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INTERVISTA ESCLUSIVA

Parma, Krause ci crede: "Uniti possiamo ancora salvarci"

"Consigli a D'Aversa? L'esperto è il Mister, non io"

di Claudio Rinaldi -

27 marzo 2021, 05:06

Parma, Krause ci  crede: "Uniti possiamo ancora salvarci"

Presidente Krause, quante probabilità ha il Parma di salvarsi?
«Io credo nella salvezza. Ci credo sinceramente. Lo dico a un giornalista, ma è la stessa risposta che darei a un famigliare. Ci credo perché stiamo giocando un buon calcio. Ci credo anche perché se abbiamo solo 19 punti è anche perché siamo stati sfortunati, in tante occasioni. Basta vedere come sono finite certe partite».

Dica una percentuale.
«Non so. Dico una buona probabilità, se penso ai giocatori della rosa e al tipo di gioco. Ci credo davvero».

Che idea si è fatto dei problemi della squadra? Che cosa pensa non abbia funzionato finora?
«Potrei dare una risposta spiritosa: non abbiamo segnato abbastanza gol. Penso sia stato un insieme di cose: il problema più grande è stato l’incapacità di sfruttare le occasioni da gol create, però anche la sfortuna ha avuto un bel peso. Senza contare i cambiamenti che ci sono stati: il passaggio dal gioco di Liverani a quello di D’Aversa, che ha cambiato il modulo. Adesso, obiettivamente, stiamo giocando un buon calcio. L’importante è imparare da tutte le esperienze, anche dagli errori».

A questo punto, qual è l’arma per tentare l’impresa?
«L’unità di intenti. Di tutti. I giocatori, lo staff tecnico, i dirigenti, i tifosi, ovviamente con il pieno supporto del sottoscritto. E anche i giornalisti che seguono il Parma. Dobbiamo essere tutti uniti per raggiungere l’obiettivo della salvezza. È un obiettivo non facile, ma alla nostra portata: lo possiamo centrare solo tutti insieme. Mancano dieci partite, ci sono trenta punti a disposizione. Giocando bene e impegnandoci al massimo dal primo all’ultimo minuto, sempre, ce la possiamo fare».

Immagino sia in stretto contatto con D’Aversa: gli dà dei consigli?
«L’esperto è il mister, non io. Sarebbe da irresponsabile, da parte mia, voler dare consigli tecnici all’allenatore. Parliamo spesso, ma in senso più generale: mi interessa capire cosa è possibile fare a livello collettivo, da parte mia e dello staff, per aiutare la squadra a raggiungere l’obiettivo. Non manco mai di ricordargli che credo profondamente in lui e che credo profondamente nella squadra. Gliel’ho ribadito anche due giorni fa, l’ultima volta che ci siamo sentiti».

Dica la verità: si aspettava, quando ha comprato il Parma, dopo le ultime, bellissime stagioni, di trovarsi in una situazione di classifica così difficile?
«No, non mi sarei proprio aspettato di trovarmi in questa situazione, di avere solo 19 punti. Ma sono anche consapevole che nel calcio può accadere, puoi correre questi rischi. Spesso in una partita pochi centimetri possono fare la differenza. È importante essere pronti ad affrontare qualsiasi situazione, e noi lo siamo. Una cosa è certa: quando ho acquistato la società speravo di trovarmi in una situazione migliore, ma allo stesso tempo continuo a essere il proprietario fiero e orgoglioso di questo Parma. E intendo rimanerlo per le generazioni future. L’ho già detto e lo ripeto: questo è un progetto a lungo termine, per me e per la mia famiglia».

Non si è pentito nemmeno nei momenti più difficili?
«È giusto, dopo aver preso una decisione, specialmente dopo un acquisto di questa portata, guardarsi indietro e pensare se si è compiuta la scelta giusta. Io mi sono chiesto più volte: sono felice della decisione? La mia risposta è sì, senza alcun dubbio».

Comunque vada a finire il campionato?
«Mi sono innamorato di Parma, amo il Parma calcio. Nonostante i problemi che stiamo affrontando continuo a pensare che questa sia un’opportunità fantastica. L’entusiasmo che ho oggi è senz’altro superiore a quello che avevo quando ho acquistato la società».

Che voto si dà per quanto fatto finora?
«Credo di non dover essere io a dovermi giudicare. Sarebbe meglio chiedere ai tifosi, alla comunità, ai giornalisti che seguono il Parma».

Una scelta di cui è orgoglioso.
«Una decisione difficile ma della quale sono orgoglioso è il mio impegno a essere a Parma, a Collecchio, per il resto della stagione. Certo, la mia presenza non può essere sufficiente a garantire la salvezza, ma ci tengo a cercare di fare tutto quanto è nelle mie possibilità per essere vicino alla squadra nel percorso verso la salvezza, anche se questo implica che mi allontani dalla mia famiglia, da mia moglie, dalla mia nipotina. Ma lo faccio molto volentieri, anzi ne sono orgoglioso».

Sua moglie era in tribuna contro la Roma. Bisognerebbe farla tornare spesso come portafortuna.
«Effettivamente anche al presidente piacerebbe vedere sua moglie più spesso allo stadio. Ma il suo lavoro la costringe a restare negli Stati Uniti molto più a lungo di me. Speriamo possa venire a Genova per la partita con la Samp e speriamo possa assistere a un altro passo verso la salvezza».

Che cosa ha trovato appassionante e che cosa invece deludente nel mondo del calcio italiano?
«La cosa più entusiasmante è camminare per Parma e avere l’opportunità di parlare con i tifosi e ricevere il loro supporto. Non era così scontato, per un americano: almeno, non un sostegno così immediato, così istintivo, così convinto. La delusione è vedere il Tardini vuoto. Io rispetto le decisioni del governo per la pandemia, ma mi lasci dire che è davvero una tristezza. Non vedo l’ora di poter entrare allo stadio e vedere gli spalti gremiti».

Qual è il giocatore avversario che ha più ammirato quest’anno?
«Onestamente non saprei chi citare, non ce n’è uno in particolare. Forse perché sono concentrato soprattutto sui nostri giocatori».

A che punto è il reclutamento del nuovo direttore tecnico? Arriverà a giugno?
«L’iter procede molto bene: sono rimasto molto piacevolmente sorpreso dall’alta qualità delle persone che hanno manifestato interesse per questo ruolo. L’idea è di avere un nuovo direttore tecnico entro giugno».

Come si trova suo figlio Oliver nello staff di D’Aversa?
«Gli piace molto stare a Parma. È il responsabile dell’analisi dei dati, ma non lo definirei un membro dello staff del mister. Ha un ottimo rapporto con D’Aversa, come me, parla spesso con lui, assiste regolarmente agli allenamenti. E adora questa città».

Come giudica l’incidenza delle statistiche nel calcio rispetto agli sport americani?
«Non ho una panoramica completa. In generale l’analisi dei dati e delle statistiche negli sport americani è molto più approfondita, c’è maggiore impegno. Forse in Italia servirà un cambio di mentalità, per iniziare a pensare il calcio in un modo diverso».

A parte il calcio, la cosa che le piace di più di Parma?
«Al primo posto i parmigiani, per la simpatia con la quale mi hanno accolto. Teniamo presente che sono un americano e che sono presidente di una squadra che, ahinoi, è 19ª in classifica. Quindi, il mio grazie è doppio. E poi il cibo. Anche se, per colpa dell’emergenza Covid, non ho ancora potuto provare gli eccellenti ristoranti di cui tanti mi parlano, se non per qualche pranzo da asporto».

Come sarà il nuovo Tardini? C’è molta curiosità.
«Il Tardini dovrà diventare una combinazione di due elementi fondamentali. Da un lato, la tradizione di uno stadio che esiste da quasi cento anni, che fa parte della storia della città, che appartiene alla comunità e fa parte della storia della squadra. Dall’altro, la novità portata da una struttura che possa migliorare l’esperienza dei tifosi, il che sarà evidente, ma anche dei giocatori. La nostra ambizione è poter utilizzare questa fantastica struttura non solo venti volte all’anno, quando gioca il Parma, ma di poterla rendere sempre fruibile da parte della comunità».

Sono nati vari comitati contro la ristrutturazione dello stadio, prima ancora della presentazione del progetto. Da imprenditore statunitense da poco in Italia, è sorpreso?
«Non troppo, sono fenomeni che si verificano in tutto il mondo, quando si parla di ristrutturare uno stadio, o di costruirne uno nuovo. Penso che alla base della preoccupazione ci sia il fatto che parliamo di qualcosa che è ancora sconosciuto. Sento ripetere spesso la domanda “cosa significa stadio ristrutturato?”. Ed è comprensibile che la gente voglia capire come sarà il nuovo stadio, quale impatto avrà. Ecco perché riteniamo che sia importante fare la migliore scelta possibile, e farla a livello collettivo, ascoltando le voci e le preoccupazioni. Vogliamo rispondere ai dubbi, alle preoccupazioni e presentare presto il progetto a tutte le parti interessate».

Quando conta di presentarlo?
«Non posso dare una data precisa, ma conto al più presto, spero entro un mese. Per noi è molto importante, anche per avere un riscontro da parte di tutti: dai Boys alla gente che vive nel quartiere, alla comunità di Parma in generale. Vogliamo che tutti siano contenti del progetto che realizzeremo».

Sta costruendo uno stadio anche a Des Moines, Iowa, per l’altra sua squadra, i Des Moines Menace. Il percorso è simile a quello del “nuovo” Tardini?
«Ci sono differenze, ma il concetto alla base è lo stesso. Sono in parte diverse le esigenze, le aspettative delle tifoserie, ma ci sono elementi comuni: la determinazione a raccogliere il parere di tutte le parti interessate, l’individuazione degli architetti più idonei per fare un bel progetto, la volontà di soddisfare le esigenze della comunità».

Parliamo di vini. Qualche anno fa ha rilevato due importanti cantine in Piemonte, Vietti e Enrico Serafino: che primo bilancio può tracciare dell’investimento nelle Langhe?
«È un bilancio molto positivo. Un’esperienza fantastica che mi ha consentito anche di incontrare persone favolose. Le Langhe mi hanno subito conquistato, ho anche comprato casa. Il progetto delle due cantine mi dà grandi soddisfazioni e mi ha arricchito molto. Del resto il mio legame con l’Italia è, da sempre, molto forte. La famiglia di mia madre ha origini siciliane. Io mi sono fidanzato e poi sposato in Italia».

Ha comprato casa nelle Langhe. E a Parma ha trovato casa?

«Non ancora. Quando vengo a Parma alloggio al Grand Hotel de la Ville. L’obiettivo è trovare una casa da acquistare, spero di farlo presto, ma finora sono stato troppo impegnato, non ho avuto il tempo di cercarla».

Qual è il vino che le dà più soddisfazioni?
«Sarebbe come se mi chiedesse qual è il mio figlio preferito. Come faccio a dirlo? È una risposta troppo difficile. Ne cito due, se proprio devo: il Barolo riserva Villero di Vietti, che è un vino fantastico, e l’Alta Langa Zero di Enrico Serafino, che ottiene i tre bicchieri del Gambero Rosso da tanti anni».

Nella sua azienda combina senso etico (dal benessere dei dipendenti alle generose elargizioni in beneficenza) a senso del bello. E per il bello dice che pensa sempre all’Italia: è per questo che la sede di Des Moines l’ha progettata Renzo Piano?
«Nel momento in cui deciso di cercare un architetto che si occupasse del progetto di Des Moines non avevo idea di quali avrebbero potuto essere interessati. Un giorno ho avuto l’occasione, posso dire la fortuna, di incontrare Renzo Piano, e ho scoperto che era interessato. Naturalmente la mia reazione è stata di grandissimo entusiasmo: perché mi ha dato la possibilità di lavorare con il migliore architetto del mondo. Che, oltre tutto, è italiano. È un cerchio che si chiude, ero felice anche per questo. Per me è stato davvero un onore affidare il progetto per la sede della mia azienda a Renzo, che poi è anche diventato un amico. È una persona fantastica».

Presidente, approfitti della «Gazzetta» per lanciare un messaggio alla squadra, alla città.
«Volentieri, è un messaggio molto semplice, ma sincero, convinto. Ce la possiamo fare, tutti insieme ce la possiamo fare. Io ci credo, noi ci crediamo. Con il sostegno dei tifosi, della città, ce la possiamo fare».

CLAUDIO RINALDI Presidente Krause, quante probabilità ha il Parma di salvarsi? «Io credo nella salvezza. Ci credo sinceramente. Lo dico a un giornalista, ma è la stessa risposta che darei a un famigliare. Ci credo perché stiamo giocando un buon...

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