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Intervista

Luca Salsi: «Macbeth alla Scala, che emozione»

Luca Salsi: «Macbeth alla Scala, che emozione»

07 Dicembre 2021,03:01

Vittorio Testa

Luca Salsi, l’apriScala. C’è Luca Salsi:apritiScala! E’ tutto un fiorire di battute e di elogi e auguri da ogni dove per il baritono Parmigiano, ben saldo sulla cresta dell’onda, che questo pomeriggio inaugura per la quarta volta la stagione scaligera. Il 7 dicembre è diventato un giorno mitico per questo artista che con la maturità ha raggiunto vertici di assoluta bravura. «Sì, ma per piacere non esageriamo», dice lui a mezza voce nel telefono: «Aspettiamo che passi la prima, poi vediamo cosa dire». D’accordo. E prima della prima? Silenzio? «No, no, intendevo dire che sarebbe pericoloso per me baloccarmi con un successo non ancora avvenuto».

La tensione dell’attesa è consustanziale al rito del 7 dicembre, giorno nel quale il teatro d’Opera più grande del mondo accende la sala del Piermarini per un evento di risonanza tutta particolare. Questo «Macbeth» sarà trasmesso in diretta dalla RaiTv e dalle televisioni di molti Paesi. Luca Salsi cerca concentrazione e serenità sotto la piacevole valanga di interviste e servizi teleradiogiornalistici che hanno fatto un battage enorme. Sì, il baritono parmigiano di Lesignano Bagni e uscito dal Conservatorio Arrigo Boito è ormai una cosiddetta star. Soprattutto per i due ultimi ruoli messi a fuoco magnificamente e personalizzati con interpretazioni di un’efficacia e fascino unici, quelle definite «da brividi»: Macbeth e Scarpia.

«Macbeth alla Scala il 7 dicembre è semplicemente un’emozione indimenticabile», proclama Luca Salsi con voce che ha un tono speranzoso di liquidare il testardo cronista. Ma, persona cordiale e beneducata, l’esuberante baritono nato a San Secondo ha rispetto del lavoro altrui e cerca di sviare almeno il discorso da Verdi e dal «Macbeth». Lo assecondiamo, chiedendo dei due figli, Ettore quindicenne e Carlo che ha tre anni di meno..«Sono la mia gioia, loro vivono con la madre ma non appena posso li raggiungo: e ultimamente siamo stati molto insieme». Assecondare? E’ un verbo che ha la sonorità di San Secondo…Dove è nato Salsi. Territorio governato dai Rossi di San Secondo, signori rinascimentali. E citato, guarda caso, da Verdi, per via di una specialità alimentare: la spalla cotta. Che il grande Roncolese regalava agli amici più cari con tanto d’accompagnamento scritto per indicare il modo di prepararla. Salsi: «Sì, è una cosa di una bontà unica…Il grande Giuseppe non ne sbagliava una».

Riecco l’argomento Verdi. Il «Macbeth» è l’opera «bussetana» del Genio, nel senso che il compositore la dedicò a Antonio Barezzi, il suo benefattore. Ed è frutto del primo incontro con il Bardo inglese, quel Shakespeare che Verdi leggeva avidamente. Un capolavoro. E forse l’opera verdiana più difficile per i cantanti? «Sicuramente - dice Salsi -: Verdi chiede agli artisti una cosa rivoluzionaria che è in pratica l’uscita definitiva dal belcanto…Chiede di cantare male! Con ‘’voce strisciante’’ scrive a un certo punto, e con altre indicazioni spesso impossibili da eseguire. Si lamenta perché l’impresario della prima, a Firenze nel 1847, ha scelto un soprano che canta benissimo e ha voce angelica e invece lui vorrebbe una che canti con voce demoniaca! E’ l’opera nella quale Verdi esige per la prima volta che il cantante sia in grado di scolpire i caratteri e le situazioni con la "parola scenica": questione di accenti, di espressività, di lavoro sulla voce e sul fiato. Occorre avere una tecnica perfetta. Sarò sempre grato al mio maestro Meliciani per i suoi insegnamenti severi ma fondamentali».

