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L'angoscia di un padre

Fratello e sorella adottati dalla stessa famiglia: due storie diverse

di Antonio Bertoncini -

08 giugno 2021, 05:08

Fratello e sorella adottati dalla stessa famiglia: due storie diverse

È una storia infinita, anzi una brutta storia non finita, ma drammaticamente vera, quella che racconta Ben (è lo pseudonimo che ha scelto, così come sono di fantasia i nomi di tutti i protagonisti), parmigiano del sasso, mezza età, funzionario con grado culturale elevato, che in cento pagine ha condensato otto anni di sofferenze e oggi si trova in mezzo al guado, là dove l’acqua rischia di sommergere ciò che hai di più caro. Ben ha deciso di raccontarla la sua storia, affidandosi ad un libro autoprodotto, “Troppo esposto”, che si trova in distribuzione su Amazon.

Lo ha fatto molto lucidamente, senza prendersela con nessuno, solo per denunciare come in certe circostanze ci si trovi soli a nuotare nel mare in tempesta, senza che nessuno possa intervenire.

La vicenda ha inizio nel 2012, quando nella famiglia di Ben e Amal, sua moglie, anche lei funzionaria, fanno il loro ingresso due fratelli di otto e tre anni, Leo e Bianca, italiani pure loro, adottati non per bisogno di colmare un vuoto affettivo per un bambino che non arriva, ma per scelta di vita, dopo lunghi anni di “preparazione”.

I due bambini sono cresciuti insieme, eppure le loro vite sono molto diverse. Con Bianca non ci sono problemi: è espansiva, simpatica, disponibile, accattivante, conquista l’affetto di chiunque entri in contatto con la famiglia. Bianca non ha impiegato molto ad ambientarsi. A scuola è sempre andata volentieri: «Ho nel cuore quella manina che mi saluta dalla finestra – scrive Ben – un seggiolino sotto i piedi per arrivare al davanzale. È sempre stata una gioia portarla in classe. Con lei abbiamo vissuto e viviamo tanti bei momenti. Ci è sempre parsa una bambina positiva. Ha sempre avuto il suo mondo, i suoi interessi, i suoi amici, coltiva i sogni e i desideri di tutte le ragazze della sua età».

Diverso l’approccio di Leo, che ha vissuto un tratto di vita assai più lungo in una famiglia d’origine problematica: nonostante tutti gli sforzi della coppia adottante, non la riconosce come famiglia. In lui i cambiamenti ravvicinati - abbandono, comunità, affido, adozione - hanno prodotto diffidenza.

Dopo i 15 anni - e dopo i fallimenti scolastici uno dietro l’altro, le lunghe assenze ingiustificate, la richiesta continua di soldi, le tante notti trascorse fuori casa - Leo abbandona la musica, lascia gli scout, si circonda di nuove inconfessabili amicizie, svende felpe firmate e altri oggetti.

Persino il centro estivo, che lui amava tanto, è diventato un luogo da cui fuggire senza preavviso. Nessun risultato si ottiene neppure dai contatti con le istituzioni: assistenti sociali, psicologi, centro per le famiglie: «Tutti percepiscono la situazione – constata Ben – ma alla fine nessuno riesce a fare nulla. Noi, insieme al peso di un fallimento, ci teniamo in capo la responsabilità, ma praticamente non possiamo intervenire su comportamenti sempre più delinquenziali. Ma un campanello di allarme ci arriva: ci consigliano di fare un test per verificare se fa uso di sostanze. Così scopriamo che c’è anche il problema della droga nel disagio che viene da lontano e che Leo si porta dentro. Servono sempre soldi, e se glieli neghi ti ruba in casa, e diventa persino violento. Arrivi ad aver paura di tuo figlio. Per un genitore è difficile individuare l’atteggiamento giusto».

Con l’arrivo della pandemia, si scende di un altro gradino. A lui non fa paura: “Tanto muoiono i vecchi”, è la sua esternazione sul Covid. E riprende la sua vita da vagabondo senza regole, che nessuno è in grado di imporgli: duecento notti fuori casa in un anno, e brevi apparizioni solo per estorcere denaro, anche con le cattive maniere, denunce di scomparsa senza seguito, una notte in comunità (accettata) e poi la fuga di nuovo solo verso il suo destino, in mezzo agli amici della baby gang, e forse anche legato al fatidico ex mulino di via Volturno e ad altri episodi recenti.

Leo finisce in ospedale per un collasso dovuto ad abuso di sostanze, e alla fine si prende pure il Covid. Alla madre Amal, che gli chiede spiegazioni, risponde con un disarmante “Tu non sei niente, non mi puoi costringere a fare nulla”.

Eppure Leo non è un mostro, è un ragazzo di 17 anni carico di rabbia verso la vita che lo ha messo a dura prova.

E questo Ben lo sa, tanto da concludere: «Hai girato la ruota degli esposti in senso antiorario troppo presto. Qualcuno, tuo malgrado, ti ha messo nella ruota. Tu ci sei tornato sopra e l’hai fatta girare al contrario. A questo punto ti sei tolto il peso dell’esposto, dell’innocente abbandonato. Però è vero, sei stato troppo esposto».

Da qui il titolo del libro. E quella ruota oggi gira freneticamente, non si sa in quale direzione.

«Anche se mi costa tanto - dice oggi Ben - ho voluto lasciare questa testimonianza per denunciare un problema non solo mio, e non solo legato al mondo delle adozioni, perché in casa mia, con Bianca, ho l’esempio che può andare diversamente. Nel caso di Leo stiamo parlando di forme gravi di disagio giovanile. Le istituzioni fanno il possibile, non si fanno mai negare, ma sono disarmate di fronte al problema, così come le famiglie. Un figlio di 17 anni non si può chiudere in casa, non si può obbligare ad andare a scuola, il mondo del lavoro non lo accetta, e se scompare è un problema tuo. Se non la combina veramente grossa nessuno fa niente, o meglio, nessuno può fare niente».

Il resto della storia sarà la vita a scriverlo.