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CORONAVIRUS

Anticorpi monoclonali anche a Parma

27 marzo 2021, 05:08

Anticorpi monoclonali anche a Parma

Giovanna Pavesi

Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, le ha definite «un’ulteriore opportunità» per contrastare il virus.

Per i medici, che da più di un anno si confrontano con una malattia nuova e tanti decorsi diversi, sono un metodo efficace per trattare l’infezione.

Perché la terapia a base di anticorpi monoclonali, se somministrata nei tempi corretti e quando i sintomi sono ancora lievi, può fare la differenza nel decorso della malattia, limitando la sua evoluzione in forme più gravi.

Dai prossimi giorni, come da disposizione regionale, è previsto l’arrivo delle confezioni, che da Ferrara saranno distribuite a tutte le Aziende sanitarie e ospedaliero-universitarie del territorio, in proporzione all’incidenza dei nuovi casi diagnosticati dall’8 al 14 marzo. Il ministero della Sanità ha da poco consegnato più di 2.500 confezioni monodosi e ne sono attese circa altre 1.000 per oggi.

«Fondamentale è la tempestività del trattamento - chiarisce Annalisa Volpi, responsabile centrale di coordinamento emergenza Covid e direttore emergenza territoriale dell’Azienda Usl di Parma -: il loro utilizzo, infatti, è indicato il più precocemente possibile, proprio perché limitano l’evoluzione ulteriore del danno agli organi e quindi l’ospedalizzazione. Il paziente, infatti, deve essere positivo e la terapia deve essere somministrata, idealmente, entro cinque giorni dall’insorgenza di sintomi lievi e moderati».

Per la dottoressa, determinante è la selezione dei pazienti da sottoporre a questa cura: «Nei malati con forme gravi non solo non funziona, ma potrebbe aumentare il rischio di peggiorare la situazione».

E in effetti, la somministrazione ha standard molto rigidi e, come specificato dalla dottoressa, si rivolge ad alcune categorie di pazienti, il cui rischio di evolvere verso una forma grave di Covid-19 è considerato molto elevato.

Come i diabetici scompensati (i cui parametri dimostrano che non c’è un controllo della malattia con insulina o altri farmaci), chi è gravemente obeso, i dializzati e gli immunocompromessi (da chemioterapia o da immunosoppressione per trapianto d’organo).

«Per l’assunzione non c’è un limite d’età (tranne che per i malati sotto i 12 anni) - continua Volpi -. Tutto, comunque, dipende dalle caratteristiche del paziente e dalla fondamentale valutazione collegiale del caso».

Per la somministrazione della cura attualmente a disposizione, la modalità prevista è per via endovenosa, anche se, come ricordato dalla specialista, la ricerca è a buon punto con la sperimentazione di altri anticorpi monoclonali per via intramuscolare: «Sarebbe un upgrade perché molto più semplice, soprattutto per i casi da trattare a domicilio. Il luogo della terapia, infatti, dipende dalla valutazione sul singolo caso e non c’è un percorso predefinito. A seconda delle caratteristiche del malato, il setting scelto sarà condiviso nell’ambito del gruppo decisionale, costituito dal medico di medicina generale, che conosce il caso e lo propone all’infettivologo, i medici ospedalieri, le Unità sanitarie di continuità assistenziale, gli esperti Covid, i farmacisti, le direzioni e gli infermieri. Tutti insieme definiscono qual è il modo migliore per la cura, che ha un’organizzazione molto complessa e che prevede l’interazione di diverse figure».

Giovanna Pavesi Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, le ha definite «un’ulteriore opportunità» per contrastare il virus. Per i medici, che da più di un anno si confrontano con una malattia nuova e tanti decorsi diversi,...

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