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Da Parma all'Australia

La poesia in dialetto di Lucia Marchetti tradotta in inglese

24 luglio 2021, 05:02

La poesia in dialetto di Lucia Marchetti tradotta in inglese

Giovanna Pavesi

Le loro vite si sono incrociate per caso, nella primavera del 2020. Da una parte del mondo, a Parma, Lucia Marchetti, professoressa in pensione, componeva alcune poesie in dialetto parmigiano, perché quello «era un momento in cui si moriva, come quando cadono le foglie dagli alberi, in autunno». Dall'altra, in Australia, una traduttrice e sua madre accademica, di origini parmigiane, nel monitorare l'andamento pandemico in città, si imbattevano nei versi de «Il re malvagio». Consolatori e toccanti. Da lì, l'idea di tradurli in inglese.

«All'inizio, lo facevo solo per me, per divertimento e per interagire con la lingua che non sentivo più dalla morte dei miei nonni. Mesi dopo, trovandomi spesso a casa, durante il nostro secondo lockdown, ho ripreso in mano la poesia che avevo letto sulla Gazzetta di Parma». Il suo «incontro» con il dialetto parmigiano, Julia Pelosi-Thorpe, lo racconta così: in un italiano pulito e pieno di ricordi. «Mia madre, Ligia Pelosi, è di Parma: si è trasferita dall'Italia in Australia con i miei nonni negli anni Settanta. Io sono nata a Narrm (Melbourne), ma con i miei familiari ho sempre parlato in italiano (e in dialetto) e ho sempre mangiato prodotti tipici, come il salame, la torta fritta e il vino rosso», spiega Pelosi-Thorpe, nel descrivere la sua parmigianità. Fatta anche di cappelletti in brodo preparati ogni Natale, nonostante in Australia, quella festività cada in estate.

«Sono cresciuta con i suoni parmigiani nelle orecchie, ma quando si tratta di tradurre poesie dialettali sono co-traduttrice. I versi di Marchetti li ho tradotti insieme a mia madre - precisa lei -. In questo processo a due, ho scoperto che, anche se fossi capace di farlo completamente da sola, preferirei sperimentare questa lingua, così intima e familiare, con mia madre, una delle poche persone della mia cerchia familiare in questo Paese che conosce la storia emotiva e linguistica dei miei nonni».

Intanto, dalla sua casa parmigiana, Marchetti scopre che dall'Australia qualcuno sta traducendo le sue poesie. «Quando mio figlio mi ha detto che da quel continente così lontano, qualcuno conosceva le mie poesie pensavo mi prendesse in giro - rivela, sorridendo, Marchetti dal suo soggiorno -. Quando ho sentito Julia mi sono molto emozionata». E così, da uno scambio nato per caso, si è avviata una corrispondenza virtuale da un capo all'altro del mondo. «Tradurre il dialetto parmigiano in inglese è complicato, ciò che abbiamo creato io e mia madre è un'impressione, un'esperienza di ciascuna poesia: dobbiamo selezionare gli aspetti che vogliamo trasmettere, sacrificandone altri altrettanto buoni. Per esempio, con le poesie di Lucia, si deve scegliere tra un vocabolario più preciso, il ritmo e la rima delle strofe - conferma la traduttrice -. Alla fine, ho deciso di dare priorità alla naturalezza e all'immediatezza che, per noi, caratterizzano il dialetto e cerchiamo, nel nostro inglese, di trasmettere così anche il sentimento che individuiamo nei versi, a volte anche cambiando liberamente la forma e la struttura della poesia».

E se per Pelosi-Thorpe questi suoni in dialetto parmigiano rappresentano in particolare i ricordi felici dei nonni scomparsi, per Marchetti, il dialetto è un mondo altrettanto vasto. «Ho cominciato a scrivere circa 25 anni fa, un po' prima di un'operazione. Quando mi premeva tanto una questione, quando la volevo dire, la esprimevo nella lingua di mia madre - spiega l'autrice, quinta figlia, nata il 13 aprile 1945 da un papà 47enne e una mamma 40enne -. In casa mia si parlava in dialetto e da ragazzina, durante i primi anni delle superiori, snobbavo mia madre, perché mi sentivo più erudita di lei e la prendevo in giro per qualche strafalcione quando cercava di parlare in italiano. Sotto sotto, però, anche io amavo la lingua del nostro passato, così piena di sentimento».

Quello di Marchetti con il dialetto è un legame stretto e colto: «Mia madre aveva tutti gli scritti di Renzo Pezzani e mi sono abituata ad ascoltare anche Bruno Lanfranchi. Quando ho cominciato a scrivere anche io, dopo aver consultato i due dizionari di Guglielmo Capacchi, mi sentivo abbastanza capace di farlo correttamente, prendendomi però la libertà di mantenere, per esempio, la lettera q (cosa che faceva anche Pezzani)».

E così, quando il nuovo coronavirus ha stravolto tutto, l'ex docente, per scacciare l'angoscia, ha iniziato a scrivere. «La situazione, nel 2020, era angosciante. Il dialetto è bello perché con il suo suono, onomatopeico, trasmette tante sensazioni. Io ho paragonato il Covid-19 a un'alta marea, che travolge tutto, e a un re malvagio, appunto. L'idea me l'ha data mia nipote Letizia, di 7 anni, che aveva disegnato il virus, mettendoci sopra una corona. Da lì, l'idea (sorride, ndr)». E siccome quella appena trascorsa è stata «Un'altra primavera con il Covid-19» (l'ultima poesia di Marchetti), Pelosi-Thorpe, dall'altra parte del mondo, ha preso in mano anche quella. «I versi parlano di un Paese che rifiorisce dopo molte privazioni vissute durante l'inverno - conclude la traduttrice -. Spero di incontrare più testi in dialetto parmigiano da tradurre e che le poesie di Lucia trovino una casa editrice adatta».

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