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ANNIVERSARIO

80 anni fa nasceva Bernardo Bertolucci

16 marzo 2021, 05:01

80 anni fa nasceva Bernardo Bertolucci

FRANCESCO MANNONI

 

«Io sono figlio di un poeta»: così Bernardo Bertolucci era solito affermare come ricorda nella sua bella introduzione Gabriella Palli Baroni, grande conoscitrice dell’universo poetico dei Bertolucci padre e figlio. In molte interviste Bernardo rivendicava, in modo fermo e chiaro, la discendenza predestinata e importante nella sua storia d’artista dal padre, Attilio Bertolucci, e aggiungeva, tracciando una propria biografia: «Come Judy Garland in ''È nata una stella'' (''A Star is Born'') io potrei dire: ''I was born in a trunk in a Paris theatre''. Voglio dire che in qualche modo sono figlio d’arte. Ho sempre saputo che mio padre, oltre a fare il professore di storia dell’arte in un liceo di Parma, era un poeta. Si sentiva spesso in casa una parola, usata nelle occasioni più bizzarre e anche buffe, imprevedibili, la parola ''poetico''. Il mio incontro con la poesia è stato estremamente naturale: volevo imitare mio padre e fino a un certo momento della mia vita ho pensato, con il conformismo dei bambini, che da grande avrei fatto il poeta».

 

«Buon sangue non mente» si potrebbe proverbiare senza dubbio di smentite, rileggendo la raccolta poetica «In cerca del mistero», che Bernardo Bertolucci pubblicò nel 1962. La Garzanti, in occasione degli ottant’anni del grande cineasta (li avrebbe compiuti oggi 16 marzo) ripropone ora questo promettente esordio con il quale vinse il Premio «Viareggio-Repaci» Opera prima, positivo segnale di una dinastia di artisti che andava costruendo in quel di Parma, leggendaria città d’arte in tutte le sue forme ed espressioni, autorevoli percorsi, che si aprivano a vasti e mutevoli cimenti. Arricchita per la prima volta di undici testi inediti, l’opera poetica di Bernardo Bertolucci - quasi una sorta di diario giovanile - con storie di famiglia, le donne amate, paesaggi parmigiani e una inquisizione intimistica che scruta sé stesso nel profondo, è una finestra aperta sulle sue aspirazioni giovanili, i suoi sogni acerbi e le sue già mature speranze di poeta. La casa editrice La nave di Teseo, pubblica invece «Il mistero del cinema» (pagine 112, 8 euro) in cui del regista premio Oscar è riportata la lectio magistralis pronunciata in occasione del conferimento della laurea honoris causa dall’Università di Parma nel 2014. Ne discutiamo con la studiosa Gabriella Palli Baroni.

 

Signora Palli Baroni, inizi poetici considerevoli ma poi Bernardo Bertolucci anziché un poeta diventa un regista, un maestro di film avvincenti dove lirismo intimo e protesta sociale trovano una dimensione universale: come ha travasato la poesia nel cinema?

 

Sono convinta che l’abbia travasata anche attraverso l’apprendistato paterno, la poesia del padre e la passione per l’arte cinematografica. Io ho curato gli Scritti sul cinema di Attilio in un volume corposo perché Attilio fu critico della Gazzetta di Parma dal 1945 sino al 1951, scrivendo giornalmente due o anche tre recensioni. In questi anni il bambino Bernardo ascoltava il padre che dettava al telefono agli stenografi i suoi pezzi. Bernardo ricordava molte di queste bellissime, spesso rapidissime cronache dei film. Attilio lo portava con sé al cinema a vedere i film dei capelloni e di guerra, e credo che sia stata questa educazione quasi infantile, che l’ha avviato e preparato ad entrare nella meraviglia di quell’arte. Forse Attilio non aveva esperienze di tecniche cinematografiche - su questo però ho dei dubbi, essendo stato collaboratore dei documentari di Antonio Marchi – ma era consapevole di tutto quello che era il cinema e gli deve aver comunicato fin da bambino il sentimento e lo spirito del tempo, la poesia delle immagini, il valore dell’artigianato.

