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Antiche usanze

Dal noce al nocino: leggende e tradizioni

21 giugno 2021, 05:02

Dal noce al nocino: leggende e tradizioni

Lorenzo Sartorio

Della magica ed arcana ma, soprattutto, tipicamente «pramzàna» «nota äd San Zvan», è uno dei protagonisti rigorosamente affiancato dagli immancabili tortelli d’erbetta e da sua altezza imperiale la «rozäda». Si tratta del noce: mitico, leggendario ed antico albero che ha attraversato i secoli oltre essere stato oggetto di tante leggende ed altrettante tradizioni, nonché prezioso materiale per esperti falegnami di tutti i tempi per la realizzazione di mobili di pregio. I nostri vecchi erano particolarmente affezionati al noce. Infatti, se, a ridosso del pollaio sorgeva un fico per riparalo dal sole e dalla pioggia, dietro o nella immediate vicinanze della casa contadina, sorgeva immancabilmente un «nóz». Era una sorta di tradizione, addirittura di antica usanza che la gente dei campi si portava dietro da secoli. Il noce era una pianta vista con sacrale rispetto, addirittura con timore dai contadini, specie dalle donne, le quali non stendevano mai il bucato sotto il noce in quanto la biancheria si sarebbe impregnata di negatività. Inoltre, nessun tipo di arbusto, fiore, fungo, erba sarebbero cresciuti sotto questo albero poiché era convinzione comune che il noce li avrebbe soffocati. Ma c’è di più : le mamme non volevano assolutamente che i bambini giocassero all’ombra di un noce poiché i suoi diabolici influssi negativi non li avrebbe fatti crescere affliggendoli per di più del «mäl dal simiòt», ossia il rachitismo.

Tutti questi timori erano forse dettati dal fatto che le streghe, nella magica notte di San Giovanni, avevano la consuetudine di danzare proprio attorno ad un noce. Fatta eccezione per le streghe della confinante Valle del Taverone, in Lunigiana, che facevano il loro sabba solstiziale attorno ad una quercia, per l’esattezza, quella di «Morian» nei pressi di Licciana Nardi. Ebbene, nonostante questi pregiudizi, il noce, era una pianta non solo diffusissima, ma molto utilizzata dalla gente dei campi la quale cominciava a sfruttarla già dalla magica notte del solstizio d’estate («rozäda äd San Zvan») per la tradizionale raccolta delle noci ancor verdi che servivano per il balsamico nocino del quale ogni «rezdóra» conservava e conserva un’antica ricetta tramandatale dalle sue vecchie. Un liquore arcano, il nocino, le cui origini si perdono nella notte dei tempi e la cui confezione, secondo le antiche tradizioni, prevede vere e proprie liturgie che oggi, in piena era di telematica, fanno un pò sorridere anche se è bene che i giovani conoscano le usanze dei loro avi e la sacralità di tutto ciò che scandiva la vita dell’uomo dei campi. Le noci, infatti, dovevano essere spiccate obbligatoriamente nella magica notte solstiziale del 23 Giugno, meglio ancora poco prima della mezzanotte in quanto, alla rugiada, spettava il compito di irrorale con il suo benefico influsso. I frutti dovevano essere raccolti da mano femminile, a piedi nudi ed il taglio doveva essere effettuato con una lama non di metallo, ma di legno duro, purchè non di noce. Solo la notte di San Giovanni rende infatti abili le noci per fare il nocino in quanto , unitamente alla Vigilia di Natale, è considerata la notte magica per eccellenza, la notte degli incantesimi, degli innamoramenti, dei sortilegi. Il nocino, infatti, deve «nascere» proprio nella notte magica di San Giovanni. Di notte la drupa è ancora verde, ricca di linfa, oli e vitamine nonchè pregna di intenso profumo e, quindi, adattissima per l’infusione.

Le noci, una volta raccolte, tagliate in quattro parti, venivano riposte in un contenitore di vetro (privo di guarnizioni di gomma) insieme allo zucchero. Dopo averle conservate al sole per 1-2 giorni e mescolate periodicamente, le noci, erano pronte per ricevere l'alcol ed eventuali aromi. Il prodotto ottenuto era posizionato in una zona parzialmente esposta al sole mentre il contenitore doveva essere aperto, rimescolato e filtrato non prima di 60 giorni. Dopo di che si procedeva all'imbottigliamento in bottiglie di vetro scuro. Il nocino doveva riposare nelle vecchie cantine con pavimento in terra battuta, per un minimo di 12 mesi. Ogni «rezdóra», possedeva la sua personalissima e antica ricetta che, oltre all’alcol (ingrediente base), prevedeva un’aggiunta di vino aromatico bianco o rosso, sciroppo, spezie (solitamente cannella e chiodo di garofano) ma c’è chi aggiungeva anche alcuni chicchi di caffè. Fatto sta che il caro vecchio nocino, una volta preparato, teneva compagnia alla famiglia contadina per tutto l’anno e, tradizionalmente, lo si stappava in occasione delle feste natalizie. Comunque, il tesoro del noce erano i suoi frutti ed il suo pregiato legno. A fine settembre - inizi ottobre (pressappoco al tempo delle castagne) si procedeva alla liturgia della raccolta delle noci. Terminato questo rito le noci venivano fatte asciugare al sole ben stese nell’aia su tavolacci di legno e alla sera venivano riparate sotto «al pòrtogh» dal timore delle piogge notturne pre - autunnali. Dopo l’asciugatura, che durava circa un settimana, le noci venivano portate «in-t-al granär». Esse rappresentavano una riserva alimentare per l’inverno tant’è che per le famiglie povere molte volte costituivano la cena serale in compagnia di un po’ di pane. Da qui il detto: «pan e nóz magnär da spóz». Comunque, la raccolta delle noci, rappresentava un vero e proprio rito. Gli uomini si aggiravano attorno alla grossa pianta con lunghe pertiche e, scrollando i rami, facevano cadere a terra i frutti che venivano raccattati da donne, uomini e vecchi. Ed erano proprio i vecchi che, non appena cadevano le prime noci, emettevano un giudizio sulla loro qualità in base alla grossezza e alla consistenza del guscio che avrebbe risentito di estati troppo siccitose oppure troppo piovose. In cucina la noce era particolarmente ambita dalle «rezdóre» in prossimità del Natale quando si dovevano confezionare le spongate. Quando l’elettrificazione non era ancora arrivata in tanti paesi ed altrettante frazioni, la raccolta delle noci, oltre rappresentare una riserva alimentare per l’inverno, era in grado di garantire l’illuminazione di stanze e stalle in quanto, con l’olio ricavato dalla torchiatura del gheriglio, si ricavava «l’òli da lùmma» per alimentare le lanterne. Poteva capitare che il noce, in primavera , non generasse più i suoi teneri germogli arrendendosi agli anni o a particolari eventi atmosferici. A questo punto e con un certo rammarico veniva abbattuto per poi ricavare dalle sue lignee spoglie utilissimi oggetti di arredo per la casa che avevano il pregio di non consumarsi mai data la resistenza di questo tipo di legno benedetto dalla «rozäda äd San Zvan».

 

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Lorenzo Sartorio Della magica ed arcana ma, soprattutto, tipicamente «pramzàna» «nota äd San Zvan», è uno dei protagonisti rigorosamente affiancato dagli immancabili tortelli d’erbetta e da sua altezza imperiale la «rozäda». Si tratta del noce:...

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