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Il racconto di un parmigiano

«Io vaccinato a Belgrado in pochi minuti, senza attese»

di Luca Pelagatti -

11 aprile 2021, 05:07

«Io vaccinato a Belgrado in pochi minuti, senza attese»

«Quando ho saputo che ci sarebbe stata quell'opportunità non ho perso tempo. Mi sono presentato in fiera dove, nel giro di pochi minuti, ho ricevuto la mia dose di vaccino contro il Covid».

La fiera è quella di Belgrado, la fiala era marcata AstraZeneca e chi parla è Giacomo Larini, architetto 55enne, originario di Fornovo ma da anni di casa nella capitale serba dove si occupa di rendere più belli i palazzi e far conoscere il meglio del design made in Italy. E qui sta l'apparente paradosso: da sempre, si sa, tutti impazziscono per ciò che profuma d'Italia. Ma oggi è la Serbia, di colpo, il luogo dove ognuno sogna di andare. Perché è il paradiso dei vaccini.

«Beh, non è proprio così, anche se è vero che qui il sistema funziona bene. E i vaccini ci sono. Volendo si può essere immunizzati in poco tempo».

Una notizia che, una volta rimbalzata sulle pagine dei giornali di casa nostra, ha scatenato una specie di smania collettiva, una frenesia che ha spinto molti a fare di tutto per partire. Per cercare l'immunizzazione tra i Balcani.

«Io faccio parte di un gruppo di italiani residenti in Serbia e, in effetti, nelle ultime ore stiamo ricevendo decine di richieste di connazionali che vorrebbero raggiungerci per saltare le code che ci sono in Italia».

Stranezze dell'epoca Covid: al punto che, la notizia è di poche ore fa, il governo serbo ha dovuto congelare la possibilità per gli stranieri di accedere alle dosi di Belgrado. Per evitare sguaiati viaggi della speranza.

«Cosa dire? In Serbia il sistema funziona: lo Stato ha acquistato tantissime dosi di vaccino cinese, Sputnik e, sia pure in misura inferiore, di Pfizer e Moderna. Per cui, iscrivendosi al portale del ministero, si può accedere alla vaccinazione anche nel giro di 48 ore se si accetta quello cinese. Per gli altri occorre attendere invece un po' di più». Ma «l'open day» che ha permesso a Larini di non fare neppure un'ora di coda, scatenando la smania globale del turismo vaccinale come è nato?

«Semplicemente perché c'erano alcune decine di migliaia di dosi di AstraZeneca che stavano per scadere: per non buttarle il Ministero ha invitato chi voleva a presentarsi in fiera per ricevere l'iniezione». Nel primo fine settimana, sospettosi, in pochi hanno aderito. Ma quando si è sparsa la voce è partita la corsa. E il sabato dopo, fuori dalla fiera, c'erano persino pullman con targhe bosniache, macedoni, albanesi.

«Una stravaganza pure in un paese dove, io ne sono la dimostrazione, non solo i cittadini locali sono protetti ma anche coloro che qui lavorano e vivono». A riprova che il rigore e la concretezza balcanica vincono, a volte, sulla italica fantasia. E che per battere i problemi l'organizzazione è meglio della creatività.

«Per avere le dosi basta registrarsi su un sito: qualche giorno prima della data prevista, arriva una mail o un messaggio e su sette milioni di abitanti il 25% ha già ricevuto la prima dose, con la priorità ovviamente per anziani e persone con ruoli particolari. Ma, per esempio, se la chiamata arriva ai genitori il vaccino c'è anche per i figli».

Dettagli che visti dall'Italia scatenano invidia. Anche perché in Serbia i locali pubblici, almeno quelli che hanno un dehors, lavorano regolarmente. E si circola in assoluta libertà. «Non solo: nei giorni scorsi il governo serbo ha siglato un accordo con i paesi circostanti per una sorta di “mini Shengen”: chi è stato vaccinato può liberamente spostarsi negli stati vicini sfruttando una specie di passaporto vaccinale. Le frontiere sono aperte».

Da noi, dove già andare nel comune a fianco è quasi impossibile, più che una storia di vaccini, questo, pare un miraggio.