Dunque c’è un’attesa vibrante per questo «Macbeth» di Salsi, anche perché il baritono «apritiScala» ha chiesto al direttore musicale, Riccardo Chailly, di mettere in scena la versione, raramente eseguita, con il finale, completamente diverso da quello della corrente abitudine «canonica», frutto della revisione del 1865, che chiude con la battaglia musicata con una fuga, e la testa di Macbeth infissa su un palo. Stasera il Re fantoccio, posseduto dalla perfida e malvagia Lady evocante gli spiriti maligni, morirà invece cantando «Mal per me che m’affidai» che è il finale della prima stesura dell’esordio fiorentino del 1847. Un’aria breve, tre minuti, ma intensa e soprattutto faticosa perché alla fine di un spettacolo nel quale Macbeth è stato in scena dall’inizio all’ultima parola cantata.

Com’è questo finale? «Impegnativo, molto insidioso perché il baritono ha sul groppone due ore di canto. E’ uno dei motivi per il quale spesso si preferisce la versione originale», afferma Luca Salsi, che ha già cantato nei panni del Re sanguinario che muore in scena in un’edizione dell’opera a Vienna, sempre diretto da Chailly. E’ un regalo di Verdi al baritono: si usava a quei tempi inserire arie e per abbellire l’opera e per mettere in risalto la bravura di certi cantanti. Come nel «Macbeth» del 1865 fu per l’aggiunta della stupenda aria del soprano «La luce langue il faro spegnesi», un omaggio di Verdi al soprano slovacco Teresa Stolz, che si dice avesse una tresca erotica con il compositore.

Ma torniamo da Luca Salsi che, persona di spiccato carattere pragmatico e temperamento caldo, immaginiamo sbuffante al telefono bisognoso d’essere lasciato in pace, vero? «Esattamente così», esclama lui soggiungendo una risata omerica. «Adesso dobbiamo davvero chiudere, anche perché è ora che cominci lo sciopero della voce da risparmiare in vista del grande impegno» .Già siamo alle viste e sentite del momento topico di quando si aprirà il sipario scaligero e la bacchetta di Chailly innescherà la decima opera di Verdi. Le streghe e poi sarà subito Luca Salsi che insieme a Banquo apprenderà il futuro che l’aspetta.

Salutiamo il paziente «Apriscala» con un grosso «in bocca al lupo!», anche se per colpa sua - aggiungiamo - i lupi si sono estinti. Quelli metaforici, certo, perché quelli veri si pappano galline e altre leccornie sul nostro Appennino, anche intorno a Lesignano. E dunque cambiamo augurio. «Toi Toi Toi», trisillabo gridato, dall’oscura genesi e significato in uso nei teatri. E rafforziamolo con le tradizionali «MMM!». Il triplo urlo coprofilo, l’uso del quale sarebbe nato in Francia, gridando le tre M Cambronniane, perché le sere di spettacolo dell’Ottocento, davanti e intorno ai teatri, restavano testimonianze dei bisogni corporali dei cavalli trainanti le carrozze. Serata fortunata era pertanto quella che alla vista e all’olfatto offriva gran materiale organico, a significazione di un enorme successo di pubblico. Ora le carrozze non ci sono più. Ma le tre M sono una formula apotropaica irrinunciabile: Atropo, infatti, la Moira che trancia il filo delle esistenze vere e metafisiche, pare abbia un olfatto delicato: che, se colpito sgradevolmente, provoca la fuga della menagramo.

Quindi lasciamo Salsi quieto e sicuro di sé. Ci prepariamo per essere puntuali davanti alla tv, alle 17,45. E per Luca Salsi, il grande baritono «apriScala» prediletto da Sant’Ambrogio, scandiremo per tre volte: MMM! Da Parma, con tutto il cuore.

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