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INTERVISTA

Guido Barilla: «Parma di domani ha bisogno di progettualità e investimenti»

di Claudio Rinaldi -

19 aprile 2021, 05:04

Guido Barilla: «Parma di domani ha bisogno di progettualità e investimenti»

Guido Barilla, da imprenditore lei è abituato a fare progetti: a breve, media e lunga scadenza. Di che progetti ha bisogno la nostra città?
«Ha bisogno di percorsi all’insegna della stabilità, di investimenti lenti, progressivi: tesi a costruire proposte che abbiano un significato».

Unendo le forze e le energie del territorio, abbiamo ottenuto risultati importanti: il titolo di City of gastronomy Unesco, quello di Capitale italiana della cultura.
«Vero, ma bisogna fare di più. Parma 2020 – purtroppo rovinato dall’emergenza pandemia – ha coronato la voglia della città e dei cittadini di ritrovare un ruolo, non solo in Italia, di ridare a Parma il fulgore e lo smalto che, per tanti anni, hanno caratterizzato la nostra storia. Certo, fa riflettere come Parma è arrivata a questo risultato, che è figlio di una volontà. E deve fare pensare anche per il nostro futuro, per la scelta del posizionamento della città futura».

In che senso?
«Siamo arrivati sull’onda di un periodo di grande difficoltà, dovuto a congiunture di varia natura, a fatti politici di interpretazione non proprio lineare che si sono intrecciati con gli eventi di carattere socio-economico di questi ultimi 30-40 anni della storia della città. A un certo punto c’è stata questa sorta di risveglio sociale, politico, economico della città. Per certi versi, il titolo di Parma 2020 è stato un guizzo: la volontà di affermare il desiderio di esserci».

Un guizzo, nel senso che è stata una vittoria non proprio preparata?
«Le domande che dovremmo porci sono: Parma aveva costruito per tempo, in modo solido, un percorso per raggiungere i titoli di City of gastronomy e di Capitale della cultura? Un percorso pensato per dare veramente il meglio di sé? O, piuttosto, abbiamo preso i titoli e poi abbiamo cominciato a pensare a come “riempirli”?».

Lei che risposta si dà?
«Direi che abbiamo fatto tutto un po’ in fretta. Questo non toglie nulla alla volontà, all’orgoglio della città. Che, anzi, per questo merita un grande plauso. Ma mi chiedo – è una domanda, più che un’asserzione – se i contenuti e la nostra capacità di esprimerli erano veramente pronti, o se invece occorra fare del lavoro di base, avere più pazienza e progettare una ricostruzione delle forze della città».

Qual è il lavoro di base di cui c’è bisogno?
«Non si può progettare la rinascita di una città in pochi mesi, e neanche in pochi anni. È una visione a lungo termine che necessita di una serie di impianti di base che poi fioriscano nel tempo, generino il loro prodotto. Ogni grande scelta – che si tratti di persone, di imprese, o anche di entità più importanti, come una città – richiede investimenti strutturati nel tempo che hanno bisogno di maturare la loro forza, la loro solidità».

Pubblico e privato devono unire le loro forze. A Parma è una strategia che funziona bene?
«È molto importante il desiderio di unire le energie. Noi siamo molto favorevoli a percorrere questa strada: anche l’appoggio convinto che abbiamo dato a “Parma, io ci sto!” lo testimonia. Ma, ancora una volta, c’è bisogno di maggiore maturazione, da entrambe le parti. Si possono – e devono – fare dei passi avanti».

Come?
«La prima considerazione è che ognuno deve dare alla causa comune quello che veramente sa e che gli compete. Non si può chiedere al privato di fare cose al di là delle sue competenze, così come bisogna chiedere al pubblico di aprirsi maggiormente, di essere più disponibile alla libera interpretazione del privato nel fornire contributi. Ma non si può mettere nelle mani del privato attività che spettano al pubblico. È un percorso più lungo di quello che immaginiamo. L’ente pubblico e il privato devono maturare assieme, ognuno nelle proprie competenze e nei propri ruoli».

Qual è il ruolo delle imprese?
«Certamente – al contrario di quel che tanti, con superficialità, pensano – non è farsi carico di oneri diversi da quelli della loro missione, solo perché fanno business. Per un’impresa già avere comportamenti di carattere economico virtuosi, per ottenere risultati positivi ed essere buoni cittadini, è un impegno straordinario. I risultati economici che le imprese raggiungono servono per essere reinvestititi nello sviluppo, nel futuro delle imprese stesse. Ne consegue che le aziende partecipano alla vita sociale della comunità svolgendo bene il loro mestiere, essendo in solidità: e quindi dando in solidità economica il loro contributo, provvedendo ai fornitori, ai clienti, primariamente ai loro dipendenti. Poi ci sta che una parte dei guadagni sia destinata alla gestione della vita sociale e pubblica. Ma deve essere chiaro che non è la funzione primaria di un’impresa, che invece deve essere l’espletamento della propria missione aziendale».

