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Intervista

Giampaolo Cagnin: «Colleziono arte per affrontare le sfide del futuro»

20 aprile 2021, 05:03

Giampaolo Cagnin: «Colleziono arte per affrontare le sfide del futuro»

Schivo, riservato, coraggioso, amante delle sfide impossibili. Una lunga serie di successi e ripartenze alle spalle, per Giampaolo Cagnin, imprenditore e collezionista, è arrivato il momento di condividere la passione per l'arte, maestra di vita, stimolo di continua conoscenza, guida nel «desiderio di andare sempre oltre le apparenze».

 

Una collezione, quella di Cagnin, che gli somiglia in toto: fuori dagli schemi e dalle mode, dalle convenzioni e dai binari prestabiliti. Ogni scelta guidata dal cuore, ma pesata dalla competenza, dalla voglia di superare sempre i propri limiti, per crescere e migliorare.

«Non c'è differenza tra l'essere collezionista e l'essere imprenditore - precisa subito -. Per collezionare occorre imparare a vedere, devi diventare un osservatore attento e devi riuscire a sintonizzarti con le opere d'arte, che hanno forme diverse e mutevoli a seconda del periodo in cui sono state realizzate. Chi è capace di osservare un'opera d'arte percepisce l'armonia del pensiero e la sincerità delle intenzioni sia nell'informale che nel formale. E la stessa cosa succede con i progetti imprenditoriali. Devi sintonizzarti con l'armonia del progetto. Nel momento in cui lo percepisci, lo vedi declinarsi e ne vedi potenzialità e difetti. In sostanza riesci a sentire se è un progetto di valore, solo opportunistico o semplicemente stupido».

 

Nella sua villa alle porte di Parma, trovano attualmente dimora circa 500 opere, tra tele e sculture, dal Cinquecento alla prima metà del Novecento, firmate da artisti “grandi” e “minori”, tutte con una storia esemplare, degna di essere raccontata. Sono rappresentati periodi diversi dal Simbolismo al Realismo, dal Futurismo all'Informale fino all'Astrattismo.

 

Cosa accomuna queste forme così diverse tra loro?

«Le opere hanno una diversa “grammatica del gesto” ma l’armonia del progetto e la sincerità dell’impresa sono ben percepibili a chi riesce a sintonizzarsi con l’opera».

Impresa e arte vanno a braccetto. Un'esperienza a tutto tondo?

 

«Il lavoro e la necessità di imparare una professione mi hanno dato molto in termini di libertà e dignità, parole cardine di tutta la mia vita, valori che ho imparato dai miei genitori Pietro e Anna. Non ho mai lavorato per il profitto, ma sempre per la dignità e la libertà. Poi, come reazione secondaria, è arrivato anche il profitto, concetto di cui sono arrivato a coniare una definizione: inevitabile sottoprodotto di un'attività intelligente. Il profitto è una conseguenza, non una ragione di vita. Non intendo con questo darne una connotazione dispregiativa, ma non può essere il “casus” di nessuna attività. Avere il profitto come forza ispiratrice è l'unico modo per non ottenerlo. E qui c'è il collegamento fra arte e impresa: imparare a vedere è anche imparare a vedersi, un esercizio faticoso ma utile sia all’uomo che all’imprenditore.

 

Posto che l'imprenditore e il collezionista sono la stessa cosa, da dove è partita la passione per l'arte?

 

«I miei primi contatti con il mondo dell'arte risalgono al 1970, quando, all'età di 10 anni, mio padre Pietro, mi accompagnò per la prima volta a Oppiano di Gaiano nello studio di Amos Nattini. Viveva in un ex-convento benedettino, ereditato da una prozia».

 

Qual è il ricordo più chiaro di quella prima volta?

 

«C'era un enorme corridoio con l'edizione monumentale della Divina Commedia, appoggiata su un enorme leggio. E poi ricordo lui, un uomo piccolo di statura, con una giacca sporca da pittore. Ci portò nella torretta dell'edificio che era diventata il suo studio, come il laboratorio di un alchimista, dove in effetti lui produceva vernici, pigmenti, colori. Tutti quei barattoli e boccettini davano, a me bambino, l'impressione di una inarrivabile creatività sostenuta da un credo incrollabile. Sembrava che quell'artista vivesse per la propria missione. L'impressione di allora si è rivelata vera, perché Nattini è stato uno straordinario esempio di fedeltà a sè stessi, ai propri valori di vita, a costo dell’anacronismo e dell’oblio: un messaggio di grande attualità e monito».

 

 

 

I contatti con Nattini poi sono proseguiti nel tempo?

 

«Nattini rifiutava il contatto con i commercianti, i mercanti, le gallerie, il mondo del commercio, ma per mio padre la porta era sempre aperta perché l'artista aveva colto in mio padre la sincerità del suo approccio e del suo essere. Sono cresciuto in mezzo a Psiche e Amore, alle Amadriadi ibernate, agli Incagliamenti di navi in missioni eroiche e a tutte quelle situazioni allegoriche che Nattini attingeva dalla mitologia greca e romana. E' stato fra i 10 e 17 anni che si è sviluppata questa consuetudine di vivere circondato dai quadri. Questa comunanza vent'anni dopo mi ha fatto capire il dolore di mio padre costretto a vendere tutte le opere d'arte per far fronte alle situazioni della vita e che mi ha portato nell'avventura, tra il 2000 e il 2015, di ricerca e recupero di tutte le opere che lui era stato costretto a vendere. E' stato un omaggio a mio padre e un'avventura per e con me stesso».

 

 

 

Ma il desiderio di essere circondato da opere d'arte inizia ben prima di questa avventurosa ricerca?

 

«Andavo in treno da ragazzino in piazzetta Bossi a Milano a vedere le aste di Finarte. Erano gli anni Ottanta. Allora non potevo permettermi di fare grandi acquisti, ma mi piaceva immergermi nel clima e nella tensione delle aste dal vivo. Risale a quegli anni il primo acquisto della collezione. Il primo quadro, che ora non ho più, l'ho comprato proprio da Finarte. Era di Rubens Santoro, un Palazzo veneziano dipinto con un realismo straordinario. Avevo 24 anni».

 

 

 

Ora della Finarte Giampaolo Cagnin è socio: ne ha fatta di strada?

 

«Ho frequentato Finarte per tanto tempo, anche nel periodo in cui, giovane senza possibilità economiche, lavoravo e studiavo tecnologie alimentari per sviluppare una professionalità e acquisire la mia indipendenza. In quegli anni da Finarte si poteva vedere ancora la grande pittura ottocentesca italiana: Morbelli, Fattori, Previati, Pelizza da Volpedo. Per me era come essere in un film o in un sogno ad occhi aperti. Quei quadri venivano venduti a centinaia di milioni di Lire, cifre metafisiche per me allora. Quando ho potuto diventare socio, molti anni dopo, ho chiuso un altro cerchio».

 

 

 

Il Futurismo nella collezione Cagnin ha un ruolo importante. Perché?

 

«Il Futurismo, oltre al fatto che è il movimento artistico novecentesco italiano per eccellenza, ha una storia che mi affascina. Una storia di rottura degli schemi, di libertà intellettuale, di anticonformismo, di energia. Non è un caso che il primo grande investimento - con investimento non intendo economico, ma potremmo dire energetico - è stato una grande tela di Roberto Baldessari, Luce+Ambiente del 1914. La acquistai nel 1999, anche se non avevo tutti i soldi per pagarla».

 

 

 

Tra l'acquisto di Rubens Santoro e Baldessari, il primo all'inizio degli anni Ottanta e il secondo alla fine dei Novanta, incontri inaspettati e sorprendenti?

 

«In effetti sì. Inizio a lavorare nel 1984, ma è solo nei primi anni Novanta che mi capita spesso l'opportunità di viaggiare. A Londra frequento le aste di Christie's e Sotheby's, da dove provengono molti pezzi di questa collezione. Fondamentale inoltre l'incontro con Giovanni Sarti gallerista italiano di Parigi. Lui mi ha fatto da mentore, da consulente e mi ha insegnato a privilegiare la qualità e a comprare opere non rimaneggiate o restaurate. In quegli anni, dai primi anni Novanta agli anni Duemila, ho acquistato prima di tanti altri i cosiddetti “Leonardeschi”».

 

Prende corpo proprio con i leonardeschi, tra cui alcuni pezzi di grandissimo pregio, l'idea di fare una vera collezione?

 

«In effetti è il primo nucleo di opere legato da un filo logico. Prima di allora non avevo in mente di costituire una collezione organica. L'incontro con alcuni di questi allievi di Leonardo mi ha aperto ad un modo di concepire la raccolta, anche come corpus fisico con una sua identità e personalità. Nella mia collezione ci sono pezzi importanti, ma anche alcuni inevitabili errori. Allora il mio studio e la mia preparazione erano appena all'inizio».

 

 

 

 

 

Come è cresciuta, in seguito, la collezione?

 

«La collezione è cresciuta di pari passo con la mia voglia di confrontarmi con le vite degli altri. Non a caso dico spesso che “colleziono il coraggio”. Tutti gli artisti presenti nella raccolta hanno avuto vite indipendenti e coraggiose, rappresentano esempi per me».

 

 

 

Qual è la vita d'artista con cui sente maggiore affinità?

 

«Difficile sceglierne una soltanto. Forse è Giacomo Balla il mio preferito. Possedevo un'importante opera sua, “Sorge l'idea”, significativa rappresentazione grafica di un'idea che si sviluppa. Non fa più parte della collezione, però».

 

Come avviene la ricerca dei pezzi?

 

«Mi documento continuamente, insieme al curatore della collezione Cristian Valenti. Ogni sera leggo e studio i cataloghi che vengono pubblicati in tutto il mondo, seguo le aste. Da un certo punto di vista rimpiango il passato: prima di internet si doveva andare fisicamente a caccia delle opere. Oggi ci sono i motori di ricerca specializzati che permettono di fare ricerche e acquisti in tutto il mondo rimanendo comodamente a casa: ma la comodità è pericolosa per la vita…».

 

Ci sono pezzi che arrivano anche da istituzioni culturali, non solo da case d'asta o collezioni private.

 

«Sì, per esempio il capolavoro di Filippo Carcano “Margherita Pusterla” arriva dal Museum of Fine Arts di Boston. Lei è la protagonista del romanzo omonimo di Cesare Cantù, un libro ottocentesco che fece grande successo. La tela racconta la scena della salita sul patibolo. In generale compriamo più volentieri nelle piccole case d'asta private in Europa e in America: scoprire la qualità dimenticata è una grande soddisfazione».

 

Centinaia di viaggi in giro per il mondo alla ricerca di opere d'arte, ma quale la ricerca più appassionante.

 

«Ricordo l'eccezionalità di un viaggio in Cina nel Duemila, ma quella più appassionante di tutte è stata sicuramente quella dei Nattini perduti, anche perché mi ha permesso di andare a ritroso nella storia di un'Italia che non c'è più. Inoltre questi quadri, appartenuti a mio padre, sono stati tutti cercati uno ad uno, come in una caccia al tesoro: non è stato semplice come acquistarli all'asta. Abbiamo dovuto spulciare le lettere, i documenti, siamo andati di persona nelle case e nelle città, ci siamo confrontati con le vite e le alterne fortune di generazioni di collezionisti.

 

 

 

Da collezionista a mecenate. E' già stato fatto il passo?

 

«Trovo che la definizione non mi si adatti e rifuggo ogni forma di autocelebrazione. Quando posso sostengo progetti che sento vicini e sinceri. L'occasione più recente che si è presentata è legata, e non è la prima, al libro fotografico, che sta per essere stampato, di Mauro Davoli sul museo Guatelli di Ozzano. Sostengo cosi un progetto di Parma 2021 nella memoria del Maestro Ettore Guatelli, il cui insegnamento è attualissimo e va fatto meglio conoscere».

Schivo, riservato, coraggioso, amante delle sfide impossibili. Una lunga serie di successi e ripartenze alle spalle, per Giampaolo Cagnin, imprenditore e collezionista, è arrivato il momento di condividere la passione per l'arte, maestra di vita,...

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