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Giuseppe Gaiani

Un parmigiano nella serie «Suburra»

di Mara Pedrabissi -

02 aprile 2021, 05:02

Un parmigiano nella serie «Suburra»

Il talento è come l’acqua: una forma la deve trovare. Magari serve tempo e il percorso non è lineare. Ma niente nella vita è lineare. È una storia di talento, di alti e bassi e, finalmente, di successo ma anche di mani che si “sporcano” nella sofferenza quella di Giuseppe Gaiani che, a 57 anni, vive la sua seconda giovinezza artistica, trovata la giusta luce grazie a un bel ruolo nella terza stagione della serie «Suburra» su Netflix.

Gaiani, dall'archivio della «Gazzetta» risulta che ci siamo occupati molto poco di lei...

«E giustamente, perché la mia è una storia un po’ particolare che forse ora vale la pena di raccontare, se avete pazienza di ascoltarla. Nasco come musicista, mi sono diplomato in violino al Conservatorio Boito, dieci anni meravigliosi con insegnanti di fama mondiale. A 21 anni, arrivato all'ultimo anno di Conservatorio, però, lascio e comincio a prendere lezioni di recitazione da Claudia Giannotti a Roma, grandissima docente, allieva di Ronconi. Faccio il pendolare, la recitazione era il mio sogno fin da bambino e i miei genitori, intelligenti, avevano incanalato la mia energia nella musica. Con fortuna e audacia arrivo a conoscere personaggi eccezionali, Suso Cecchi D'Amico e Franca Valeri. Franca nella mia vita ha avuto un posto speciale, fino alla sua morte. Comunque, faccio un provino a casa di Franca Valeri e lei, nel 1985, mi segnala a Patroni Griffi per un ruolo nello “Zio Vanja” di Cechov. Mi prende; debutto in un cast con Florinda Bolkan e Laura Marinoni. Una cosa pazzesca. L’anno seguente lavoro con Aldo Trionfo: in due anni, diretto da due pupilli di Luchino Visconti».

Un debutto altissimo, forse troppo..

«Sì, troppo perché, dopo, non è facile tenere la “riga”. Così, dopo cinque anni, smetto. Lascio tutto per tornare a Parma, terminare il Conservatorio. Dico che ho lasciato per troppo amore; troppo amore per il teatro, per il cinema e per la cosa in sé. E per altre ragioni più private».

A quel punto, cosa fa?

«Comincio a insegnare musica nelle scuole private, arte scenica all'Istituto Peri di Reggio Emilia e, parallelamente, a lavorare al fianco delle persone disabili. Dopo una parentesi milanese di sette anni, a occuparmi di organizzazione in un’azienda di audiovisivi, voglio riavvicinarmi a casa. Così inizio a collaborare con Proges, mettendo a frutto le mie competenze musicali e le esperienze con le persone fragili, allestendo progetti di musicoterapia. Oggi dico che devo moltissimo sia ai malati di mente con cui ho lavorato sia gli anziani con cui lavoro tuttora in Proges: sono persone vere, con loro devi essere vero e usare tutta la gamma dei sentimenti veri. Da loro ho avuto soddisfazioni che magari non si possono comprendere e che sono difficili da spiegare».

Dopo 25 anni di assenza, cosa l’ha spinta a tornare sotto i riflettori?

«Sono stati i miei amici musicisti, con cui non avevo mai interrotto il filo. Un nome per tutti Fabio Biondi. Ogni tanto partecipavo a eventi musicali. Galeotto della ripresa è, nel 2010, lo spettacolo “Golem” che arriva a Roma, al Teatro Ghione. Lì viene a vedermi Franca Valeri, un grandissimo regalo: il mio ri- debutto a teatro a 25 anni dopo. Ecco che ricomincio a partecipare ai casting, a propormi. La verità è che, alla fine, vince la tua vera natura».

 

Come arriva a «Suburra», un prodotto italiano che grazie a Netflix ha una diffusione mondiale?

«Prima ci sono stati ruoli piccoli ma dignitosi in grosse e importanti produzioni, “Veloce come il vento”, “1993” e poi “Made in Italy” diretto da Luciano Ligabue in un ruolo che mi viene proposto da una casting importante come Laura Muccino. È stata lei, dopo quel ruolo, a candidarmi per “Suburra”. E abbiamo vinto questo personaggio dolcissimo e particolare, più anziano di me. In un cast tutto romano, sono l’unico parmigiano; l’ho spuntata su centinaia di attori professionisti».

Infatti è il “Professore”: come racconterebbe il suo personaggio?

«E' l’ex insegnante di Amedeo Cinaglia, interpretato da Filippo Nigro, un politico davvero sporco. Il “Professore” è il rifugio di Cinaglia, nonostante gli dica la verità senza mezzi termini. Poi il “Professore” comincia ad avere dei problemi di Alzheimer, a diventare lento nei movimenti benché lucidissimo in altre cose. Il finale è tragico, quando si rende conto che la malattia è troppo grande da sopportare. Ringrazio la produzione che mi ha offerto un bellissimo personaggio».

Il dolore che ha conosciuto nei suoi pazienti l'ha aiutata, dunque.

«Sì, i miei pazienti mi hanno insegnato a conoscere la vita e a trarne sempre degli insegnamenti. Ma devo ringraziare anche Giuseppe Gaiani che si è sempre conquistato tutto con fatica, da solo».

Nel futuro cosa c'è?

«Ci sono già in calendario due produzioni importanti, una per Sky e una per Rai1 ma non posso dire di più. Mi godo questo momento, con mia moglie e i miei figli. E continuo a lavorare in Proges e a insegnare in un'accademia di Modena. Alla fine, resto musicista che ha voglia dedicarsi agli altri».