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Tribunale

Dieci mesi e dieci giorni al padre (e marito) padrone

26 marzo 2021, 05:02

Dieci mesi e dieci giorni al padre (e marito) padrone

ROBERTO LONGONI

VARANO MELEGARI Alla figlia minore, il passaggio in auto lo dava: fino alla fermata sulla provinciale, se non proprio fino a scuola. Al figlio no. «Io me la facevo a piedi, sudatela anche tu» aveva sentenziato lui un paio di volte, e il ragazzino aveva smesso di chiedere di salire a bordo. Da solo e in silenzio scarpinava per chilometri per andare a lezione, sotto il sole o nel bel mezzo di un nubifragio. E quando la neve cadeva fitta, doveva incamminarsi alle 5. «Non è niente: ai miei tempi, nevicava ben di più» commentava il padre. E la moglie zitta, perché diritto di parola non ne aveva.

Lei le parole le doveva misurare, come il denaro: quando lui l'accompagnava in auto a comprare le provviste, al di qua della cassa, lui le controllava lo scontrino. La donna poteva sentirsi accusare di aver speso troppo: e allora quei cinque chilometri per rientrare da Varano doveva farseli a piedi, fino a ritrovare quel marito padrone (oltre che padre padrone) oltre la soglia. L'attendeva il resto: epiteti e minacce, quando non erano le botte. Quelle, lei le rischiava in particolar modo quando cercava di proteggere i figli: il maschio, soprattutto, quello con il quale il marito sembrava avercela di più. Per come la donna difendeva i ragazzi, lui l'apostrofava: «Sei una mamma tigre».

La casa è fuori dal paese e dalle frazioni. Più che alla realtà degli uomini appartiene alla natura. Il bosco, i campi, un vigneto di un pugno di filari: un piccolo mondo a sé che fino a pochi decenni fa doveva quasi bastare a sé stesso. Vicino alla casa nuova è diroccato il vecchio casolare di famiglia, pronto a riempirsi di pioggia e di vento, abitato dai fantasmi del passato. Abitato dalle ossessioni di chi tra quelle antiche pietre è nato - subendo a sua volta i traumi di una vita senza sconti - senza mai davvero uscirne. È il caso del varanese ora 72enne condannato in tribunale: operaio in pensione da una quindicina d'anni, ha trasformato la vita dei familiari (e di certo anche la propria) in un inferno. «È con la pensione che la situazione si è fatta pesante» ha raccontato la figlia, ora 26enne al giudice Adriano Zullo e al pm Lino Vicini. Il padre smise anche di fumare, ma per dedicarsi alla bottiglia. Più volte la voce della ragazza si è spezzata nel pianto. Ma all'offerta di una pausa lei ha risposto di voler andare avanti: «Ho aspettato tanto per essere qui oggi».

Vino e liquori non avrebbero fatto altro che amplificare le ossessioni del padre. Gonfiando le sue ire nei confronti di moglie e figli, in particolar modo del ragazzo «del tutto incapace». La donna sarebbe stata più volte picchiata. Una volta lui la colpì con una scopa, e quando il manico si ruppe, lui continuò a sferrarle botte con la sua metà. Al pronto soccorso di Borgotaro alla donna furono diagnosticate lesioni guaribili in 21 giorni e alla figlia, a sua volta vittima del padre, in 7. Il motivo di tanta rabbia? Il cellulare che non si trovava, quando forse era stato lo stesso possessore a chiuderlo a chiave in uno dei posti della casa dei quali solo lui aveva la chiave. Le botte toccavano spesso anche al figlio, costretto perfino a dormire in un fienile.

Alla fine, è scattata la denuncia da parte della moglie e della figlia dell'uomo. Assistite dall'avvocato Christian Oppici, le due donne con il figlio (che non ha sporto denuncia) si sono costituite parte civile. Vicini ha chiesto 2 anni e sei mesi, ma Zullo ha derubricato il reato di maltrattamenti in lesioni, percosse e minacce, condannando l'uomo a dieci mesi e 10 giorni. Inoltre, ha deciso un risarcimento di 4mila euro alle due donne. Loro non chiedono di più: non sono animate da desideri di rivalsa. Hanno chiesto aiuto alla legge, solo per dimostrare da chi dipenda questo inferno, nella speranza che il 72enne cambi atteggiamento. I quattro vivono ancora sotto lo stesso tetto, separati in casa. Così lontani chissà se riusciranno mai a incontrarsi.

ROBERTO LONGONI VARANO MELEGARI Alla figlia minore, il passaggio in auto lo dava: fino alla fermata sulla provinciale, se non proprio fino a scuola. Al figlio no. «Io me la facevo a piedi, sudatela anche tu» aveva sentenziato lui un paio di...

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