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Al Regio

Mauro Coruzzi: «L'ultimo ricordo di Milva»

di Mauro Coruzzi -

25 aprile 2021, 05:03

Mauro Coruzzi: «L'ultimo ricordo di Milva»

Nella ricorrenza del 25 Aprile è oltremodo doloroso salutare una grande artista che ci ha lasciato: Milva, la rossa, la superlativa, l’incomparabile Milva, una donna di temperamento e passione, colei che forse meglio di chiunque ha saputo cantare le canzoni della Resistenza, colei che ha portato in giro per il mondo, il canto, eccelso il suo, al servizio di una partitura, di una lingua diversa dalla sua.

«Morti di Reggio Emilia», mi gira in testa, me la vedo davanti, ieratica quando cantava Brecht, sia in tedesco che in italiano, o quando s’adagiava su Morricone per «La Califfa» di Bevilacqua. Milva ha fatto tanto, ha studiato come nessun’altra per diventare sempre più brava e ce l’ha fatta e questo risultato non se ne va con Lei, Lei che ha smosso prima Giorgio Strehler, ispirato Vangelis, Theodorakis, folgorato Battiato che le serve quella perla di rara bellezza e modernità qual è «Alexanderplatz», Lei che si lascia rapire dalle poesie di Alda Merini e le fa diventare canzoni, lei che si fa sedurre (o seduce…) da Jannacci che le cuce addosso «La Rossa» o Giorgio Faletti che le scrive per Sanremo «The show must go on»…

Già, lo spettacolo deve andare avanti e così sarà, almeno lo speriamo, con la ripresa delle attività teatrali; mi piange il cuore pensare ad una notte, tarda per la durata del suo concerto al Regio, quando, dopo un’attesa che mi pareva non finisse mai, mi riceve in camerino, ancora con l’abito di scena, un Gianfranco Ferrè che solo lei sapeva portare come si deve, e poi le parole a diluvio, ricordando quando lavorammo insieme per un mese intero, ad una trasmissione radiofonica dal titolo «Contatto Radio». Puntuale, scrupolosa, di una simpatia inaspettata e col rigore di chi non si concede se non al pubblico, è stata e continuerà ad essere un simbolo di come sia possibile trasformare il proprio destino con la forza di volontà, animando il talento con mille stimoli, lei che arrivava dal delta del Po dov’era fieramente una ragazza del popolo, una che vendeva anguille della sua terra e che poi, con la stessa baldanza, conquisterà mezza Europa facendo di Berlino il suo domicilio in seconda.

Ritiratasi dalle scene da quando la salute ha cominciato a procurarle qualche problema, Milva lascia il tavolo da gioco della vita, avendo fatto man bassa di carte vincenti: tra le tante canzoni di una vita, colonna sonora anche delle nostre (di vite) «Ich hab keine Angst», in italiano «Io non ho paura» del premio Oscar Vangelis Papathannasiou: ecco, Milva, oltre alla stima e all’affetto e al rimpianto, un esempio per come si possa affrontare il destino con coraggio, fino all’ultimo… Buona domenica.

Mauro Coruzzi