×
×
☰ MENU

Eugenio Fascetti

«Ecco i segreti per salire in A»

«Ecco i segreti per salire in A»

03 Dicembre 2021,03:01

Tifoso dell’Inter fin da piccolo, da giocatore ha vinto uno scudetto con la Juventus e da allenatore, sulla panchina del Lecce, fece perdere il titolo alla Roma regalandolo sempre ai bianconeri.

Lui è Eugenio Fascetti, 83 anni: una discreta carriera da calciatore - tra serie A e serie B - e una, decisamente più brillante, da allenatore, lanciandolo diversi giovani: qualche nome? Conte, Ventola, Lentini, Dino Baggio, Cassano, Zambrotta. Lo abbiamo raggiunto a Viareggio, dove è nato e vive con la moglie Mirella e padre di Antonella, Andrea e Alessandra, per un «viaggio» nel calcio di ieri e di oggi.

Che tipo di calcio si giocava quando lei era in campo?

«Era il periodo in cui tramontava il “metodo” e cominciava il “sistema”. Giocavo da attaccante, in seguito mi spostai a centrocampo. In una partita ho giocato addirittura in porta per l’infortunio del portiere: era un Cagliari-Messina nell’anno in cui con i siciliani vinsi il campionato (16 settembre 1962: 1-1 ndr)».

Si ricorda quando ha esordito in serie A?

Certo, lo ricordo molto bene, ero euforico: nel 1956 (il 7 ottobre ndr) in Bologna-Lazio 3-1. Soltanto un anno prima giocavo nelle file del Pisa in Quarta serie».

Nella sua carriera, oltre a vestire le maglie di Bologna, Messina e Lazio, ha giocato nella Juventus, vincendo uno scudetto: come fu quell’esperienza?

«Giocai poco, c’era una squadra di titolarissimi non come oggi. In squadra c’erano Boniperti, Sivori, Charles e Nicolè. Rimasi solo un anno ma fu un matrimonio felice».

Quando decise di fare l’allenatore?

«Sono nato con la malattia del calcio, inguaribile. Certo ho fatto molta gavetta prima di arrivare alla serie A. Ho iniziato in Prima categoria con la Fulgorcavi Latina e piano piano, senza spinte, vincendo i campionati: sono arrivato a Varese perché ho vinto».

A Varese aveva al suo fianco un giovanissimo Beppe Marotta: lei portò la squadra in serie B.

«Prima di arrivare a Varese, come ho già detto, feci sette anni tra dilettanti e Quarta serie, poi andai al Supercorso di Coverciano e infine approdai nella città lombarda. I sette anni tra i dilettanti mi sono serviti tantissimo soprattutto nel rapporto con i giocatori. C’erano Marotta, che iniziava allora, e il dottor Enrico Arcelli, che rivoluzionò la preparazione nel calcio. L’allenamento atletico era importante e veniva svolto in modo scientifico. I giocatori si allenavano in maniera individuale per la fase atletica: ognuno con il suo foglio, la sua tabella. Abbiamo vinto il campionato di serie C e ci hanno impedito di andare in serie A, “rubandoci” una partita a Roma contro la Lazio. In campo gli avversari non sapevano come prenderci. In rosa avevo giocatori poco conosciuti, abili di tecnica e veloci di cervello a capire le situazioni e a cambiare. Certi discorsi si facevano già allora».

Dal Varese al Lecce, dove ottiene, nel 1984-’85, la prima promozione in serie A.

«Una bellissima esperienza in una bellissima città. Il primo anno (1983-’84) arrivammo quarti ma allora venivano promosse solo le prime tre; l’anno dopo arrivò la promozione in serie A: era la prima volta per il Lecce».

Sempre con il Lecce il 20 aprile 1986 la clamorosa vittoria a Roma quando, da retrocessi, faceste un brutto scherzo ai giallorossi in lotta per lo scudetto.

«Nel girone d’andata abbiamo pagato lo scotto dell’inesperienza, nel ritorno invece giocammo bene. Se non sbagliamo due rigori con il Milan, chissà come sarebbe andata a finire. Il calcio non perdona e in quel campionato ne sa qualcosa la Roma, sconfitta all’Olimpico per 3-2, ma anche il Verona, campione d’Italia, battuto sul nostro campo».

