Sei in Gweb+

Il degrado in città

Viaggio tra i ruderi che diventano abitazioni

14 giugno 2021, 05:04

Viaggio tra i ruderi che diventano abitazioni

Sono gli edifici che vediamo ogni giorno. Ma che non guardiamo mai. Sono i luoghi che stanno vicini alle nostre abitazioni. Ma che facciamo di tutto per dimenticare. Almeno fino a quando qualcuno non si fa male o, peggio, non ci scappa il morto, fino a quando le pagine di cronaca, dopo l'ennesima storiaccia, devono trovare un nome per definirli. E allora diventano «le case della paura».

E' successo per l'ex mulino di strada Martiri della Liberazione, anzi la «fabbrica» come la chiamano i ragazzi, dove è stato massacrato Daniele Tanzi, così come per l'albergo affacciato su via San Leonardo. Aveva tre stelle, il wifi gratuito e la colazione a buffet. Ora è un girone per disperati che, di recente, ha rischiato di inghiottire anche due ragazzine.

Ma lo stesso si può dire per il parcheggio multipiano, mai terminato e ben presto volutamente dimenticato, che svetta tra via Forlanini e via Colorno; del distributore abbandonato alle siringhe e allo sballo in via dei Mercati o dell'austero cascinale in via Emilia, poco lontano dall'ex Salamini. Fuori, le lepri corrono nell'erba e le auto rombano in tangenziale. Dentro, ci sono i segni dei picnic dei ragazzi che qui si nascondono per sentirsi liberi sfondandosi di birra e mangiando BigMac.

Per questi luoghi, e per tanti altri sparsi in giro, vale sempre la solita regola: sono enormi e alla luce del sole ma resteranno così, invisibili. Almeno fino alla prossima brutta pagina di cronaca.

Il parcheggio a silos
Quel parcheggio si vede da lontano, basta percorrere via Colorno. E anche la sua storia parte da lontano se, addirittura nel 2013, la «Gazzetta» pubblicò un lungo articolo per denunciare i pericoli di quella struttura da 6000 metri quadri di cemento e immondizia. A tornarci, la sola differenza con allora è che le piante sono cresciute fino a formare una specie di boschetto. E lo squallore è diventato ancora più appiccicoso.

Che qui ci sia vita è sfacciatamente chiaro. In un giorno qualunque si sentono le voci di chi ci abita, si vedono le loro tracce: una scopa, tavolini con le sedie spaiate, stenditoi con panni appesi. Dalle porticine sbucano dei tubi di stufa fatti in casa: quando fa freddo, in qualche modo, occorre pure scaldarsi.

Un problema che in questa stagione non esiste: e così, se durante la notte ci si rintana nelle stanzette, durante il giorno si sale ai piani superiori. Un po' per cercare il piacere di un accenno di brezza, molto per allontanarsi dal puzzo del pattume che fermenta al sole.

Eppure non si è certo in una zona isolata: per arrivare si svolta da via Colorno per via Arandora Star. A destra c'è un complesso industriale dove vanno e vengono senza sosta furgoni, corrieri indaffarati e auto di clienti. A sinistra invece, ma è roba di 50 metri, c'è il parcheggio a silos e la sua corte dei miracoli. Coraggioso sostenere che nessuno se ne sia mai accorto.

Anche perché chi è finito a sopravvivere qui fa ben poco per nascondersi. Già ad una prima occhiata si vedono materassi accatastati e gli struggenti tentativi di rendere un po' meno sordida quella tana: l'immagine di quel tavolino apparecchiato davanti ad una porta con ancora appiccicata la scritta «bagno» ti colpisce come una frustata.

Nello stesso modo lascia sconcertati sentire le voci che rimbalzano tra i piani: sono quelle di alcuni giovanissimi, si sente abbaiare anche un cagnolino.

Quando viene notata la macchina fotografica, una ragazza dal primo piano sibila a qualcuno di «stare giù». E poi cala un innaturale silenzio fino a che gli impiccioni con la fotocamera, finalmente, se ne vanno via.

Il cascinale sulla via Emilia
E' dall'altra parte della città. E si vede che ha tutta un'altra storia. Questo non è un posto mai nato come il parcheggio. Qui la vita c'è stata. E doveva anche essere una esistenza abbastanza piacevole.

Lo si capisce guardando le stanze con le pareti vezzosamente dipinte, le massicce travi delle stanze al primo piano. Peccato che i soffitti siano marci e rischino di cedere ad ogni sussulto. E in alcune stanze il crollo c'è già stato.

