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DIRIGENTOPOLI

Indagini infinite: il giudice condanna il ministero a risarcire Vignali e altri indagati

di Pierluigi Dallapina -

28 marzo 2021, 05:06

Indagini infinite: il giudice condanna il ministero a risarcire Vignali e altri indagati

Erano stati additati come i responsabili di «dirigentopoli», l'assunzione clientelare di 18 dirigenti comunali, provocando un danno erariale di oltre 3 milioni di euro, ma a undici anni di distanza dall'avvio delle indagini da parte della guardia di finanza, a dover essere risarciti saranno loro: l'ex sindaco Pietro Vignali, l'ex assessore al Personale Giovanni Paolo Bernini e l'ex segretario generale del Comune, Michele Pinzuti.

Secondo la III sezione civile della Corte d'Appello di Bologna, i tre hanno diritto a un risarcimento da parte del ministro della Giustizia per l'eccessiva durata del processo. Un processo che non c'è mai stato in quanto «dirigentopoli» rimase per dieci anni - dal febbraio 2010 a marzo 2020 - ferma alle indagini preliminari. In tribunale non arrivò mai. Nel 2020 fu la pm Paola Dal Monte a chiedere l'archiviazione, ricordando che gli investigatori erano incorsi «in alcuni errori di valutazione» e che non poteva essere dimostrata la natura clientelare delle assunzioni. Il 2 marzo 2020 il gip Mattia Fiorentini firmò il decreto di archiviazione «per intervenuta prescrizione».

Tra gli indagati c'erano anche l'ex direttore generale Carlo Frateschi e l'ex segretario generale Stelio Manuele, che però non hanno presentato ricorso, mentre Raffaella Rampini, ex dirigente del Personale, è deceduta.

Voce combattiva, ma senza quel velo rabbioso di chi cerca vendetta, Pietro Vignali commenta così la decisione della Corte d'Appello. «Per 13 anni Parma è stata tutto per me. La città è stata il grande amore a cui ho sacrificato la mia vita privata e quella professionale. Ora che il tribunale ha riconosciuto il grande errore e il danno di cui sono stato vittima, condannando il ministro della Giustizia a risarcirmi, sono più sollevato. È stato un momento difficile». Quel momento è durato dieci anni e da lì iniziarono i guai giudiziari che portarono l'ex sindaco alle dimissioni, come ha ammesso anche la Corte d'Appello, che ha stabilito un risarcimento di 2.460 euro per un processo (anche se è più corretto parlare di indagini preliminari) durato sei anni in più del previsto. Per la legge Pinto, quella sulla durata ragionevole del processo e l'equa riparazione, la durata massima per arrivare alla definizione del primo grado di giudizio è di tre anni.

«La Corte ha riconosciuto la durata abnorme di un procedimento rimasto incagliato per dieci anni nelle sabbie mobili delle indagini preliminari, quando già a fine 2010 la procura aveva tutti gli elementi per decidere se archiviare o rinviare a giudizio. Questo è stato un procedimento sbagliato sotto tutti i punti di vista. Vedrò se accettare la somma o presentare ricorso».

Anche Bernini rileva un errore nelle indagini: «L'assessore al Personale non ha responsabilità nell'assunzione dei dirigenti, che invece dipendono dal sindaco». A Bernini e Pinzuti è stato riconosciuto un risarcimento di 4mila euro: nel loro caso il giudice, che era diverso da quello che ha firmato il decreto dell'ex sindaco, ha conteggiato in modo diverso l'eccessiva durata del processo.

Ora l'avvocato Benedetta Berselli, che segue i tre, notificherà il ricorso e il decreto al ministro della Giustizia, il quale avrà 30 giorni per fare opposizione.