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DONNE DI TALENTO

Premio per Adriana Calderaro, la virologa che «vide» per prima il Coronavirus

di Giovanna Pavesi   -

26 luglio 2021, 05:02

Premio per Adriana Calderaro, la virologa che «vide» per prima il Coronavirus

Un riconoscimento «per il suo impegno professionale e scientifico», per «la dedizione, il rigore e la cura verso la formazione dei suoi studenti e la ricerca». Adriana Calderaro, microbiologa, virologa e docente di Microbiologia e microbiologia clinica al Dipartimento di medicina e chirurgia, direttore della Scuola di specializzazione in Microbiologia e Virologia dell’università di Parma, quando ha saputo di aver ricevuto il premio «Donne di talento 2021», da parte del Cenacolo della cultura e delle scienze e dal suo presidente, Domenico Surace, lo ha definito «una piacevole sorpresa». «Mi ha lusingato - dice - perché la motivazione riguarda precisamente l’attività per la quale ho la più grande passione: l’insegnamento e lo studio. Ho scelto di fare il medico perché volevo coniugare la possibilità di studiare e lavorare nella ricerca scientifica, cercando di far sì che i risultati contribuissero al benessere dei pazienti e di dare un contributo ai giovani interessati ad avvicinarsi a questo mondo, che è fatto di rigore, sacrificio e impegno e che non rappresenta una vita semplice».

È una fuoriclasse, Adriana Calderaro, e a dimostrarlo, oltre ai diversi riconoscimenti ricevuti nel tempo (tra cui quest’ultimo, che ritirerà il 31 luglio al Teatro greco-romano del Parco archeologico di Locri-Epizefiri, in provincia di Reggio Calabria), ci sono gli impegni quotidiani di docente, l’aggiornamento continuo e gli studi. Come quello realizzato l’anno scorso dal suo gruppo di ricerca, prima che il Covid-19 diventasse parte della vita di tutti. «Essendo microbiologa virologa, mi sono occupata quotidianamente di Coronavirus - spiega -. Nel febbraio 2020 siamo stati i primi al mondo a isolare in coltura il virus, in un lattante di sette settimane, prima che cominciasse l’epopea pandemica e prima che vi fosse un’evidenza della sua circolazione nella nostra area. Che sarebbe iniziato a circolare, infettando molte persone, c’era da aspettarselo, anche per i dati che arrivavano dalla Cina, così ci siamo attivati da subito, chiedendo a tutti di mantenere alta l’allerta circa una sua possibile circolazione».

I sei lavori scientifici legati a quella ricerca sono finiti sulle più prestigiose riviste scientifiche e il risultato ha avuto una eco internazionale. Alla scienza si è avvicinata a 18 anni, quando si è iscritta a Medicina, a Parma, dove si è poi laureata con lode. «Quanto conta la dedizione nel mio mestiere? Tantissimo - sottolinea -. Una volta si diceva che fare il medico fosse una missione e non un lavoro. Lo è, ma si deve essere consapevoli che la devozione allo studio, all’impegno e all’aggiornamento continuo è fondamentale - chiarisce -. Ogni lavoro ha bisogno di passione, ma in questo campo, se non studi, se non ce la metti tutta e non ottieni tutti i risultati che sei in grado di ottenere, le ricadute si vedono sulla salute delle persone. Non è un mestiere che si fa a cuor leggero, perché comporta impegno, sacrificio e studio continuo: non si arriva mai a un traguardo, ed è necessario continuare a utilizzare le proprie competenze per cercare di migliorare, trovando nuove soluzioni e alternative. È sempre una corsa contro il tempo, in cui si sposta il limite sempre più avanti e l’asticella un po’ più in alto».

Per Calderaro, docente dal 1998, una delle soddisfazioni più concrete è quella di poter leggere, negli sguardi dei suoi studenti, l’importanza di quanto appreso. «In questi anni, è cresciuto anche il riconoscimento del talento femminile: le ragazze sono molto più numerose, e questo è un trend che si percepisce, visto che negli ultimi 20 anni è aumentata, di molto, la prevalenza di studentesse, ed è cresciuta la consapevolezza che le donne sono perfettamente in grado di fare il medico, di studiare e di compiere sacrifici con serietà - aggiunge Calderaro -. Nella vita, ho incontrato qualche esempio di stupidità, ma per fortuna ho trovato molte persone, donne e uomini, coscienti del fatto che il ruolo delle donne è decisamente importante, che non può essere trascurato e che non ha bisogno che si dica che deve essere paritario, perché la parità ce la stiamo conquistando sul campo di battaglia». E alla domanda se ripercorrerebbe la stessa strada, la microbiologa è sicura: «Senza ombra di dubbio, nonostante i sacrifici immani. Il più grande appagamento? Vedere che i propri allievi capiscono il tuo linguaggio, o quando un paziente ti dice: “La ringrazio, mi sento meglio”».