino, poi divenuto il Grande Torino. Nel dopoguerra, nel mio paese, la situazione non era delle migliori. Così il prete, grazie ad un pallone, riuscì a catturare l’attenzione di noi ragazzi, portandoci all’oratorio, dove i più grandi, tutti tifosi della Juventus, non ci facevano mai giocare: così noi, per ripicca, finimmo per sostenere il Torino. Poi, negli anni, avendo giocato, seguivo con interesse le squadre dove militavano i miei amici. Ora, ritornando a vivere in Friuli, seguo le sorti dell’Udinese e anche della Triestina: tra le due squadre esiste un’antica rivalità. Quando abitavo a Milano ero amico di interisti e milanisti, indistintamente».

Parliamo del campionato: è l’Inter la grande favorita per lo scudetto?

«Premetto che è un campionato anomalo, purtroppo la pandemia ha svuotato gli stadi e senza pubblico manca qualcosa allo spettacolo. Certo l’Inter, che ha forti individualità, è l’indiscussa favorita per lo scudetto».

 

Una delle voci più amate dagli sportivi italiani. Ha raccontato le partite della nazionale azzurra di calcio in cinque mondiali con grande professionalità e competenza, mai sopra le righe, con la sua voce calda e nasale, facilmente riconoscibile. Nel...

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