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Quando si giocava con i sinalcoli

27 settembre 2021, 05:05

Quando si giocava con i sinalcoli

di Lorenzo Sartorio

 

Per i bambini di ieri (ci riferiamo agli anni cinquanta-sessanta), figli del dopoguerra ed in seguito del miracolo economico, di soldi in tasca ce n’erano pochi. In compenso, la fantasia non mancava come pure la voglia di divertirsi e di giocare, specie all’aria aperta, con quello che si trovava, ci si costruiva o si barattava con gli amici.

Esattamente il contrario di quello che accade ai bambini di oggi. Ad esempio, ripercorrere le fatiche e le vittorie degli assi del ciclismo che una volta infiammavano la gente con il «Giro d’Italia» ed il «Tour de France» era un classico dei giochi di ieri.

Le «tappe» si disegnavano con un gesso o con un pezzo di mattone sulla strada, nei marciapiedi, sui muretti e poi si iniziava la corsa con una manciata di sinalcoli svuotati e riempiti a dovere con l’immagine del corridore preferito, un cerchietto di vetro fissato da un po’ di stucco.

I sinalcoli più pregiati erano quelli «rosso- Ferrari» del «Campari Soda», forse perché un po’ più larghi e bassi degli altri e quindi più veloci. I maggiori fornitori di sinalcoli erano ovviamente i baristi ed, allora, ai ragazzi che risiedevano nel quartiere «Cittadella», non sembrava vero riempirsi le tasche con i sinalcoli che elargivano il buon Dimes del «Bar Polisportivo» e la Gisa del chiosco della Cittadella.

Per le gare importanti e molto combattute effettuate sui marciapiedi di viale delle Rimembranze, era un lusso segnare la pista con i gessetti colorati: una vera rarità che si potevano permettere in pochi. Ma se i sinalcoli e le biglie di vetro rappresentavano un consolidato divertimento quotidiano, l’acquisto delle figurine dei calciatori era, a dir poco, emozionante.

Ed allora, quando si aveva qualche spicciolo in tasca, magari, si sacrificava il gelato o il ghiacciolo per comprare in edicola le figurine con la speranza di trovare il calciatore-simbolo della squadra del cuore o quella introvabile figurina mancante da incollare finalmente sull’album con la colla «coccoina» che profumava un po' di cocco ed un po' di lucido da scarpe

L’emozione più grande, però, era quando si trovavano le figurine dei giocatori del Parma e magari i preferiti come quelli che si incontravano tutti i giorni in città mentre svolgevano i loro rispettivi mestieri come il calciatore-postino Ermes Polli, il mitico Ivo Cocconi provetto fornaio, il portiere «romanaccio» Alberto Recchia o un altro parmigiano crociato, che indossava con onore e signorilità la maglia «numero 1», Gianni Uccelli. Ma quante doppie!

Ed allora si decideva di giocare al lancio delle figurine sfidando gli amici sperando di vincere e conquistare la figurina mancante. Se questo non riusciva, allora, si ricorreva ai baratti. Infatti, un tifoso della Fiorentina non poteva fare a meno delle figurine di Montuori o Giuliano Sarti come un juventino non poteva non incollare nel suo album le immagini di Boniperti o Sivori. In questo caso si faceva appello alla fantasia coniugando anche un po' di astuzia che non guastava mai.

Gli oggetti più comuni dei baratti, in cambio figurine rare, erano «al sfròmbli» (fionde) con tanto di elasticoni robusti e lancia - sassi in cuoio morbido, i coltellini tascabili pieghevoli, i coperchi dei campanelli delle bici recanti lo stemma di una squadra di calcio o il profilo di un ciclista, i francobolli che si trovavano nel «Cremifrutto Althea», le figurine dei personaggi Disney dei cremimi «Ferrero» oppure un’armonica a bocca acquistata in Parco Ducale dall’ambulante che, alla domenica, vendeva anche i palloncini e le girandole.

