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Personaggi

Il fotoreporter Gino Ferri e quei rullini che deviarono un proiettile

08 aprile 2021, 05:04

Il fotoreporter Gino Ferri e quei rullini che deviarono un proiettile

ROBERTO LONGONI

La gente che scende dal treno, l'esercito che spara ad alzo zero in stazione, giusto per dare una lezione a chi ha infranto il coprifuoco. Donne e uomini inermi che cadono e non si rialzano più, altri che corrono insanguinati, altri ancora feriti nella fuga. Sarebbe stata una foto da prime pagine di mezzo mondo, se solo Gino Ferri l'avesse scattata. Peccato non ne abbia avuto il tempo. Peccato chissà quante volte, perché quella foto mancata significò anche la sua ultima sui fronti della storia, poco dopo averne pubblicate anche su Time. Prima che lui premesse l'otturatore della Canon, il soldato pakistano tirò il grilletto. Mirava nel mucchio, il fantaccino, e lo ferì a una spalla. A Ferri andò anche bene. Quel giorno rischiò di morire per la fotografia e dalla fotografia fu salvato: i rullini nel taschino deviarono il proiettile diretto al cuore. Non ci fossero stati quelli, non gli sarebbero rimaste neppure le parole. Quelle che trova mezzo secolo dopo, a rievocare la sparatoria di cui non fu testimone ma vittima. «Non sentii quasi dolore. Mi resi conto di essere stato colpito, perché non ero più in grado di muovere il braccio sinistro». Non l'avrebbe mai più recuperato del tutto. Il trauma condizionò per sempre la sua carriera di cacciatore di immagini: le macchine fotografiche automatiche ancora non esistevano, e serviva la sinistra per la messa a fuoco. «Ci fosse stata la tecnologia attuale - ammette - non avrei smesso».

IL VIAGGIO INFINITO

In realtà, la sparatoria avvenne il 26 marzo 1971: oggi sono trascorsi i 50 anni dall'8 aprile, giorno in cui il fatto conquistò buona parte della quinta pagina del nostro giornale. «Ore d'ansia a Pizzo di San Secondo per il fotoreporter ferito in Pakistan» è titolato a sei colonne l'articolo del compianto Luciano Campanini. Era un giovedì anche allora. L'unica coincidenza, perché quello era un altro mondo, senza cellulari né Cnn o Al Jazeera. Ai genitori di Ferri la notizia entrò in casa con il cronista: il figlio 23enne non aveva avuto modo di avvisarli o forse aveva evitato per non preoccuparli, sicuro che da quel remoto angolo di pianeta nulla si sarebbe saputo. «A ripensarci, si era più vicini all'800 che al Duemila» sottolinea lui. Diverso anche l'atlante: il Pakistan Orientale ora si chiama Bangladesh. E netta ma ospitale era la separazione tra un paese e l'altro, a differenza del nostro presente di astiosa uniformità. Ferri aveva impiegato un mese per arrivare nel subcontinente indiano. Con lui un collega romano, Paolo Crovi, in fuga dai soliti servizi su Parlamento, manifestazioni e scioperi. Da Brindisi in nave fino al Pireo e poi a Salonicco e da lì a bordo di treni e pullman da raccomandarsi al Signore attraverso Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan e infine il Bengala. «Ci fossero stati i voli low cost - sorride - non ne avrei approfittato. Volevo assaporare ogni tappa, notare ogni differenza tra le culture e i paesaggi». Leggere il mondo riga per riga, senza saltare da un capitolo all'altro. La macchina fotografica, per quel ragazzo partito dal piccolo podere di Pizzo di San San Secondo (dove sembrava ovvio vivesse e lavorasse come chi l'aveva preceduto), prima di uno strumento per catturare immagini era un mezzo di locomozione. «Ero un provinciale e forse proprio per questo ancora più affamato di conoscenza ed esperienze».

CAMERIERE A ROMA

Il desiderio lo accompagnava fin da ragazzo. «Divoravo i libri di Conrad, sul Corriere cercavo i reportage di Egisto Corradi dal Vietnam». La fotografia sarebbe venuta dopo. Prima le parole, per un reportage casalingo a sua firma tra i braccianti ferraresi spiaggiati nella Bassa dall'alluvione del Polesine. La Gazzetta di Baldassarre Molossi lo pubblica, con sua grande sorpresa. «Anzi, mi fu proposto di bazzicare la redazione». Fosse stato a Parma sarebbe stato più semplice, e forse la sua vita avrebbe preso un'altra piega. Ma Ginetto è a Pizzo e deve anche studiare. L'articolo del debutto è anche l'ultimo. Semmai, vengono i primi scatti, due anni dopo, durante la naja in Friuli. Chi scrive racconti, chi diari: lui fotografa, ispirato dalle guide tascabili di Capa e di Cartier-Bresson.

