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Bertolucci e il mistero del cinema

10 marzo 2021, 05:01

Bertolucci e il mistero del cinema

FILIBERTO MOLOSSI

 

«Il cinema è accecante». Forse, se potesse essere (e no, non può) contenuto, ricompreso, in una sola frase, il mistero di Bernardo starebbe proprio in quelle quattro parole definitive e implacabili. Come una nemesi estrema e finale, uno specchio assassino, un colpo di scena imprevisto e imprevedibile: dove l'atto di vedere - il supremo gioco del cinema - è in realtà quello che ti rende cieco. Che forse è l'unico modo per vedere (e capire) «davvero».

C'è tutto Bertolucci, il suo mito e il suo pensiero, nelle 96 pagine da leggere tutto d'un fiato de «Il mistero del cinema», il libro (edito da La nave di Teseo) da domani in libreria, che rende al mondo la tesi che l'ultimo imperatore scrisse in occasione della laurea honoris causa a Parma, ma che non volle, quasi per una sorta di pudore, mai pubblicare. Oggi quel testo illuminante e unico diventa invece il regalo per gli 80 anni che il maestro del cinema avrebbe compiuto il prossimo 16 marzo: grazie soprattutto all'intraprendenza del docente di Storia del cinema e assessore alla Cultura Michele Guerra e alla generosità della moglie del regista, Clare Peploe.

«Qui dentro - spiega Guerra - ci sono cose che Bernardo non ha mai detto a nessuno: e pensa che all'inizio nemmeno la voleva scrivere questa tesi che poi lesse sul palco del Regio. “Figurati, - mi rispose -, non ci penso nemmeno: vado a braccio”. Poi per fortuna si convinse: “Vieni qui un paio di pomeriggi, parliamo un po'”. Per me - puoi immaginare - furono due giornate indimenticabili: Bernardo parlava a ruota libera, della sua vita, della sua famiglia, del mistero del cinema. Ho riscritto quello che mi aveva detto, poi lui l'ha rivisto ancora: alla fine, il giorno della laurea, un po' ha seguito quel testo e un po' ha improvvisato. Ma al momento di pubblicarlo, mi ha detto che aveva dei dubbi: gli capitava spesso di averli, inspiegabilmente, con le cose che scriveva. Ma ora, in occasione degli 80 anni, ho pensato che sarebbe stato un peccato non rendere edito quel testo scritto in occasione della sua ultima volta a Parma». Il resto è storia recente: «Elisabetta Sgarbi si è innamorata del testo, l'ha definito folgorante, e ha voluto assolutamente pubblicarlo: con un saluto di Clare e la mia postfazione, che ho intitolato “L'ultimo Bertolucci”, così come Bernardo continuava a definirsi in quei giorni».

Cos'era per Bertolucci il mistero del cinema?

«Non l'ha mai saputo spiegare: diceva che dopo 50 anni di cinema non l'aveva ancora capito. Ma di certo ha passato tutta la sua vita alla ricerca di questo mistero: senza davvero però volerlo scoprire, Godeva di questa ricerca - un capitolo del libro si chiama “camerasutra” -, come quando con l'amico Rocha sfidavano pubblico e critici con quelli che in un loro codice segreto, chiamavano “miura”, film indomabili e impossibili da capire, come “Partner”, contro cui, spiegava il regista, “dovevi sbatterci le corna”. In realtà. Bertolucci non voleva assolutamente ridurre quello che faceva a una comprensione razionale . Quando girava si affidava molto anche all'istinto. E aveva imparato la lezione di Renoir: “Lascia sempre una porta aperta sul set - gli raccomandò - perché il caso può regalarti qualcosa che non ti aspetti”».

Ma alla fine tu sei riuscito a decifrarlo il mistero Bertolucci?

«Guarda, pensa che alla morte di Bernardo ho scritto un pezzo che si intitolava proprio “Le mystère Bertolucci” dove sostenevo che il video di 35 minuti montato da Jacopo Quadri che Bernardo mostrò a Parma in occasione della laurea era un po' la chiave d'accesso al mistero del suo cinema: ti faceva vedere e rendeva chiari contatti e collegamenti tra i suoi film che nemmeno potevi immaginare. Ma d'altra parte il mistero in Bertolucci torna sempre: non a caso anche la sua raccolta di poesie, che viene ripubblicata in questi giorni da Garzanti a cura di Gabriella Palli Baroni, si intitola “In cerca del mistero”

Che giorni furono per Bertolucci quelli della laurea honoris causa?

«Giorni molto emozionanti: c'era un mondo che, in ogni angolo, gli parlava della sua famiglia. Come quando nel camerino del Regio riservato al direttore d'orchestra trovò le poltrone utilizzate nella “Traviata” dal fratello Giuseppe. Fu una cosa assolutamente casuale, ma lo commosse molto. Bernardo fu straordinario: si prestò a qualunque cosa, ha incontrato mezza città in quei giorni. Credo che per lui sia stato un momento di vera riappacificazione con la sua Parma».

Che ora si prepara ad omaggiarlo il 16 con uno stendardo sul palazzo del Governatore, mentre «i cinema d'essai apriranno simbolicamente le porte e in streaming presenteremo i libri a lui dedicati». Non per svelare infine il mistero: ma perché continui per sempre.

 

 

FILIBERTO MOLOSSI «Il cinema è accecante». Forse, se potesse essere (e no, non può) contenuto, ricompreso, in una sola frase, il mistero di Bernardo starebbe proprio in quelle quattro parole definitive e implacabili. Come una nemesi estrema...

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