Sei in Gweb+

Reportage al Rasori

Covid, la vita che parla negli oggetti delle vittime mai ritirati

di Roberto Longoni -

21 aprile 2021, 05:04

Covid, la vita che parla negli oggetti delle vittime mai ritirati

Degli uomini e delle donne che erano non è rimasto nessuno. Tutti partiti con l'ultimo treno, in un viaggio a luci spente, troppo lontano per il ritorno. Destinati dove si entra a mani vuote, hanno lasciato i bagagli ad ammucchiarsi su scaffali che ricordano il deposito di una stazione. O che assomigliano a un magazzino di oggetti smarriti. Solo che qui a perdersi agli occhi del mondo e per sempre non sono stati gli oggetti: si è perso chi li possedeva. I morti. Quelli che danno il titolo al racconto di James Joyce portato in ambulanza da una malata nella prima ondata del Covid. Zavorra inutile: se leggere «Gente di Dublino» era l'ultima volontà di una donna forse ignara della propria condanna, il boia travestito da virus non l'ha rispettata. L'ignota paziente, l'immagini per giorni debole e febbricitante, davanti allo specchio della tv, immersa nell'angoscia planetaria. Fino a che lei stessa - i polmoni invasi dal nemico invisibile - non ne diventa parte. Ha il fiato sempre più spezzato, ma in attesa dell'ambulanza è ancora capace di infilare un libro e una rivista di giardinaggio nella borsa, con spazzolino, ciabatte e biancheria intima. La lista della speranza e della necessità presto oscurata da quella del dolore: il saturimetro, i farma ci, gli «occhialini», il casco a ossigeno, l'intubazione, il coma e infine il silenzio. Niente più tempo per lavarsi i denti, cambiarsi, leggere. Niente più tempo: solo minuti misurati in respiri.

 

 

Testamenti nel silenzio

Si è morti e si muore soli, in questa pandemia. Chi lo è più di altri, lascia la propria solitudine in eredità al mondo: racchiusa in un trolley elegante, in una borsa sportiva o in un consunto sacchetto per la spesa che nessuno ritirerà più. Decine di queste sporte sono associate a un nome e a un cognome rimasto senza familiari nell'aldiquà. Un'altra ottantina appena a un numero, e per queste si parla di «anonimo» o di «ignoto», come in qualsiasi guerra: i resti del paziente ignoto, dopo quelli del milite ignoto. Altri ancora (119) sono effetti personali «rifiutati» dagli eredi: a volte ritrovare può essere ancora più doloroso. Una diversa dall'altra, ognuna corrispondente a una vita, queste solitudini affollano uno stanzone al piano terra del Rasori. Era la cappella del vecchio padiglione di Pneumologia, ora è un limbo dove gli effetti personali delle vittime del coronavirus sembrano replicare giorno dopo giorno la scomparsa di chi li possedeva. Un luogo in cui i morti si fanno sentire meno altrove di sempre.

Parlano, i loro oggetti: gli basta esserci, per farlo. Li osservi e li ascolti. Da settimane Roberto Cavalieri li fotografa uno a uno, e così registra il loro rumore di fondo a due passi da viale dei Mille, dal traffico, dalla vita che - pur se in mascherina - scorre come sempre all'apparenza. Un lavoro da contabile del dolore e cantore di una Spoon River di corsia, di caduti che fanno parte di noi anche se sconosciuti. Quanto è stato depredato il nostro mondo dal Covid: te ne accorgi anche di fronte ai nomi antichi di chi è stato portato via. Ulisse, Leandro... Non apparterranno magari nemmeno più alla memoria collettiva, ma all'immaginario comune sì. Ora c'è il vuoto di un'immensa ferita al loro posto.

 

Memoria fotografica

Insegnante di microbiologia alle superiori, garante dei detenuti del carcere di Parma, primo fotografo italiano a ritrarre i prigionieri in cella a Kigali in Rwanda (ha pubblicato un libro fotografico sui condannati a morte) accusati del genocidio del '94, Cavalieri negli anni '90 è stato fotoreporter freelance tra Burundi, Zaire, Guinea Bissau, Sierra Leone, Sri Lanka, Bangladesh, Sarajevo e Mostar. «All'idea del coprifuoco - confessa - ho sempre associato quella del reportage». Così, chiuso come tutti nel grande lockdown, si è pensato di nuovo in prima linea, avanzando dopo mesi fino a questa remota trincea d'ombra, per farsi anche garante di una memoria condivisa. «Un lavoro fatto innanzitutto per me - dice - per sentirmi in continuità con un passato di cui sento la mancanza. E per far conoscere il dolore di queste persone dignitose e coraggiose».

 

Cavalieri fotografa le borse e i loro contenuti, e la sua Hasselblad è registratore e macchina del tempo. «Ogni oggetto mi racconta del suo proprietario: me lo fa immaginare nei suoi ultimi giorni». Il suo Still life qui più che mai va tradotto alla lettera, con «ancora vita». Attorno agli effetti dei defunti è come se ci fosse ancora movimento e fluttuassero discorsi. Parlano, gli oggetti: specie se chi li possedeva non ha più voce e spesso nemmeno un nome.