Dopo Lecce, la Lazio e la fantastica impresa di salvare dalla serie C la squadra partita con una penalizzazione di 9 punti: fu un miracolo? L’anno dopo andaste in A: 1987-’88, seconda promozione.

«Fu davvero un miracolo nell’epoca in cui le vittorie valevano due punti. Eravamo una bella squadra. Il campionato 1986-’87 fu difficile e, nel contempo, bello. Poi la stagione successiva arrivò la promozione nella massima serie. In seguito ci fu una rottura e a metà stagione (1988-’89) andai ad Avellino per sei mesi».

Dopo l’Avellino, il Torino: nel 1989-’90 vinse il campionato di serie B e colse la terza promozione.

Al Torino ebbi una grande squadra, proiettata nel futuro con giovani come Cravero, Dino Baggio, Lentini. Posso dire che un giocatore completo come Lentini lo devo ancora vedere. Vincemmo il campionato. Con noi salì in serie A anche il Parma di Scala».

Lasciò il Torino per il Verona: nel 1990-’91 la quarta promozione in A.

«Era una bella squadra e la promozione fu importante. Ricordo che, da novembre, non prendemmo una lira ma ci si poteva mantenere lo stesso. Poi i soldi arrivarono».

Lasciata Verona, prima Lucca - due anni in serie B - e poi Bari: sei stagioni dal 1995 al 2001. Nel 1996-’97 la quinta promozione e il lancio di tanti giovani talenti, compreso Antonio Cassano.

«A Bari sono rimasto sei anni e in Italia un periodo così lungo può essere considerato un miracolo. Una piazza bella ma calda. Ogni anno bisognava rifare la squadra perché venivano venduti i migliori. A Bari c’eravamo io, il presidente Matarrese e il direttore generale Regalia. Sui giovani, debbo precisare che in tutte le squadre dove sono stato ne ho sempre lanciati: a Varese, a Torino, come ho già sottolineato prima, a Lecce: ricordo Conte, Garzya, Di Chiara. Lo stesso discorso vale per il Bari: da Ventola a Ingesson, a Andersson, da Zambrotta a Cassano».

Possiamo definirla uno “specialista” in promozioni dalla B alla A: quali sono i segreti per conquistare la massima serie?

«Cinque promozioni sono, penso, un ottimo risultato. A cui aggiungo un quarto posto con il Lecce, che oggi varrebbe la promozione. Poi il torneo vinto in serie C con il Varese: posso dire che se c’è un campionato difficile è proprio quest’ultimo. Specialista? Ho sempre scelto delle squadre con giocatori bravi, allora c’era l’undici titolare più tre-quattro riserve; oggi è completamente diverso. Da allenatore ricevi tanti meriti ma, lo ripeto, se non hai i giocatori adatti non è facile».

Quale è la sua idea di calcio?

«Non essere mai uguali. Cercare spazio e negare spazio. Allenare la velocità di passaggio per far girare la palla. Avere una velocità mentale, cioè prima che arrivi la palla sapere già cosa fare. Mai farsi sorprendere, essere capaci di cambiare volto alla partita: oggi, con le tante sostituzioni, è più facile. I numeri lasciamoli al lotto».

Lei ha sempre avuto un carattere sanguigno: questo l’ha penalizzata nella sua carriera?

«Sono soddisfatto di quello che ho fatto. Non ho rimpianti».

Ha dichiarato di essere tifoso dell’Inter: quando è nata questa passione?

«Mi sono appassionato all’Inter da bambino, nel primo dopoguerra quando giocavano campioni come Nyers, Skoglund, Wilkes. Ma seguo con affetto anche la Lazio, il Varese e il Lecce».

L’Inter, possiamo dirlo, è stata anche il suo talismano?

«L’ho battuta tante volte. Prima con il Verona e poi con il Bari, addirittura due volte a Milano. Ricordo che scelsi il Pisa perché nerazzurro rispetto al Viareggio, mia città natale, che aveva la maglia bianconera. Da piccolo ricattavo il prete dicendogli di portare la maglia nerazzurra per giocare».

Nella sua carriera, ha raggiunto l’invidiabile traguardo delle mille panchine: cosa si sente di dire a chi vuole diventare allenatore?

«Occorre avere nervi saldi e ragionare sempre con la propria testa. È un mestiere difficile, soprattutto oggi con le rose molto ampie e la pressione di televisioni e giornali».

Vanni Buttasi

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI