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Coronavirus

Anche a Parma sono «inglesi» quasi 9 casi su 10

25 marzo 2021, 05:02

Anche a Parma sono «inglesi» quasi 9 casi su 10

GIOVANNA PAVESI

«Anche se i dati cambiano velocemente, in Emilia-Romagna e a Parma, in particolare, la variante più rappresentata è quella inglese, il cosiddetto lineaggio B1.1.7, la stessa identificata da settembre nel Regno Unito e che, ormai, diventando prevalente ha modificato la fisionomia del virus che circola. Oltre a questa, in città, abbiamo identificato anche un paio di varianti brasiliane».

A spiegarlo è Vittorio Sambri, coordinatore della Rete laboratori Covid-19 Emilia-Romagna, di cui fa parte anche l’Unità operativa di Analisi del rischio ed epidemiologia genomica di Parma, con sede in strada dei Mercati, che nelle ultime settimane ha studiato 213 test positivi, selezionati in modo casuale e raccolti tra il 4 e il 5 febbraio. Di questi si ipotizzava che circa un terzo avrebbe potuto contenere la variante inglese. Che, in effetti, si è diffusa molto rapidamente e che, come osservato dal direttore dell’Unità operativa di Microbiologia e Laboratorio unico del centro servizi dell’Azienda Usl della Romagna, ha assolutamente superato la forma classica del virus.

IL VIRUS CINESE NON C'E' PIU'

«A seconda degli ambiti territoriali della regione, la variante inglese ha soppiantato la forma classica del virus in una percentuale che varia dal 75% al 90% - ha specificato Sambri -. Questo significa che dopo il virus dei casi cinesi isolati all’istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma è arrivato il B.1, che era quello di Codogno (e che molto probabilmente è arrivato dalla Germania) e, infine, si è presentata la variante inglese».

SOLO 25 I CASI DI «BRASILIANA»

Per il coordinatore, a oggi, non ci sono differenze importanti sulla diffusione delle diverse mutazioni da una parte all’altra dell’Emilia-Romagna: «Quando siamo partiti a rilevare le varianti, con le nostre analisi, un minimo di diversità geografica c’era. La parte dell’area bolognese, per esempio, è stata la più precoce a mostrare i cambiamenti del Covid-19 e, infatti, la mutazione inglese è stata identificata prima nel capoluogo, con una certa numerosità di casi, e poi si è diffusa su tutto il territorio regionale e ora non si segnalano grosse distinzioni. Per quanto riguarda quella brasiliana, sudafricana e nigeriana i casi, fra quelli che abbiamo investigato, si trovano un po’ ovunque, anche se i contagi sono meno di 25, su tutto il territorio regionale».

MAGGIORE CARICA VIRALE

Della variante inglese si dice sia particolarmente contagiosa e in grado di muoversi velocemente e, come dimostrato dagli studi del laboratorio gestito da Sambri, questo sembra essere aderente al vero.

«Questo virus, probabilmente, riesce a indurre cariche virali in quantità maggiore rispetto a quello di Wuhan e di Codogno, perciò se io mi infetto, avendo cariche virali più alte, ho più probabilità di trasmettere l’infezione, ma il gene dell’aumentata trasmissibilità interumana non c’è – continua l’esperto - . Dal punto di vista strettamente virologico, poi, sono sempre dell’idea che la diffusibilità dipenda al 20% dal comportamento del virus e all’80% da quello delle persone: se a un coronavirus che ha aumentata capacità di riprodursi (che non significa che fa venire la malattia più severa) aggiungiamo comportamenti dissennati, che in molti hanno avuto nelle ultime settimane della zona arancione, il mix è micidiale».

I FATTORI DEL CONTAGIO

Per Sambri, infatti, l’atteggiamento collettivo ha influito tantissimo sui numeri a cui si assiste quotidianamente, che dimostrano come il contagio (non i numeri degli ospedali) stia arrivando, come era previsto, al picco: «La curva dei nuovi positivi si sta appiattendo, ma il virus è sempre quello. Ciò significa che le persone hanno assunto un comportamento meno dissennato e il Covid circola di meno».

L'EFFICACIA DEI VACCINI

E se nel corso di una pandemia è normale che il virus si trasformi, tanto da costituire poi una variante, c’è chi si chiede se vaccini e cure possano essere efficaci anche sulle varianti. «Nel momento in cui un virus, come il coronavirus, è in grado di modificare, in parte, il suo genoma e, di conseguenza, il fenotipo, cioè la composizione proteica dei suoi involucri, che possa ridurre l’efficacia delle inoculazioni, che possa sfuggire, in parte, ai mezzi diagnostici e che possa essere meno colpito dagli anticorpi monoclonali è, in linea teorica, tutto vero – chiarisce lo scienziato -. Ma in linea pratica, per quello che sappiamo oggi, la variante inglese è perfettamente identificabile con i metodi diagnostici, altrimenti non continueremmo ad avere tutti i risultati positivi che abbiamo. Inoltre, non ha la capacità di ridurre l’efficienza dei vaccini e per questo basta guardare la Gran Bretagna, dove sono state somministrate più di 12 milioni di dosi (di cui, credo, almeno 11 milioni di AstraZeneca). In base ai dati della scorsa settimana, in Italia abbiamo un’incidenza che supera i 600 casi per 100mila abitanti (in Emilia-Romagna andavamo anche oltre, perché eravamo a cavallo degli 800, il dato odierno è però in netto miglioramento e si attesta attorno ai 350). In Inghilterra l’incidenza è inferiore a 100, quindi otto volte meno rispetto alla nostra in regione. Se la variante inglese sfuggisse al vaccino, questo non sarebbe possibile».

Sambri ha confermato la possibilità che «un anticorpo monoclonale specifico funzioni meno», ma ha anche aggiunto che si tratta di studi fatti in laboratorio: «Credo, invece, in questo caso, che il dato più robusto sia quello sul campo. Bisogna guardare i numeri, che ci dicono che la variante inglese non è in grado di sfuggire al vaccino. Su quella brasiliana abbiamo pochissimi dati, che dovrebbero arrivare dal Brasile, dove c’è una quasi completa prevalenza di questa mutazione, ma dove però i dati sulle somministrazioni sono estremamente ridotti, così come quelli sull’efficacia studiati in vitro».

L'ECCEZIONE SUDAFRICANA

Per Sambri, un’eccezione interessante è costituita dalla variante sudafricana.

«È uscito di recente uno studio, realizzato su molti pazienti e pubblicato dal New England Journal of Medicine, che dimostra come il vaccino AstraZeneca abbia una ridotta capacità di bloccare le forme moderate e lievi di questa mutazione, ma è assolutamente efficace nel prevenire quelle severe. Il che significa che magari la gente si ammala un po’ di più, ma che nessuno va in ospedale. Al momento, però, questo non riguarda affatto l’Emilia-Romagna, dove non arriviamo nemmeno a 10 casi di variante sudafricana».

 

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