 

Un nutrimento decisamente corroborante…

 

Io credo che lui si sia nutrito veramente della poesia, ma anche della cultura cinematografica del padre, che aveva cominciato a vedere i film del muto con Pietrino Bianchi negli anni tra il ‘25 e il ‘28. E nella scoperta dei grandi film del muto aveva coinvolto anche Cesare Zavattini che sembrava poco interessato, ma dopo aver visto la «Febbre dell’oro» di Chaplin si innamorò del cinema. Abbinando al cinema la poesia paterna - «lui era il mio microcosmo» diceva Bernardo e sempre sottolineava la presenza della poesia paterna nella sua vita – si è nutrito di quanto di meglio la cultura potesse offrigli. A un certo poi punto si è come allontanato con i suoi film (scherzando diceva «Bisogna uccidere il padre in qualche modo») ma in realtà non si è mai allontanato dalla poesia paterna né da quella vasta cultura che abbracciava, con la letteratura, la storia dell’arte, l’opera di Verdi e la musica jazz.

 

Che cosa lo teneva avvinto alla grande lezione paterna?

 

Attilio era stato oltre che un appassionato proustiano, amante di Baudelaire e altri poeti, sia italiani sia stranieri, e aveva accumulato una profonda conoscenza della poesia classica e contemporanea. Bernardo, sin da quando imparò a leggere, amò le poesie del padre che imparava a memoria. Tra i ricordi, che faceva affiorare e che legava al giardino di Baccanelli, vi era «La rosa bianca», la lirica di Attilio che apre «Fuochi in novembre» e offre, dedicata all’amata Ninetta, l’incanto del tardo fiorire di una rosa solitaria e l’incanto della donna «un po’ smemorata» nel passare degli anni: «C’è una poesia dedicata a mia madre che recita (cito a memoria): «Tu sei come la rosa bianca in fondo al giardino, le ultime api l’hanno visitata…». Se io arrivavo in fondo al giardino, che era piccolissimo, trovavo la rosa bianca. È un esempio di come la poesia, per me, non è mai stata qualcosa di legato alla scuola, come capita un po’ a tutti. Aveva piuttosto a che fare con la mia casa, il mio paesaggio quotidiano».

 

Tra poesia e cinema Bernardo ha avuto dal padre una scuola assai ricca, frequentata con animo vivace e disponibile. Sono testimone di certe conversazioni con Attilio sul cinema di Bernardo. Egli adorava i film di suo figlio, come se fossero epifanie, momenti particolari che restavano impressi nella sua memoria. E ricordo come sottolineasse che durante le riprese la camera di Bernardo «volava». Ammirava in lui la grande capacità di fare quello che Pasolini, che girava piani fissi, non aveva fatto in Accattone, mentre la camera del giovane assistente era sempre in movimento, come dimostrò dirigendo La commare secca, soggetto di Pasolini ma film diverso e suo.

 

C’è un dialogo poetico tra padre e figlio: il contatto e lo scambio erano costanti?

 

Il contatto è costante e di grande qualità anche se il figlio poeta ad un certo punto si allontana dal padre poeta, scegliendo la poesia delle immagini, la penna del cinema. C’è stato un rapporto molto interessante anche con Pasolini che gli aveva dato la possibilità di fare a diciannove anni l’assistente alla regia e di impratichirsi nel mestiere di regista. Ma la poesia, che Bernardo dedica a Pasolini, è molto critica, soprattutto sul piano ideologico, come se fosse deluso. Eppure in alcune poesie si osserva un’indubbia presenza del poeta friulano come nella bella poesia «Il sogno», molto interessante anche da un punto di vista psicoanalitico, aperta da un verso «L’amore sostituirà l’indulgenza» che sembra rispondere a «Solo l’amare, solo il conoscere / conta» dal Pianto della scavatrice delle Ceneri di Gramsci. Ma da Pasolini benché lo ammiri molto si allontana; dal padre no.

 

Letta la raccolta poetica, qualche dubbio resta sulla possibilità di un intervento paterno. Una mano nella costruzione di questa raccolta poetica all’esordiente Bernardo potrebbe avergliela data il padre Attilio o era intervenuto Pasolini in qualche modo?

 

Questo è molto difficile da stabilire: potrebbe essere stato il padre il suggeritore, ma potrebbe anche essere stato Pasolini. Bernardo era così giovane che non aveva esperienza di costruzione di un libro di poesia, ma certamente ce l’aveva Attilio che, non dimentichiamolo, è stato anche un grande editore di poesia, consigliere di Livio Garzanti. La struttura del libro è davvero ammirevole, chiusa con la sezione dedicata “A mio padre”, quasi a riconoscere il fondamentale e insostituibile legame d’affetto e d’arte con lui.

 

FRANCESCO MANNONI «Io sono figlio di un poeta»: così Bernardo Bertolucci era solito affermare come ricorda nella sua bella introduzione Gabriella Palli Baroni, grande conoscitrice dell’universo poetico dei Bertolucci padre e figlio. In molte...

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