Altra merce di scambio potevano essere i sassi e le conchiglie raccolti in spiaggia quando si andava in colonia a Marina di Massa, i fumetti tipo «Topolino», «Paperino» o «L’Intrepido». Per gli appassionati di «caccia» trappole varie «fai da te» per catturare lucertole o volatili, oppure le gabbiette, fatte con tappi di sughero e stuzzicadenti, per introdurvi grilli e lucciole.

Se le figurine dei calciatori ed i sinalcoli erano il top dei giochi di ieri, non da meno era una sorta di cellulare «fai da te».

Si individuavano due lattine alle cui estremità si praticavano altrettanti fori attraverso i quali potesse passare un filo che andava annodato ai fori stessi affinchè non «scappasse».

Una volta preparato il «telefono», un ragazzo da un capo e l’amico dall’altro, tenendo ben teso il filo, comunicavano a distanza. La comunicazione poteva avere ancor più successo se il filo veniva passato con cera e con pece da calzolaio. Il risultato ? Qualcosa si riusciva a sentire ma, data la esigua distanza, erano più le parole urlate di chi stava dall’uno all’altro capo del «telefono» che si avvertivano con maggiore chiarezza di quel borbottio che proveniva dalla lattina di conserva o di fagioli. Altri, invece, optavano per «al carètt» e cioè un mix di assi di legno con quattro ruotine a sfera sul quale, dopo una poderosa spinta, il «centauro» saliva sdraiandosi provando l’ebbrezza di spericolate discese. Un’altra grande passione per i ragazzi di ieri erano i soldatini in terracotta. Dal buon Bruno Pattera, che gestiva un negozio di giocattoli e casalinghi in Strada Farini, erano esposti veri e propri eserciti con tanto di lignei fortini dotati di torrette di guardia. I soldatini che andavano più di moda, a quei tempi, erano i protagonisti dei film western del momento: «nordisti», «sudisti» e gli immancabili «pellerossa». Molto ambiti erano anche i nostri carabinieri in alta uniforme con tanto di lucerna e pennacchio, i bersaglieri con il loro cappello piumato e gli alpini. Molto rari i marinai e i portaferiti della Sanità. La bici la si poteva «motorizzare» in modo molto autarchico inserendo un paio di robuste cartoline, fissate da mollette da bucato, a contatto con i raggi della ruota. Lo spernacchiante rumore che ne usciva avrebbe dovuto simulare quello di un ipotetico motore. C’è stato un periodo in cui andava di moda dotare i fanali delle bici di lampadine gialle, molto rare in verità, che vendeva il vecchio meccanico Brasa di via XXII Luglio.

Una vera chiccheria alla francese. Per guadagnare qualche soldino si andava a fare i raccattapalle nei campi da tennis della «Raquette» dove il custode Ennio Mazzotti, ai raccattapalle più volonterosi, donava un paio di palline consunte. Un trofeo di guerra!

Quando l’ortolano ambulante, con il suo carretto tirato a mano e la «stadera» sulle spalle si posizionava in qualche borgo, alcuni ragazzi si offrivano di portare a casa frutta e verdura ai clienti anziani che risiedevano ai piani alti.

Per paga, il prodigo «frutaròl», soprannominato «manga lärga», dispensava ai suoi giovani aiutanti una manciata di «brostolèn’ni» (semi di zucca abbrustoliti e salati) e di «sgagnarabia» (noccioline americane). Sinalcoli, soldatini, biglie, fionde, figurine e tanto altro erano i divertimenti dei «figli del dopoguerra». Giovani sicuramente più ingenui, forse più sognatori, ignoranti in campo informatico.

Ragazzi che, al posto della oggi diffusa terminologia inglese, parlavano il «djalètt pramzàn». Giovani molto diversi di quelli di adesso, poliglotti e super informatizzati. Ma tanto più felici e spensierati.

 

di Lorenzo Sartorio P er i bambini di ieri (ci riferiamo agli anni cinquanta-sessanta), figli del dopoguerra ed in seguito del miracolo economico, di soldi in tasca ce n’erano pochi. In compenso, la fantasia non mancava come pure la voglia di...

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