Sei in Gweb+

Ricordo

Quindici anni senza Virgy

28 marzo 2021, 05:08

Quindici anni senza Virgy

Quindici anni, volati via. Quindici anni senza Maria Virginia, ma con un senso di vuoto, un dolore che scandiscono gli anni, i mesi, i giorni, ogni singolo minuto della vita di chi continua a chiedersi: perché? Se lo continua a chiedere Achille Fereoli, il papà. Maria Virginia aveva 17 anni, era intelligente, bella, spensierata.

Achille Fereoli sa che nessuno gliela restituirà mai, come lo sa Isabella, la mamma. Come Paolo Salvarani sa che nessuno gli restituirà il fratello Andrea. Tragedie che si incrociano, vite distrutte. Ma ha voglia di parlare di lanciare messaggi, di provare a fare sì che quella orribile notte possa almeno servire a salvare vite umane, a evitare la disperazione che prova ogni volta che pensa alla sua Virgy volata in cielo.


ACHILLE FEREOLI

LA SERA DEL 28 MARZO 2006
Era tornata a casa con la pagella, Maria Virginia. Non era delle migliori. Isabella mi chiese di parlarle, di provare a capire se ci fosse qualcosa in lei che non andava. Si mise a piangere. «Papà, tu non mi capisci», mi disse. Era molto triste perché era morto il padre di Acio, uno dei suoi migliori amici, perché si era lasciata da poco con il “Carpa” e per un altro problema, che rimarrà per sempre un nostro segreto.

Provai a stimolarla, e dirle che la scuola è importante. Le dissi anche che non avrebbe dovuto piangere, ma pensare a cosa avrebbe voluto fare nella vita. Usai una metafora: pensa a una corsa in bicicletta, sta a te decidere se vuoi stare in testa, in mezzo al gruppo o in fondo. «Adesso studio, te lo prometto: mangio uno yogurt e poi mi metto a studiare». C’era, un vasetto di yogurt aperto, quando tornammo a casa, Isabella e io, quella notte. C’erano le luci accese. Ma Virgy non c’era.

Non so, forse quando uscii di casa per andare al “Pane e salame” l’assassino era già lì fuori e la stava aspettando, non lo so, io non l’ho visto, non lo sapremo mai. Isabella era andata al ristorante prima di me, per lasciarmi solo con Virgy, perché potessi parlarle della pagella. Avrebbe dovuto tornare a casa quando fossi arrivato io. Invece si fermò a dare una mano. Maledizione. Rincasammo verso le undici e mezza. La trovammo alle sei del mattino, nel parco a due passi da casa. Maledizione.

TRADITA DA UNA BUGIA
Mi raccontò una balla, quella sera. E quella balla le è costata la vita. Quando mi disse che si sarebbe messa a studiare, sapeva benissimo che invece era già d’accordo di uscire per incontrare il suo assassino. Se solo ce lo avesse detto, ci saremmo informati, l’avremmo protetta. Non avevamo mai visto quel Rossi, mai. Scoprimmo poi che lui aveva già provato altre volte, nei giorni precedenti, a invitarla fuori. Probabilmente quella sera Maria Virginia decise di affrontarlo perché voleva mettere in chiaro delle cose, spinta dal suo senso di giustizia. Rossi aveva affrontato il “Carpa”, in Taverna a Langhirano, con aria da sbruffone.

Il “Carpa” è Paolo Carpanini, il vero primo amore di Virgy, erano molto legati. Mi ricordo il giorno in cui lei lo presentò a Isabella e a me, davanti al liceo Ulivi. Mi diede una poderosa stretta di mano, che contraccambiai con altrettanta determinazione. Ancora oggi siamo molto amici e lo saremo per sempre.

Virgy aveva deciso di chiarirsi con Rossi, probabilmente voleva dirgli di non fare mai più una cosa del genere. Se solo mi avesse detto quello che aveva in testa. Maledizione. Ci saremmo informati, avremmo chiesto chi era, lo avremmo visto, l’avremmo tutelata. Aveva 17 anni, non poteva fare quello che voleva, sapeva bene che sua mamma e io non l’avremmo lasciata uscire, quella sera. Poteva uscire solo se sapevamo dove sarebbe andata, con chi. E certo non una sera, un martedì di marzo, con uno che non avevamo mai sentito nominare.

IL RAPPORTO GENITORI-FIGLI
Io vorrei che quella dannata notte potesse almeno servire di lezione ad altri ragazzi, ad altri genitori. Bugie come quelle possono rovinare delle vite. A noi nessuno, mai, restituirà Maria Virginia. La lezione è che è sempre meglio dire la verità, non fare i furbi, perché qualcuno poi ti può presentare il conto. Le bugie possono rovinare tante belle cose, possono mettere in crisi o fare finire una relazione tra marito e moglie, o tra fidanzati. Vorrei dirlo a tutti i ragazzi, ai loro genitori. I genitori hanno il dovere di essere sinceri, chiari e presenti con i figli. Con i figli e per i figli. Devono capire le loro potenzialità, devono dare loro un’educazione. Carenze di educazione possono portare tantissimi problemi, poi complicati da gestire, che possono perfino sfociare in tragedie.

