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Chernobyl

Quando l'apocalisse colpì anche Parma

di Giuseppe Milano -

26 aprile 2021, 05:04

Quando l'apocalisse colpì anche Parma

«Ho aperto il finestrino dell'elicottero, ho scattato in un minuto dodici foto e poi, all'improvviso, tutte si è bloccato». Sono le parole di Igor Kostin, reporter dell'agenzia Novotny. Fu lui il 26 aprile del 1986, 35 anni fa, a realizzare il primo scatto del reattore di Chernobyl distrutto dell'esplosione e coperto dalla nebbia radioattiva. Dopo Hiroshima e Nagasaki, il mondo viveva un nuovo dramma nucleare, questa volta condito da silenzi e omissioni. Omertà anche verso gli stessi apparati dell'allora Unione Sovietica, tanto che Michail Gorbaciov non seppe della gravità del disastro se non dopo l'allarme che, ora dopo ora, veniva lanciato in Europa, ma dai paesi occidentali.

La nube piomba sull'Italia

All'una circa di quel sabato di 35 anni fa esplose il reattore quattro della centrale e immediatamente la polvere invase una delle regioni dalla natura selvaggia e ancora incontaminata, fra Ucraina e Bielorussia. Poi il vento soffiò verso Finlandia, Svezia, Ungheria, Svizzera ma soprattutto arrivò in gran parte, attorno al primo maggio, sull'Italia.

Il silenzio dei sovietici

Le prime reazioni ufficiali, nel nostro paese, tesero a minimizzare il pericolo. Solo il 29 aprile, quattro giorni dopo il disastro, se ne iniziava a parlare sui giornali. La Gazzetta di Parma lancia la notizia: «Radiazioni in Scandinavia»; il giorno dopo le rassicurazioni dell'allora ministro alla protezione civile Zamberletti: «L'Italia non è in pericolo». Ma la nube radioattiva sui nostri cieli invece arrivò. Il 30 aprile la Gazzetta di Parma dedica all'evento tutta la prima pagina e, per la prima volta, il caso approda anche nella ricca sezione locale. Ancora, però, si può titolare: «Leggero aumento della radioattività ma nessun pericolo».

Stop verdura e latte

Tutto cambia il 3 di maggio. «Radioattività: tre volte di più. La “nube” proveniente dalla Russia è arrivata su Parma» titola la Gazzetta nella cronaca della città per poi, il giorno dopo, riportare le raccomandazioni dell'Usl: «scrupolosa osservanza delle misure cautelari (niente latte fresco e verdura)». Oltre tremila quintali di frutta e verdura finirono così al macero in due giorni al Mercato Ortofrutticolo, per un danno di 250 milioni di lire. Il colpo è durissimo per i commercianti del settore ma anche per gli agricoltori parmensi.

Il triste primato di Parma

A Parma, anche se inizialmente si era continuato a smentirlo, andrà poi il primato della radioattività in Italia. «Registrato un tasso di 450 nano-curie per chilo di foraggio, quando la media regionale era sui 100», viene confermato l'8 maggio. Per fortuna nel frattempo la nube si è dispersa, ma la Centrale del Latte di via Torelli è comunque costretta a trasformare tutto il latte fresco in prodotto a lunga conservazione (si tornerà alla normalità solo il 22 maggio quando il sindaco Lauro Grossi dissequestrerà anche le ultime scorte), mentre la verdura raccolta sino al 17 maggio finisce al macero al consorzio agrario di Colorno.

«E' tutto fuori mercato», non ci si fida più ad acquistare questi prodotti, «una vera e propria sorta di psicosi nucleare» la definirà Felice Pecorari, presidente dell'Unione Agricoltori di Parma.

Per la strade continuarono i lavaggi straordinari dell'asfalto, costanti i controlli dei tecnici dell'allora Azienda Usl 4 ma anche dei Vigili del Fuoco che nella vecchia caserma di via Gorizia vennero allora dotati di nuove strumentazioni. Si arrivò addirittura a consigliare il non utilizzo dei condizionatori e, se possibile, pulirli gettando via poi tute ed indumenti impiegati nell'operazione.

Stop anche a Caorso

Il dibattito sul nucleare portò in Italia allo stop di tutte le centrali. Caorso chiuse definitivamente nel luglio del 1990, anche se, di fatto, la produzione era già stata fermata il 25 ottobre del 1986, pochi mesi dopo il disastro sovietico. Il tema è tornato prepotentemente al centro del dibattito mondiale per la decisione del Giappone di sversare nell'Oceano Pacifico le acque contaminate della centrale di Fukishima,

E a distanza di 35 anni da Chernobyl, si discute pure su quanto abbia inciso il disastro nucleare sull'incremento delle patologie tumorali, una su tutte quella alla tiroide per lo iodio radioattivo. Le analisi continueranno ancora nei prossimi anni, come il fuoco radioattivo recluso nel sarcofago di cemento del reattore numero 4 della centrale ucraina. Che poi la sua storia tragica forse ce l'aveva già scritta nel suo nome: Chernobyl significa infatti assenzio, E l’Apocalisse di Giovanni recita proprio «un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare». Allora, il 26 aprile del 1986, non era solo nell'acqua, ma anche nell'aria che abbiamo respirato.

Dallara: «Noi, i cacciatori della nube»

Il 26 aprile del 1986 era a capo del Presidio Multizonale di Prevenzione dell'Usl 4 di viale Vittoria. Giuseppe Dallara, poi massimo dirigente per molti anni della sede parmigiana di Arpa, nei giorni di Chernobyl era a capo del gruppo incaricato di monitorare ora dopo ora l'evoluzione della nube radioattiva.