E invece secondo lei il pubblico ha troppo spesso l’abitudine di contare sui contributi dei privati?
«È proprio in questo senso che penso che le due parti debbano maturare: si deve andare verso un’interazione più raffinata, una sinergia operativa diversa. La gente non può immaginare quanti e quali oneri un privato ha, nel mestiere che compie: nella competitività che deve avere, nella gestione dei mercati che deve sostenere. Ha impegni enormi: e se venisse meno ai suoi impegni primari farebbe il peggiore degli errori».

Diceva che un’azienda svolge bene il proprio mestiere dando solidità economica primariamente ai propri dipendenti. È, storicamente, uno degli obiettivi della Barilla. Oltre al legame fortissimo con la città.
«La Barilla ha, da sempre, una grande vicinanza con la città: non è una cosa degli ultimi anni, semmai dell’ultimo secolo. E non è un atteggiamento di riconoscenza verso la città: è pensare che il posto dove opera, i territori in cui ha le proprie sedi sono parti preziose delle componenti operative. Il legame con Parma è sempre stato molto naturale, mai sforzato».

Di cosa ha bisogno Parma per crescere?
«Di progettualità e di professionalità. Servono persone capaci di gestire la contemporaneità. Le città sono diventate vere e proprie macchine operative, non sono più solo entità con necessità sociali. Ogni città deve avere una propria strategia, una propria vocazione, un proprio percorso, una visione strategica futura. Parma non fa eccezione: deve capire quale può essere il suo futuro, per sé stessa, all’interno del proprio territorio, ma anche nei confronti delle altre città».

Lei quale futuro vede?
«La vocazione di Parma va pensata e approfondita. Quali sono veramente i vantaggi competitivi che ha nei confronti di altre città? Vanno individuati, valorizzati e costruiti nel tempo. Conta la contemporaneità, più che la storia passata. Perché le persone devono venire a Parma? Perché Parma deve essere un punto di riferimento? Su quali argomenti? Con quale profondità? Bisogna partire dalle risposte a queste domande, anche pensando alla vocazione europea che la città ambisce ad avere, e poi passare alla fase concreta degli investimenti».

Lungimiranza. E tanta concretezza.
«Proprio così. A volte ci si basa più sui prodotti, quando non sui modi di dire. Si dice che Parma è la città della cultura. Perché? Dimostriamolo. Non basta pensare ai grandi personaggi della cultura del passato. Parma città dell’agroalimentare? Di nuovo, dimostriamolo: non basta che qui ci siano alcune grandi aziende, o i consorzi dei due prodotti conosciuti nel mondo come i prodotti italiani di più alta qualità. Non è sufficiente».

A chi spetta menare le danze, per la progettazione?
«All’amministrazione. La quale deve chiedersi se ha le competenze corrette per visualizzare prima, e concretizzare poi, questo percorso. Un percorso – ripeto e sottolineo – fatto di investimenti. Si parte dalla storia – perché è la conditio sine qua non per cominciare – ma poi bisogna guardare avanti».

Come si declina la concretezza?
«Per prima cosa, liberandoci da stereotipi desueti e dannosi. Una malattia di cui soffre Parma e, in modo molto più grave, tutto il Paese. Troppo spesso ci si riempie la bocca parlando di “italianità”, dei valori di cui andare fieri, del fatto che noi italiani siamo più intelligenti e più creativi, del made in Italy. Ok, ma parliamo di cose concrete, pensiamo a progetti chiari, precisi e specifici e a investimenti strutturati e duraturi nel tempo per realizzarli».

Qual è il ruolo della scuola?
«Fondamentale. È per questo che mio padre ha fatto la facoltà di Ingegneria, che noi siamo così vicini all’università. Perché pensiamo che la scuola e la formazione siano elementi strutturali fondanti non solo del benessere sociale e civile – perché la competenza e la conoscenza migliorano la qualità delle persone e la qualità dell’esistenza civile – ma anche perché sono le condizioni sulle quali si fonda la creazione delle progettualità. Le aziende della nostra città si devono avvalere di competenze sempre maggiori, di qualità sempre più alta. È importante dare la possibilità ai giovani della nostra città e a chiunque voglia venire a studiare a Parma di poter accedere a questi livelli di competenza».