Tolta la divisa, Ferri a casa resta un mese appena. Nel giugno del '69 parte 21enne, per fare il fotoreporter. «A Milano c'era il 70 per cento dell'editoria, ma scelsi Roma: la più lontana». Un mese da cameriere in via Veneto, e può comprarsi la prima macchina fotografica. Ci sa fare. Vende servizi di street photography a quotidiani e riviste. L'Espresso gli compra una dozzina di immagini scattate in un mese di viaggio in Meridione. Piergiorgio Maoloni, responsabile grafico del Messaggero, lo incoraggia. E lui nei Paesi baschi realizza un servizio sull'Eta, proprio mentre sul collo dei separatisti in armi pende l'ombra della garrota della Spagna franchista. Allunga il ritorno passando da Parigi, per vendere le foto a Gamma. E intanto anticipa alla grande agenzia un altro progetto. «Indira Gandhi, star della scena internazionale, stava per vincere elezioni molto attese in India. Io le avrei seguite da Calcutta, nel Bengala indiano confinante con il Pakistan dell'Est che aveva appena premiato con un voto plebiscitario gli indipendentisti in aperto contrasto con il governo militare pakistano. Avrei potuto seguire da vicino anche questa possibile area di crisi».

Gamma approva. Negli anni in cui non c'è che il Vietnam, Ferri ha visto oltre. Anche grazie a un suggeritore lontano: il Bengala è un nome magnetico per chi come lui ha sognato con Emilio Salgari. Parte dopo Natale con una Leica, una reflex Canon e un paio di gambe giovani per teleobiettivo. «A Delhi arrivammo giusto per la festa dell'indipendenza». Quindi, Calcutta, tra lotte operaie e movimenti rivoluzionari nelle campagne. Le giornate viaggiano a rullini. Se ne riempiono sacchetti, da spedire dall'aeroporto internazionale, affidati al passeggero giudicato più affidabile agli imbarchi. Mai una scelta sbagliata. La situazione si fa più complicata a metà marzo, quando i due amici si trasferiscono a Dacca, la futura capitale del Bangladesh, per seguire i moti secessionisti. «Lì non c'era l'aeroporto internazionale, e per arrivare a Calcutta serviva un intero giorno di viaggio. Uno di noi partiva con i rullini, mentre l'altro restava a scattare. E viceversa». Fino al 25 marzo, quando viene chiuso il confine. Crovi è in India, Ferri in Pakistan Orientale. In teoria dovrebbe starci per poco. «Tutti i giornalisti stranieri furono convocati con l'obbligo di imbarcarsi sui voli militari per Karachi. Eravamo in stato d'assedio. Decisi di rimanere». La fotografia coglie l'attimo, un buon fotoreporter l'attimo lo anticipa. Ma questo a Ferri rischia di costare la vita.

Il 26 viene dichiarata l'indipendenza da Islamabad. E lui è sul treno per Chittagong, il porto al confine con la Birmania, dove sbarca la maggior parte dei rifornimenti per l'esercito pakistano. Il viaggio è a singhiozzo: Ferri e gli altri scendono. La stazione di Comilla è la sua ultima fermata da fotoreporter. Con gli altri feriti viene portato in risciò al piccolo ospedale cittadino. Estratto il proiettile, lo tengono dieci giorni ricoverato. Fortuna vuole che il consolato inglese venga a sapere di lui prima dei militari e gli organizzi il rimpatrio. Sfortuna vuole che poco dopo finisca sotto il bisturi in un ospedale romano non attrezzato per il necessario intervento di micro-neurochirurgia al plesso brachiale. «Mi assicurarono che avrei recuperato con la fisioterapia, in realtà, come fotografo fui consegnato all'inabilità». Si reinventa presto, mosso da un'energia ben nota anche a chi segue dal 2011 le sue campagne da attivista della Federazione italiana ambiente e bicicletta (sogna di rifare quel lontano viaggio pedalando e magari fino in Thailandia: ma da allora il mondo è cambiato anche per l'infittirsi dei mitra). Per tre anni è libraio a Roma, due foto editor all'agenzia Dfp di Milano, nel '77 e nel '78 in un collettivo di ricerca culturale, poi a Brescia si dedica a studi sul cinema, collabora con Sergio Leone. Dall'89 al '93 è all'agenzia Photo dossier e poi, fino al 2009, alla Grazia Neri. Non ha più firmato reportage. Altri lo hanno fatto per lui. Lui per loro ha saputo cogliere gli attimi parecchi attimi prima.

 

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