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Il virus che muta

Variante Mu, a Parma due casi. La Delta è dominante (88%)

23 settembre 2021, 05:08

Variante Mu, a Parma due casi. La Delta è dominante (88%)

Sono due i casi accertati di variante Mu isolati a Parma, sette nel resto dell'Emilia Romagna e una novantina in tutta Italia. Una quota per ora irrisoria che non preoccupa troppo gli epidemiologi, dice Stefano Pongolini, responsabile del laboratorio di Epidemiologia genomica dell'Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna a Parma, ente di diritto pubblico che ha sede in via del Mercati e che, fra le altre cose, monitora le varianti Covid per conto delle Ausl, oltre che della nostra provincia, di Piacenza, Reggio e Modena.

 

Dalla Colombia

 

La variante Delta, con una diffusione nazionale all'88%, «ha monopolizzato la scena e semplificato il quadro epidemiologico dalla seconda metà dell'anno», esordisce Pongolini. E, a fronte delle migliaia di varianti esistenti del Coronavirus, solo una quindicina hanno una «rilevanza sanitaria» che ne impone il controllo, spiega ancora il responsabile del laboratorio parmigiano.

 

Nulla si sa - per questione di privacy - dei due infettati parmigiani con la variante Mu. Presumibilmente, dice Pongolini, sono persone di rientro dall'estero e forse dall'America Latina dove questa variante è circolata a inizio anno e dove, in Colombia (Paese dove ha fatto la sua comparsa) è arrivata ad oltre 30% di prevalenza.

 

 

 

In Italia la Mu è approdata a primavera, senza imporsi sullo scenario di mutazioni del virus. Al punto che, aggiunge Pongolini, da metà agosto non sono più stati registrati casi nel territorio regionale.

 

«Al momento, a fronte di una Delta all'88%, che ha soppiantato l'Alfa (l'inglese) ridotta al 2,5%, abbiamo la Kappa all'1% circa e un 8% circa di altre varianti minori, fra le quali la Mu» spiega Pongolini.

 

È una variante pericolosa?

Come risponde agli anticorpi sviluppati in seguito alla vaccinazione o all'infezione? «In base ai test di laboratorio, eseguiti su colture cellulari, la Mu dimostra minore sensibilità alla neutralizzazione da parte degli anticorpi: ma è solo un calo di sensibilità agli anticorpi, non scompare la capacità di fronteggiare l'infezione, in linea con quanto accaduto per la brasiliana e sudafricana».

 

Tante «immunità»

 

C'è inoltre da considerare, aggiunge Pongolini, che «si tratta di prove in vitro, che non esauriscono il quadro complesso della risposta immunitaria del corpo umano, nel quale entrano in gioco altri fattori. Esiste infatti un'immunità anticorpale, quella data dalle proteine anticorpali, ma anche un'immunità cellulomediata, data dalle cellule del sistema immunitario, fra le quali i linfociti, che neutralizzano gli agenti patogeni non con gli anticorpi ma con altri meccanismi».

 

Una valutazione complessiva della copertura immunitaria, non misurabile in laboratorio che richiede quindi, spiega l'esperto, «studi estesi e di lunga durata sulla popolazione, e viene fatta solo sulle varianti più circolanti». A conti fatti, dice Pongolini, «si suppone che la protezione dalla Mu sia analoga a quella dalla Delta».

 

Il rebus delle mutazioni

 

Ma quante sono le varianti al momento circolanti, o potenziali? «Diverse migliaia - risponde Pongolini - Le basi dell'RNA virale sono circa 30 mila e possono dar luogo ciascuna a quattro varianti, quindi parliamo di oltre 100 mila combinazioni potenziali. Ma è solo un ragionamento teorico perché la maggior parte di

 

queste mutazioni non sarebbe compatibile con la sopravvivenza del virus o non ha un effetto biologico e sanitario significativo».

 

Varianti da monitorare

 

Lo chiariscono anche le maggiori agenzie internazionali di sorveglianza. «Tre sono le categorie nelle quali si distinguono le varianti di un virus. Le “variants of concern” sono quelle per cui disponiamo di chiara evidenza che possiedono trasmissibilità, gravità e/o ridotto controllo immunitario tali per cui hanno un impatto sulla situazione epidemiologica. Le “variants of interest” hanno caratteristiche genomiche, evidenze epidemiologiche o in-vitro che potrebbero comportare un significativo impatto sulla loro trasmissibilità, gravità e/o ridotto controllo immunitario tali da determinare, realisticamente, un impatto sulla situazione epidemiologica. Tuttavia queste evidenze sono ancora preliminari o sono ancora molto incerte, necessitando quindi di conferma. Tra queste rientra la variante Mu. Infine - conclude Pongolini - ci sono le “variants under monitoring” quelle per cui vi è qualche indicazione che potrebbero avere caratteristiche simili alle variants of concern, ma per le quali le evidenze sono ancora deboli o non ancora valutate dall'Ecdc, ossia Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie».

Insomma, non tutte le varianti diventano «superstar»: una su mille (per fortuna) ce la fa.

Monica Tiezzi

 

Sono due i casi accertati di variante Mu isolati a Parma, sette nel resto dell'Emilia Romagna e una novantina in tutta Italia. Una quota per ora irrisoria che non preoccupa troppo gli epidemiologi, dice Stefano Pongolini, responsabile del laboratorio...

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