Questa intervista esce nel giorno del debutto della “nuova” Gazzetta. Qual è il suo rapporto con i giornali?
«Un rapporto solido, fisico, perché legato al mio amore per la carta. Anche se da qualche anno trovo comodo leggere i quotidiani in versione digitale. Leggo tutte le mattine la “Gazzetta” e la “Gazzetta dello Sport”, è un’abitudine consolidata, direi un vizio indelebile. La versione digitale è comoda, ma la carta resta un pezzo della mia storia. Non solo per i giornali».

Cioè?
«Faccio parte di quella generazione che ancora lavora con la carta. Gran parte dei lavori, in azienda, oggi sono realizzati con computer e altri strumenti informatici. Io ho ancora il bisogno fisico della carta: e questo deriva proprio dal mio rapporto fisico con i giornali».

«Gazzetta» e «Gazzetta dello Sport»: e poi?
«Leggo anche altri quotidiani e, anche se non tutti i giorni, qualche giornale straniero. Mi serve per provare a capire cosa pensano gli altri di noi, per avere un’idea più equilibrata del nostro Paese».

I giornali soffrono la concorrenza degli altri mezzi di informazione, che si sono moltiplicati.
«Sì, però l’approfondimento lo trovi sui giornali. Personalmente, leggo più volentieri quotidiani che non hanno una vocazione faziosa politica, mi piacciono le interpretazioni dei fatti con taglio socio-culturale, rifuggo dalle interpretazioni politiche. Secondo me in Italia non è facile trovare giornali che diano un servizio totalmente scevro da valutazioni politiche. Se posso fare un complimento alla “Gazzetta”, trovo che sia uno di quelli che provano in modo più serio a dare una visione equilibrata».

Grazie, davvero. Il nostro obiettivo (e non solo il nostro) è di puntare sull’autorevolezza, proponendoci come contraltare rispetto ai social network, dove uno vale uno e dove le bufale trovano terreno fertile per propagarsi. O rispetto al mondo di blogger e influencer: mestiere, il loro, ha scritto una volta l’indimenticabile Gianni Mura, «del quale non si avvertiva la necessità».
«Non ne avvertivamo la necessità – aggiungerei – nella nostra concezione di informazione. Sono abbastanza vecchio per venire da quella cultura e per avere figli grandi che mi hanno aiutato a comprendere e interpretare meglio il ruolo e la modalità dei nuovi mezzi. Io non li demonizzo: li osservo. Come per ogni modello informativo, penso ci siano dei percorsi di crescita. I social sono diventati uno dei veicoli fondamentali dell’informazione, stanno vivendo un periodo di sviluppo ma anche di maturazione. Credo che gli eccessi saranno mitigati nel tempo, oppure si capirà strada facendo quali riescono a dare informazioni più solide e quali invece sono meno affidabili. D’altra parte la rivoluzione digitale che è in essere da vent’anni porterà a una comprensione più profonda dell’utilizzo della cultura digitale: questo non potrà che avvenire con le generazioni nate digitali. Siamo in una fase di passaggio».

La «Gazzetta» cambia grafica, ma rivisita anche i contenuti, per offrire un giornale più bello e più ricco. Quanto conta il “vestito”, per un quotidiano?
«L’estetica e la grafica in un giornale sono fondamentali, perché c’è un rapporto fisico, un rapporto sensoriale tra lettore e giornale. L’immagine, la geometria e l’estetica hanno un impatto molto rilevante nell’affezione che si crea con il lettore e nelle modalità di interazione con articoli, foto, informazioni».

Le piace la “nuova” Gazzetta?
«Molto, trovo che il lavoro fatto sia di qualità eccellente. Dentro questo progetto c’è molta cultura, c’è molta competenza. Sono certo che i lettori apprezzeranno. Parlando di estetica, credo che il concetto di bello, di cui tutta la cultura italiana è pervasa, debba essere sempre di più valorizzato: questo sia per un’azienda che produce informazione e edita un giornale, sia per un’azienda come la nostra che produce alimenti. Il concetto del bello è solo apparentemente soggettivo: ha invece dei fondamenti estremamente profondi ed estremamente oggettivi. E lo sforzo da fare è riproporre continuamente la competenza, la conoscenza, la cultura dell’estetica: perché è una parte della nostra eredità culturale italiana che non dobbiamo mai dimenticare».