 

 

Ricoveri senza ritorno

C'è chi in ospedale è arrivato con le stampelle al seguito ora legate a un sacchetto di plastica. Chi con una gamba finta. Per come appare consumata, la protesi ha l'aria di aver percorso giri del mondo. Alla fine, il possessore forse non l'avrà nemmeno più sentita come qualcosa d'estraneo. Ora sta dritta sopra un plico di cartelle cliniche tra gli oggetti «rinunciati», poggiata sul piede, sopravvissuta a carne, ossa, pensieri e sentimenti. Sopravvissuta al forno crematorio. A pochi centimetri di distanza i resti di un'altra vita: tra i denti di una spazzola, il capello lungo e biondo di una signora che fino all'ultimo deve essersi specchiata. Fa pensare alle ciocche date per ricordo o a un messaggio in bottiglia. Dai cartoni sbucano cappotti che devono essere stati indossati su pigiami e vestaglie poco prima di salire in ambulanza, da chi veniva preso in custodia dagli angeli del soccorso chiusi negli scafandri. Ci sono trapunte, coperte (anche leopardate). Saranno stati i malati a prenderle o sulle loro spalle le avrà messe una mano amorevole? L'ultimo abbraccio di chi restava a casa, magari a sua volta contagiato e presto costretto a chiamare il 118. Altri nello scarno bagaglio hanno tre magliette della salute mai indossate: forse tenute nell'armadio da chissà quanto, riservate all'eventualità ospedale. Rapace e rapido, il Covid ha fatto sì che restassero impacchettate. C'è chi ha portato con sé fazzoletti ricamati, chi scorte di pile per apparecchi acustici, chi confezioni di Ferrero Rocher o di caramelle all'antico gusto di carruba. Molte le trousse di trucchi, con lime e forbici per unghie. Mai perdere il rispetto di sé, la muta lezione di chi non ce l'ha fatta. Un uomo (lo immagini atletico e alto: le scarpe da ginnastica sono del 45) ha lasciato in una borsa «Il cuore dell'Alcyon» di Camilleri, «Ah, l'amore, l'amore» di Manzini e «Il coltello» di Nesbo: aveva un libro per ogni stato d'animo, e forse non ha potuto aprirne uno. Di un altro c'è solo la borsa: una ventiquattrore degli anni 60 del tutto vuota. Ad aprirla si sprofonda in un abisso. Dal sacchetto accanto spunta un cappellino. «Super babbo» si legge alla base della visiera. Riempiono gli occhi di domande, gli oggetti. L'uomo o la donna che oltre a sei scatole di medicine portò con sé la Settimana enigmistica avrà almeno notato la foto dell'invecchiato Hugh Grant nel cruciverba in prima pagina? «Un gigantesco fiasco» recita l'1 orizzontale. Se non fosse che la soluzione ha nove lettere, con d iniziale, anziché «damigiana» verrebbe da incasellare «disastro». L'ignoto non dev'essersi posto il problema, il giornale è intonso. Porta una data che sa di inizio di una fine: 27 febbraio 2020. Più che una serie di enigmi, presto il suo acquirente ha dovuto affrontare il mistero più grande. Ad esso molti si sono affidati con fede o rassegnazione; o forse, schierando santini e immagini sacre, hanno sperato di ritardare l'estremo incontro. Di un paziente sconosciuto rimane un sacchetto di tela dalla duplice funzione: è borsa e supporto per un'invocazione suprema. «Accresci, Padre, la nostra fede» si legge all'esterno. Il sacchetto ora giace tra gli altri: dallo scaffale risuona l'eco della sua preghiera stropicciata.

Per quanto piccolo, uno zaino sembra contenere l'intero mondo di un immigrato: è come se l'uomo fosse vissuto in un perenne e misero trasloco. Che fosse un indiano sulla quarantina lo rivela il referto con il quale viaggiava: risale a qualche anno prima e attesta una malattia respiratoria nella quale il Covid deve aver trovato una valida alleata. Ma l'identità non è certa, come sottolinea l'«anonimo» sulla targhetta di legno. Nel logoro bagaglio anche due paia di occhiali, tre di forbici, tre spazzolini dalle setole spianate, campioncini di profumo, rasoi usa e getta monolama che avrebbero dovuto essere gettati da quel dì. Vecchio e malmesso, il cellulare non ha trovato posto tra gli altri nell'armadietto d'acciaio che custodisce gli oggetti di un minimo valore. Lo accompagna un'agendina tascabile quasi a brandelli. In stampatello, nell'ultima pagina accanto a «Mama» compare un lungo numero straniero. I caratteri sono cubitali, ma la grafia tremolante fa pensare a un filo di voce. Mama. La prima parola affiorata sulle labbra: chissà se quello sconosciuto lontano da tutto ha trovato il fiato per pronunciarla un'ultima volta.