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CORONAVIRUS

Sempre più giovani i pazienti che finiscono in ospedale

di Luca Pelagatti -

18 marzo 2021, 05:08

Sempre più giovani i pazienti che finiscono in ospedale

L'altro giorno due decessi a Parma per Covid in 24 ore: e si trattava di uomini, rispettivamente, di 43 e 44 anni. Se servisse un dato, uno solo, per capire come la terza ondata del virus faccia sempre più paura probabilmente sarebbe proprio da questo che si dovrebbe iniziare. Perché è la prova, tragica e concreta, che di Covid si continua a morire. E le vittime, troppo spesso, non hanno neppure i capelli bianchi.

«Purtroppo è così, nei nostri reparti ci sono sempre più pazienti giovani - spiega Beatrice Prati, dirigente medico del reparto Barbieri. - Lo notiamo ogni giorno e lo confermano le statistiche: il 7% dei pazienti ricoverati da noi ha meno di 50 anni e il 27% meno di sessanta».

Ovvero, il luogo comune per cui il Covid azzanna solo chi ha molti anni sulle spalle e il corpo indebolito da patologie pregresse non regge più. Tanto che nella nostra regione l'età media dei nuovi casi supera di poco i 44 anni.

«Non solo quella dei contagiati ma anche l'età dei pazienti ricoverati in terapia intensiva si è ridotta in maniera significativa - aggiunge Laura Malchiodi, anestesista rianimatore della Prima unità operativa di anestesia. - A questo si aggiunge un evidente aumento dei casi che arrivano al nostro reparto, tanto che abbiamo una occupazione dei letti che supera quella registrata nello scorso novembre».

Più casi, più soggetti giovani e molti con sintomi gravi. Il bollettino che arriva dai reparti del Maggiore sembra non lasciare spazio alla speranza. Ma, come sempre, occorre analizzare le cifre. E capire cosa stanno ad indicare.

«Le persone che vengono ricoverate, prima di arrivare da noi, hanno seguito un percorso iniziato a casa, grazie alle unità mobili e alle unità di continuità territoriale, - spiega Giada Maspero, anestesista rianimatore della Seconda unità. - Questo permette di intervenire con tempestività cercando di evitare le complicanze e il conseguente passaggio alle terapie intensive. In questo senso il trattamento precoce è molto importante».

Anche se, altro dato che spaventa, di persone che si aggravano di colpo ce ne sono molte. E tra questi ci sono anche molti che hanno alle spalle una «anamnesi muta»: ovvero nulla che poteva far intuire un rischio particolare.

«Stiamo raccogliendo i dati, ma si tratta di una ricerca complessa che deve tener conto delle indicazioni di diversi interlocutori», spiegano i medici che nel corso del tempo hanno visto cambiare il profilo del malato di Covid. «All'inizio c'erano molti anziani polipatologici, mentre ora vediamo soggetti più autonomi - prosegue Beatrice Prati. - Il virus però sta lavorando molto velocemente e per questo ci troviamo davanti persone, come detto anche giovani, che peggiorano velocemente: in questi casi cerchiamo di spiegare che il ricovero è opportuno ma che non si tratta di una scelta che deve spaventare. Ma piuttosto di un metodo per applicare una terapia completa e più efficace».

Tutto vero: ma resta il dato che pone i giovani sempre più tra i soggetti a rischio. E per qualcuno questo appare come un paradosso. «In realtà non lo è - conclude Giada Maspero. - le persone anziane, che sono i soggetti privilegiati della prima fase dell'attività vaccinale, cominciano ad essere i più protetti. Non solo: chi si sente più debole tende a difendersi con maggiori cautele, ad esporsi meno al contagio. I giovani, invece, più dinamici e con maggiori relazioni sociali, possono più facilmente entrare in contatto con il virus. Ecco perché occorre ribadire che l'unica risposta all'emergenza è da una parte la vaccinazione e dall'altra il rispetto delle regole. Occorre sempre indossare le mascherine, rispettare le distanze e mantenere la più scrupolosa igiene, osservando rigidamente le prescrizioni in questa fase di lockdown». Sì, perché in realtà questa è la sola strada. Chi è giovane e sano facilmente tende a sentirsi quasi invincibile. Quello che sta accadendo dimostra che non è così. Il virus, troppo spesso, vince. E noi rischiamo in questo caso di perdere tutto.