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Coronavirus

«Fiducia nella ricerca». Parlano i volontari che testano il nuovo vaccino

02 aprile 2021, 05:08

«Fiducia nella ricerca». Parlano i volontari che testano il nuovo vaccino

Non c'è solo la fiducia nella ricerca, comunque fondamentale, dietro alla scelta di partecipare alla sperimentazione per il futuro vaccino italiano. Le quattro donne e l'uomo che la sorte ha messo in cima alla lista come candidati a testare il vaccino ReiThera hanno tante motivazioni in più. Come Simona Albarelli, parmigiana di 46 anni, la prima ad avere ricevuto ieri mattina il nuovo preparato, che ha detto sì perché ha vissuto da vicino il dramma della malattia. «Lo scorso anno mio padre è stato ricoverato un mese al Maggiore per Covid e la situazione purtroppo era molto grave. Si è salvato perché hanno sperimentato con lui un nuovo farmaco. È così tornato a casa. Ne è uscito vivo. Io non posso non dare il mio contributo alla medicina, quella che ha salvato la vita a mio papà. In più sono una consulente bancaria, per lavoro incontro tante persone e non ne posso più di essere preoccupata per il rischio del contagio. Questo mi fa paura, altro che il vaccino». Una iniezione insomma per «poter un giorno finalmente togliere la mascherina, tornare ad una vita normale fatta di incontri e relazioni».

«Chiaramente ho sempre creduto nella ricerca», sgombra il campo Simona. «Avevo letto sui social che ci sarebbe stata questa opportunità e subito ho aderito. È importante andare sempre avanti e trovare nuove soluzioni, per il bene di tutti. Inutile fare polemiche ed ostruzionismo, come i no vax che non ci credono. Io invece credo che anche qui in Italia ci siano le capacità per arrivare ad un vaccino valido ed efficace». E poi, quasi sottovoce, confida che «non è male pensare di essere per due anni sotto stretto controllo medico. Sono proprio curiosa di vedere come andrà la situazione degli anticorpi, quanto davvero saremo protetti o meno dalla vaccinazione. E poi, ripeto, non nasconde che sapere di avere controlli costanti delle mie condizioni di salute non mi pare poca cosa».

Ma davvero nessuna paura? «C'è già stata una fase uno», risponde sicura, «non partiamo da zero. Sono tranquilla perché a me spaventa molto di più il virus. Io ho due figli e per loro ho scelto tutti i vaccini, anche quelli non obbligatori».

Sulla stessa linea anche suo marito. Anche lui aveva presentato la domanda ma, racconta sempre Simona, «aveva fatto da poco una donazione di sangue e quindi non è stato scelto. Io, scherzo del destino, dovevo fare la stessa cosa pochi giorni fa ma per un contrattempo non sono andata. E così mi ritrovo qui».

Mentre Simona Albarelli è serena e sorridente, nella parole di Elisa Matulli, 43 anni di Sorbolo, altra volontaria per il vaccino ReiThera, c'è un pizzico di rabbia. «Questo virus mi ha portato via il lavoro e devo fargliela pagare. Sono una operatrice turistica ed ho chiuso con la prima ordinanza Bonaccini. Non so quando io e le mie colleghe torneremo a lavorare. Sono qui anche per questo».

«E poi voglio mettere anche la mia goccia in questo mare immenso che attraversa tutta Italia», sottolinea subito dopo perché «credo nella ricerca e nella possibilità che abbiamo tutti noi di aiutarla».

«Come hanno reagito i miei cari? Tutti molto sorpresi» risponde Elisa, questa volta sorridendo sotto la mascherina. «Il mio compagno ed i miei genitori sanno che, per fortuna, ho una salute di ferro e non prendo mai nemmeno un'aspirina. E allora questa decisione li ha colti un po' in contropiede. Ma alla fine mi hanno sostenuto perché sanno che quando mi metto in mente una cosa non torno più indietro».

Viene invece da Bologna (la sperimentazione, va ricordato, è su scala regionale) il primo uomo per il preparato tutto made in Italy. Il caso ha voluto che sia Marco Conti, architetto di 45 anni. Anche lui ha un conto aperto con il Covid. «Lavoro nel settore turistico. Sono specializzato nella realizzazione di arredi per strutture alberghiere e come tutti in questo periodo sono fermo». E allora ecco la discesa in campo per fermare la pandemia, perché «ho amici del settore che si sono ammalati, che sono finiti anche per cinque mesi intubati in terapia intensiva. Voglio dare il mio piccolo contributo perché situazioni del genere non si ripetano. Se c'è una possibilità di sconfiggere il coronavirus voglio esserci». Un regalo di Pasqua per tutti noi? «Niente di così grande», risponde Marco, «solo un piccolo aiuto ad una grande avventura». E poi la stoccata finale: «La vera domanda che dovete fare non è perché sì, ma perché no. Questo è quello che dovremo chiederci: la vera questione non è quella di esserci ma è quella di non essere qui a fare ognuno di noi la nostra parte».

G.M.

 

Non c'è solo la fiducia nella ricerca, comunque fondamentale, dietro alla scelta di partecipare alla sperimentazione per il futuro vaccino italiano. Le quattro donne e l'uomo che la sorte ha messo in cima alla lista come candidati a testare il vaccino...

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