«Le prime segnalazioni che qualcosa era successo in Unione Sovietica arrivarono un paio di giorni dopo dalla Scandinavia. Il rialzo di radioattività era notevole e fummo messi in preallarme per una eventuale ricaduta, un 'fall out', anche in Italia. Come è successo l'anno scorso per il covid, anche allora le ipotesi che si fecero erano decisamente meno drammatiche di quanto poi accadde».

E cioè?

«Gran parte della nube radioattiva fu spinta dai venti di sud-ovest prima su Ungheria, Bulgaria ed ex Jugoslavia, poi arrivò sul mare Adriatico. Infine si infilò nella pianura Padana e qui si concentrò per colpa dello schermo delle Alpi».

Insomma come avviene per l'inquinamento oggi?

«Esatto. L'intera valle Padana si saturò e poi tutto ricadde a terra, su di noi. I livelli di contaminazione erano altissimi nonostante fossimo a migliaia di chilometri di distanza. La radioattività era nell'aria, nelle polveri e poi finì nei prodotti alimentari».

Quanto fu efficace la macchina dei controlli nel nostro territorio?

«Parma e Piacenza ebbero la risposta migliore a livello nazionale perché qui esisteva già un piano di protezione ambientale ad hoc per il nucleare. La regione Emilia-Romagna, dopo l'avvio della centrale di Caorso, aveva organizzato dei servizi tecnici di controllo e noi, per fortuna, siamo potuti intervenire. Ma i primi giorni furono molto difficili perché la pressione psicologica dell'opinione pubblica era altissima: tutti volevano delle risposte, delle rassicurazioni e noi avevamo pochissimi dati a disposizione. Anche se il quadro non era tranquillizzante».

Tanti i prodotti che andarono distrutti. Fu necessario?

«Sì, è stato giusto farlo. L'interessamento della catena alimentare fu importante. Dai foraggi alle verdure per poi passare al latte tutto venne contaminato. Fu un disastro economico non solo ambientale. Pensate solo al sequestro di tonnellate di latte vaccino in una zona come la nostra ricchissima di allevamenti. E fu un provvedimento importante soprattutto per i nostri bambini perché il rischio legato alle radioattività aumenta con la diminuzione del peso corporeo».

Ed oggi? Cosa resta di quella nube radioattiva?

«Alcuni contaminanti, come lo iodio, molto pericoloso per la tiroide, fortunatamente decadono in poco tempo ma il cesio, ad esempio, resterà con noi ancora per molto tempo. Pensate che anche cinque anni dopo l'incidente abbiamo continuato ad analizzare campioni di funghi ricchissimi di cesio. Nei boschi, dove non c'è stata la movimentazione della terra come venne fatto nelle colture agricoli, il particolato radioattivo è purtroppo rimasto ed è ancora presente fra noi».

Help for Children

La tragedia di Chernobyl fu anche il motore per una catena di solidarietà che a Parma coinvolse centinaia di famiglie. E' la grande iniziativa di «Help for children», l'associazione che permise a tantissimi bambini bielorussi ed ucraini di superare le conseguenze della contaminazione nucleare soggiornando per brevi e lunghi periodi in provincia di Parma.

Per la verità i primi piccoli alle prese con le conseguenze della radioattività arrivarono grazie all'Assistenza Pubblica appena il blocco sovietico lo permise, poi, era il 1999, il testimone passò all'associazione presieduta da Giancarlo Veneri. «Il primo impegno era quello di accogliere i bambini delle aree colpite dal disastro ma Help For Children poi ha ampliato la propria attività con progetti di cooperazione strutturali con enti ed istituzioni bielorusse, in particolare centri di accoglienza per minori e mondo della salute», racconta Veneri che sottolinea come l'Italia, e Parma, furono fondamentali nella prima fase dell'emergenza. «Eravamo i primi partner di questo tipo di attività» spiega, «alla fine degli anni '90 il nostro paese accoglieva il 50 per cento dei bimbi di Chernobyl che andavano all'estero. Eravamo poi gli unici che potevano accogliere ragazzi al di sopra dei 14 anni».

Negli anni più difficili, dove la radioattività era ancora una costante della vita di quei paesi, in provincia di Parma arrivavano ogni anno dai 150 ai 200 fra bambini e ragazzi. «Una rete fatta da mille schegge, da piccoli nuclei familiari a grandi gruppi con l'obiettivo comune di aiutare questi piccoli» che arrivavano da un'area, in particolare quella di Gomel, «dove tutto si era arrestato con il disastro nucleare. Una sterminata zona agricola dove la radioattività aveva tolto ogni tipo di sostentamento».

L'attività di accoglienza è stata solo rallentata dal covid ma a distanza di trenta anni dal disastro prosegue senza soluzione di continuità. «Oggi operiamo su due filoni: cooperazione sanitaria e integrazione nel mondo della disabilità. In Bielorussia la situazione si è mossa solo negli ultimi tre, quattro anni. Prima le fasce deboli vivevano in un mondo parallelo, i nostri progetti di integrazione sono serviti da modello per la autorità bielorusse».

Nel cuore di Giancarlo Veneri restano così centinaia e centinaia di bambini. «Come Zhana, operata al Maggiore per una gravissima disfunzione cardiaca e poi ritrovata dopo tanti anni, sempre al Maggiore, a capo di un delegazione di medici che stava seguendo uno stage di aggiornamento». O come Dzianis, «ustionato in tutto il corpo e che grazie all'equipe della chirurgia plastica, sempre del Maggiore, abbiamo restituito ad una vita normale». Due esempi di migliaia di storie passate da Chernobyl a Parma.