TELEFONATE MAI ARRIVATE
Quindici anni sono volati, ma a me hanno lasciato il segno, conseguenze importanti: faccio fatica a rapportarmi con la gente, al di fuori del lavoro tendo a stare in solitudine, a contatto con la natura. Le scene dei processi mi tornano in mente spessissimo. E penso a chi ha ruotato intorno a quel Rossi. Certo, penso a sua madre, ai suoi nonni. Alla madre che, come mi raccontarono tempo dopo, si era inginocchiata davanti ai carabinieri per implorarli di non dare un’arma a suo figlio, perché temeva per la vita dell’altra figlia. Penso al nonno che ha ingaggiato un avvocato e sfruttato un’amicizia per fare ottenere il porto d’armi al nipote. Mai sentiti, né la madre né i nonni, mai una volta. Per molti mesi, ho aspettato una telefonata, una lettera, una parola. Mai arrivate, mai. Penso anche ai Ghirardi, al giovane che diede un passaggio a Rossi, quella notte. Vide che era visibilmente alterato e che portava i segni di quello che aveva fatto, nonostante ciò lo accompagnò a Parma e, tornato a casa, si rimise sul divano per continuare a vedere una partita di calcio in tivù. Senza nemmeno pensare di andare nel parco a vedere se quello che gli aveva raccontato Rossi era vero, né di venire a cercare Isabella e me per dircelo.

E penso al pm Grandinetti, quando in una fase del processo attaccò il padre di quel ragazzo: perché non riusciva a capacitarsi che avesse parlato al figlio di tutto ciò che era successo quella notte solo due settimane più tardi, e solo per pochi minuti, a tavola.

I PROCESSI
Mentre aspettavamo che venisse fissata la prima udienza, mi chiamò Francesco Cossiga, che quando aveva saputo della tragedia era rimasto molto colpito. Mi suggerì di andare dall’avvocato Pisapia. Presi subito appuntamento e mi precipitai a Milano. Fu gentilissimo: mi disse che la strada da percorrere era una causa allo Stato, perché avremmo potuto dimostrare che la colpa era degli assistenti sociali che non avevano capito la pericolosità dell’assassino. Si mise a mia disposizione, mi diede il suo numero di cellulare privato e disse che non avrebbe voluto un solo euro di parcella. Ci pensai a lungo: no, decisi. Rossi deve andare in galera, pensai. Puntare il processo sugli assistenti sociali avrebbe potuto essere un autogol, perché – pensai – sarebbe stato un assist per la difesa, per fare passare Rossi per incapace di intendere e di volere, e questo avrebbe significato vederlo finire in Opg per qualche anno, e poi libero. No, mi dissi. Certo, oggi penso e ripenso alla dottoressa che lo aveva visitato: se avesse visto che aveva il male negli occhi – come ho visto io, in aula, la prima volta che l’ho incrociato –, se avesse capito la pericolosità, forse oggi Maria Virginia sarebbe ancora con noi. Ma sentivo che era giusto che Rossi finisse in carcere, che pensasse fino all’ultimo dei suoi giorni al male che aveva fatto. Non ho perso una sola udienza dei processi. Tre sentenze, tre condanne all’ergastolo. E poi il suicidio in cella. Con l’ergastolo, i giudici avevano disposto anche l’isolamento diurno per due anni. Si suicidò lo stesso giorno in cui sarebbe finito l’isolamento.

IL GESTO DEL PM
Ci sono tante persone, tanti episodi, tanti gesti che non dimenticherò mai. Le parole del pm Grandinetti, che coordinò le indagini e sostenne l’accusa nel processo di primo grado, mi commuovono ancora oggi. Un giorno mi avvicinò, in una pausa, e mi chiese «posso parlarle?». Il pm che chiedeva a me il permesso di parlarmi: già questo dà l’idea di che persona sia. «In questo momento della mia vita vorrei avere le palle che ha lei», mi disse guardandomi negli occhi. Mi sembra di vederlo ancora davanti a me. Non sapevo che sua moglie fosse malata. Gli dissi: «Sto solo facendo il mio dovere di padre». Il giorno dopo sua moglie morì. Un altro se ne sarebbe stato a casa, per esserle vicino: ne aveva il diritto. Non lui: non se l’era sentita di abbandonarmi. Lui sì che è un uomo con le palle.

Voglio ringraziarlo, ancora una volta, per tutto quello che ha fatto, per la sua sensibilità. Ancora oggi io vivo grazie a quello che mi ha trasmesso in quei due anni del processo, a quello che mi ha insegnato. Porto dentro di me la sua umanità, il senso civico, il senso del dovere: mi hanno cambiato, mi permettono di tirare avanti. Dovrebbero essere di esempio per tutti. È ciò che auguro a tutti quelli che hanno letto queste mie riflessioni. L’ultimo pensiero, con un grande grazie, è per l’amico Claudio, che è rimasto una notte ad ascoltarmi.