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Coronavirus

La previsione dell'ingegner Gerli: la pandemia ha toccato il picco

di Giovanna Pavesi -

17 marzo 2021, 05:08

La previsione dell'ingegner Gerli: la pandemia ha toccato il picco

«La situazione a Parma e provincia, da una settimana, è piuttosto stabile: il numero dei contagiati giornalieri medi è intorno ai 165 e questo ci dice che dovremmo essere arrivati al picco. La fase di crescita dell’epidemia, iniziata il 10 febbraio, con l’arrivo dei focolai di variante inglese, dovrebbe essere quindi alla fine».

A chiarirlo sono, ancora una volta, i numeri di Alberto Giovanni Gerli, ingegnere e big data scientist, che da ieri è anche membro del nuovo Comitato tecnico-scientifico. Da tempo, grazie allo sviluppo di un preciso modello matematico, riesce a prevedere l’evoluzione dei vari cicli pandemici nelle diverse zone del Paese. A fine febbraio lo aveva fatto anche con Parma, elaborando un grafico che aveva fatto una previsione corretta, perché la crescita dei casi in città, in quella fase, è stata una delle più importanti di tutta l’Emilia-Romagna, dal punto di vista proporzionale.

L'ANDAMENTO DELLA CURVA

«Ci si può aspettare una settimana di casi in leggera riduzione e poi, con tutta probabilità, inizierà il trend di diminuzione, facilitato anche dalle chiusure delle ultime ore, che hanno effetti a circa 10-15 giorni di distanza. Possiamo, quindi, aspettarci un buon aprile, con un sicuro calo dei casi» ha spiegato lo scienziato, che ha elaborato un (altro) modello predittivo con due scenari possibili. Il migliore e il peggiore.

«In blu vediamo i casi medi aggiornati: la linea rossa indica la situazione che abbiamo previsto, cioè una settimana ancora a dati più o meno costanti e poi una diminuzione fino a 100 contagiati medi circa; la linea verde, invece, profila la circostanza migliore possibile, quindi in caso di massima efficacia del lockdown e, soprattutto, di una campagna vaccinale in crescita sulla popolazione».

FASE DI «SGONFIAMENTO»

Come indicato dallo scienziato, laureato a Padova e specializzato negli Stati Uniti, Parma si appresta a entrare in una fase di «sgonfiamento». Il che è confortante, ma anche in una fase in cui le strutture sanitarie devono fare i conti con i letti disponibili.

«La curva degli ospedalizzati è leggermente diversa rispetto a quella dei contagiati, perché anche se tende a salire abbastanza in linea con essi, si abbassa molto più lentamente, in particolare nelle terapie intensive – specifica Gerli -. La situazione è ancora tra le più critiche, anche se siamo estremamente lontani da quanto accaduto a marzo 2020, come gravità, però oggi, grazie al picco sostanzialmente raggiunto, come è successo a Parma, sembra che gli ospedali stiano reggendo e possano reggere».

MISURE PRESE TARDI

E se le curve dell’epidemia, che durano 40 giorni, hanno un andamento sempre uguale, l’ingegnere individua nella fase in cui gli indici iniziano a salire il momento migliore in cui prendere provvedimenti: «Quando si agisce tardi, come è già successo, si rischia che gli interventi siano meno efficaci. Se queste misure restrittive le avessimo prese 15 giorni fa, quando gli indici segnalavano uno scenario preciso, avremmo abbassato il picco a livello nazionale. Se si vuole contenere la crescita è necessario farlo subito, altrimenti le curve seguono il loro corso naturale».

E sul perché le misure arrivino tardi, l’esperto ipotizza: «Le persone, non sempre, accettano misure restrittive quando non vedono numeri o situazioni allarmanti e giustificare una chiusura è più difficile. Inoltre, il governo si affida all’indice di contagio Rt, che studia la propagazione del virus tra i sintomatici e che scatta una fotografia con 10 giorni di ritardo. Ha validità scientifica ma è difficile da interpretare. Noi usiamo l’indice RDt, quello di riproduzione diagnostica, che mostra quanto sono cresciuti i positivi in un arco temporale definito: io, per esempio, tengo conto della media dei casi negli ultimi 14 giorni e lo confronto ogni 7 giorni».

Ma anche i numeri di Gerli individuano nel vaccino l’unica via d’uscita: « A oggi non c’è nessuna misura, disposta dall’esecutivo, che abbia più impatti della somministrazione delle dosi. Nonostante i pochi vaccinati, si vede l’effetto sulla curva di mortalità, che cresce meno del previsto».