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Piazza Steccata

Ha chiuso la storica cappelleria Vender

di Lorenzo Sartorio -

02 aprile 2021, 05:04

Ha chiuso la storica cappelleria Vender

Il «sacrario parmigiano» del cappello chiude i battenti. E, per «sacrario» o «tempio» del copricapo maschile per eccellenza, molto di moda ai primi del Novecento fino agli anni Cinquanta, alludiamo alla «Premiata Cappelleria Vender» di piazza della Steccata dove, un tempo, campeggiavano altre botteghe storiche come il Salone di Toeletta di Sincero Mangiavacca, Grossi abbigliamento, la Pelletteria Musetti, Passalacqua Casalinghi, l’edicola dell’ Argenta e della Marcellina, sua sorella, l’oreficeria dei coniugi Fontana confinante con la salumeria Balestrieri che, nel piazzale, diffondeva profumi di salumi e formaggi da fare resuscitare un morto. Dulcis in fundo, in via Garibaldi, proprio dinnanzi a piazza Steccata e di fianco al sontuoso Palazzo Battioni (un tempo sede del Provveditorato agli Studi), il bar Cantarelli, dove le signore parmigiane non mancavano mai, nei pomeriggi invernali, al rito della cioccolata calda con l’immancabile spruzzata di panna mentre, in estate, era la volta della cassata, della menta o di un’orzata fresca.

Un elegante microcosmo parmigiano all’ombra della Steccata e della statua del Parmigianino. La storia dei Vender, cappellai in Parma, ha inizio nel 1900 ad opera di Pietro Guido Vender. Di antica famiglia originaria della Val di Non, come anche i suoi parenti che fecero fortuna a Parma in diverse attività, dopo avere acquistato la licenza da un cappellaio già attivo in piazza Steccata alla fine dell’Ottocento, Pietro Guido, apre un negozio di cappelli in strada Garibaldi proprio di fronte a piazza Steccata. Nel 1923, Vender, acquista due botteghe in piazza Steccata e, dopo importanti lavori di ristrutturazione, le riunisce in un unico ampio locale riportando la cappelleria nel suo luogo inziale.

 

 

Affida la realizzazione della vetrina in ferro battuto e marmo all’allora prestigiosa «Officina Bertozzi», con sede in borgo Gian Battista Fornovo («bórogh d’j Äzon») i cui abili artigiani, capeggiati dal titolare, già famoso per altri lavori eseguiti in città come la cancellata del Convitto nazionale Maria Luigia, creano un capolavoro mentre la parte interna del negozio viene affidata ad abili ebanisti che si esibiscono in ricami art deco.

Dal matrimonio con Dina Carra, avvenuto nel 1912, nasce Ugo che, dagli anni Trenta, affianca il padre nella conduzione del negozio i cui fornitori sono le più importanti aziende italiane del settore. Pietro, forte tempra di trentino pragmatico ed abile negli affari, apre altri punti vendita in strada Mazzini, via Garibaldi e via Cavour. Intorno alla metà degli anni Trenta chiude il negozio di via Mazzini, mentre quello di via Cavour, affidato alla zia Piera, specializzatosi in cappelli da donna realizzati da abili modiste, resta attivo fino al 1965. A metà anni Sessanta affianca Pietro il figlio di Ugo il quale, dopo la chiusura del negozio di via Cavour, alla tradizionale cappelleria da uomo, affianca quella per signora. Subentra ad Ugo Vender il figlio Maurizio con la moglie Lella la quale, dopo la morte del marito avvenuta nel 2004, porta avanti la secolare tradizione della cappelleria più famosa di Parma.

Nella cappelleria dei Vender si avvertiva il profumo del tempo. Nelle eleganti lignee scansie, ordinatamente allineati, facevano bella mostra eleganti «Borsalino» in feltro da far ricordare quei divi del cinema di ieri che lo tenevano incollato in testa come: Humphrey Bogart, Jean Gabin nel commissario Maigret, l’impenitente dongiovanni Clark Gable dal baffetto seduttore, «the voice», ossia l’inarrivabile Frank Sinatra, il bel tenebroso Alain Delon e anche Jean Paul Belmondo dal sorriso guascone.

Clienti affezionati della cappelleria di piazza Steccata anche tanti vip come il tenore Franco Corelli, imprenditori di Milano, Bologna e Firenze, uomini di cultura come i pontremolesi Giuseppe Benelli, tra i fondatori del «Premio Bancarella», e l’avvocato Andrea Baldini. Ma anche tedofori della più schietta parmigianità come il popolare Adriano Catelli, per più di sessant’anni custode della Cittadella, in inverno con l’inseparabile cappello di feltro a tese larghe, in estate con quello di paglia.

Il «sacrario del cappello», però, stilisticamente non cambierà di molto connotazioni pur adattandosi ad ospitare un’attività merceologia del tutto diversa anche perché si tratta di una storica ed elegantissima struttura. Parola del maestro gelatiere Stefano Guizzetti che, a breve, subentrerà nei locali dell’ex cappelleria per far gustare i famosi gelati di Ciacco. Un altro tipo di «cappelli» tondi, morbidi, dolci e gustosi che si adageranno su croccanti coni e deliziose cialde.