Nonostante quello, qui dentro ci sono i segni del passaggio di persone. Anzi, più che del passaggio, della presenza. Proprio come se fosse una casa abitata. Ma è pur vero che il MacDonalds è giusto dall'altra parte della via Emilia ed è facile andarsi a prendere la cena. Poi ci sono mascherine abbandonate, bottiglie di ogni genere, segni di bivacco.

Per entrare non si fa nessuna fatica: il portone d'ingresso è spalancato e dentro c'è spazio per tutti. La scala che sale al primo piano è un cumulo di calcinacci ma volendo stare all'aperto, comunque protetti, ci sono anche un bel portico e la stalla. Sembra assurdo: ma è la stanza più pulita, quella forse dove nessuno ha scelto di accamparsi.

Sul fondo della struttura, già affacciata sui campi, c'è una grande tettoia dove sono state accatastate balle di fieno. Probabilmente il titolare di un'azienda agricola la usa ancora come deposito. Ma del casolare, con ancora il civico 101 attaccato sull'angolo della porta, nessuno sa che farsi.

Eppure, appena a qualche decina di metri, ci sono casette ben tenute ed evidentemente abitate. Mentre l'ingresso del cascinale ha un che di monumentale: la via Emilia, e la rotatoria della tangenziale est, sono a pochi metri e due file di alberi allineati le danno un che di nobiliare.

Il paio di scarpe scalcagnate che stanno in una stanza e il pungente odore di urina che ristagna sotto il portico, purtroppo, contraddicono la prima impressione.

Il distributore dello sballo
Intorno al distributore dismesso, all'incrocio tra via dei Mercati e via Stallini, per impedirne l'accesso c'è una rete arancione. E a una prima occhiata appare anche abbastanza integra.

Peccato che su un lato ci sia un'apertura che funziona come una porta. Basta passare oltre per sprofondare nello schifo.

Per terra, sparse ovunque, siringhe, confezioni di medicine e bugiardini. Basta girarli con il piede per capire che tutti raccontano lo stesso farmaco: metadone. Facile pensare che qui si vengano a rifugiare i pazienti del vicino Sert. Per farsi, è ovvio. Ma anche per sopravvivere.

Il solo accenno di normalità, a volerlo proprio cercare e vedere, è dato dai bottiglioni da due litri di vino in saldo vuoti e sparsi per ogni dove. I materassi accatastati e le coperte fradice no, quelle non possono essere viste come normali. In nessun luogo, sia chiaro, ma soprattutto qui, giusto sotto le finestre di un condominio dove gli abitanti devono essere costretti a convivere con questo bivacco disperato. E non solo la notte.

Dietro al gabbiotto di quello che fu il gestore della pompa di benzina si innalza un cumulo di immondizie che dimostra che questo abbandono non è recente. Davanti, sotto la parte coperta, un giaciglio e vestiti appallottolati. La porta della casetta, poi, è forzata. E qualcuno all'interno, evidentemente, addomestica le notti. A chiedere in giro, a domandare qui come altrove, si ottengono le solite risposte vaghe, le solite alzate di spalle.

«Lo sanno tutti che la situazione è questa», «sono state fatte segnalazioni e richiesti interventi». La frase che conclude è, amaramente, sempre la stessa: «Tanto non succede nulla». La stessa frase che ripetono gli abitanti della zona intorno all'ex mulino dell'omicidio o dell'hotel fallito di via San Leonardo. «Abbiamo provato a richiedere aiuto ma finora non ci sono stati risultati».

E così, a San Leonardo e in via dei Mercati, oltre San Lazzaro e in via Colorno, in tanti altri angoli neppure troppo nascosti della nostra città, le ombre che vanno e vengono dalle case abbandonate da tutti, ma non da loro, continuano il loro andirivieni, il loro moto perpetuo senza pace.

Li vediamo ma non li guardiamo e, comunque li dimentichiamo molto presto. Solo a ricordarceli, ogni tanto, è giusto una pagina di cronaca. Quando le case invisibili diventano, chissà come mai, le case della paura.

 

Sono gli edifici che vediamo ogni giorno. Ma che non guardiamo mai. Sono i luoghi che stanno vicini alle nostre abitazioni. Ma che facciamo di tutto per dimenticare. Almeno fino a quando qualcuno non si fa male o, peggio, non ci scappa il morto, fino...

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal