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In pensione

Il pediatra Voccia: «I pazienti? Mi mancano già»

03 maggio 2021, 05:06

Il pediatra Voccia: «I pazienti? Mi mancano già»

«Il mio primo paziente? È stata mia nipote, la figlia di mia sorella». Mentre descrive i suoi 41 anni di carriera come pediatra, a Parma, Emanuele Voccia sorride sempre. Ricorda perfettamente aneddoti, volti, nomi e cognomi di chi è passato nei suoi ambulatori. Da via Venezia a via Bruxelles, passando per viale Mentana e arrivando in via Volturno, dove il 30 aprile si è tolto il camice per andare in pensione e ha salutato tutti i suoi pazienti, per cui, ricorda, ci sarà sempre. «La decisione di fare il pediatra fu una scelta comunitaria: insieme ad Angelo Cantarelli, che non è solo un collega, ma un fratello per me, con cui ho condiviso il percorso di studi dalla fine del liceo, ci orientammo verso quella specializzazione - racconta Voccia -. Ad oggi non saprei dire il perché, ma a portarci lì fu un’attrazione. Ed è stata una scelta mai rimpianta».

Durante gli studi universitari a Parma, il pediatra scelse di approfondire alcuni aspetti scientifici negli Stati Uniti, passando un anno al New York Hospital. «Tornato dall’America, iniziai, come tanti pediatri della città, con la nuova pediatria di famiglia, che prima non esisteva. Alla fine degli anni ‘80 era tutto un po’ diverso rispetto a ora, perché la situazione era ancora mista e molti bambini erano ancora iscritti con il medico generico. Se non ricordo male, alla fine del primo anno avevo circa 20 pazienti». Che Voccia rammenta perfettamente. «Non ricordo solo il primo paziente, ma anche il secondo, di cui ho poi seguito anche il figlio - aggiunge -. Ho avuto addirittura anche un nipote di una mia paziente, che iniziai a curare a 10 anni e che diventò nonna molto presto».

Nella sua lunga carriera di medico, il suo momento più complesso coincide con quello più bello: «Eravamo in ospedale e in quel periodo era diffusa un’orrenda epidemia di bronchioliti, che causarono tanti morti. In quella circostanza, un bambino che stava male quasi morì tra le mie braccia. Poi, con l’aiuto di infermieri e di altri colleghi riuscimmo a rianimarlo e poi a salvarlo. È sopravvissuto. Quello è stato il momento più brutto, ma subito dopo, anche il più bello». Per Voccia, l’ultima settimana di lavoro nel suo ambulatorio, che condivide con un gruppo di altri pediatri, è passata velocemente. «Mi sono ritrovato da lunedì a venerdì in un soffio - spiega -. Con i colleghi ci siamo salutati, ma non c’è stata tristezza». Ed è proprio dal suo ultimo studio «condiviso», avviato dopo gli anni 2000, che il pediatra ha voluto descrivere come l’approccio collettivo abbia segnato la sua carriera: «Con Franco Torelli, Rosanna Viani, Celementina Marcellini e Angela Geroni, che non c’è più, siamo stati i primi a fondare il primo gruppo pediatrico specialistico della città e siamo rimasti gli unici. Questa scelta ha sancito un cambio della professione: i primi 18 anni della mia attività li ho svolti come pediatra singolo, in strettissima collaborazione con Cantarelli, poi ho preso questa decisione, che ci ha dato enorme soddisfazione. Oltre a dare la possibilità di avere più tranquillità, perché l’ambulatorio è aperto al mattino e al pomeriggio, abbiamo potuto avere contatti anche con gli specializzandi, perché fungiamo da tirocinio pratico e questa è stata un’altra bellissima esperienza. E' bello seguire giovani medici che ce la mettono tutta per diventare bravi pediatri». E alla domanda su cosa gli mancherà di più, Voccia non ha dubbi: «I bambini».

Giovanna Pavesi