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Dalai: «Le Zebre, la nazionale del nostro territorio»

Dalai: «Le Zebre, la nazionale del nostro territorio»

16 Dicembre 2021,03:01

Ambizioso, ma realista. Intellettualmente onesto nell'ammettere le responsabilità della propria società nel mancato feeling instaurato con il territorio e, proprio in ragione di ciò, ancor più determinato a far sì che le Zebre Parma – da qualche mese, si chiamano così – possano attuare quella «rivoluzione copernicana» in grado di sovvertire quello che è (o ancor meglio non è) stato, per giungere ad una completa identificazione squadra-città.

Michele Dalai, presidente della franchigia parmigiana, conosce la ricetta. «I risultati. È da quelli che si deve partire» rompe subito gli indugi. «Avere un'idea di gioco riconoscibile – osserva -, trasferire sul campo le doti che abbiamo e che rispecchiano il carattere di Parma: l'operosità, la consapevolezza del proprio valore, la continua ricerca della qualità e dell'eccellenza. Le squadre brutte non possono essere amate. E la mediocrità non appartiene a Parma».

Lei è alla guida della franchigia dall'aprile scorso: si è fatto un'idea sul perché le Zebre non siano riuscite, almeno finora, a coagulare attorno a sé un largo seguito?

«Non abbiamo saputo raccontarci. Per tanto tempo ci siamo trascinati, quasi per forza d'inerzia, nella sopravvivenza, in un ambiente come quello di Parma che non era particolarmente amichevole».

Si vuol togliere qualche sassolino dalla scarpa, forse?

«Non esattamente. Mi spiego meglio: le Zebre sono state percepite come una specie di astronave aliena che all'improvviso è atterrata a Moletolo. In questa mancanza di affetto, mi sembra evidente che le colpe non possano essere ascrivibili esclusivamente alla città. Sono anche e soprattutto nostre, che non siamo entrati in relazione con il territorio».

Come uscire, allora, da questa sorta di limbo?

«Occorre capire chi saremo tra uno-due anni e cosa potrà accadere, dentro e fuori dal campo, a questa squadra. Radicarsi a livello locale non significa girare col cappello in mano e chiedere denaro: quella è una modalità sbagliata. Bisogna produrre qualcosa, nel nostro caso migliorando la squadra. Oggi mi sento di poter garantire che, laddove le Zebre Parma non riuscissero ad invertire la rotta, gli unici colpevoli saremmo noi. È troppo comodo scaricare le colpe sulla Federazione, la cui presenza nelle vesti di solido azionista di questo club rappresenta anzi un vantaggio da cui dobbiamo ricavare le energie per un immediato rilancio».

Mi sembra una piena assunzione di responsabilità, questa.

«Quando una squadra perde quindici partite ufficiali di fila, è chiamata necessariamente a prendere in mano il proprio destino e decidere di cambiarlo. Altrimenti si sconfina nell'autoindulgenza più assoluta: personalmente, non mi piace affatto».

Per certi versi sembra paradossale che i riflettori sulle Zebre, a livello mediatico, si siano accesi solo nel momento in cui siete rimasti bloccati in Sudafrica. Non le pare?

«Come la maggior parte del rugby italiano, siamo ostaggio della narrazione dei valori di questa disciplina: l'amicizia, il rispetto per l'avversario, il terzo tempo. Tutto bellissimo, per carità. Ma è riduttivo. L'esperienza in Sudafrica, nel caso delle Zebre, credo abbia restituito l'immagine di un gruppo dotato di grandissime qualità umane. In 43 persone, tra giocatori, staff e dirigenti, siamo risultati sempre negativi a tutti i tamponi, per venti giorni di fila. Il Ministero della Salute ci ha definiti un modello di buone pratiche. Abbiamo rispettato le regole e dimostrato che la disciplina non è un racconto che si fa alle famiglie per invogliarle ad iscrivere i propri bambini al minirugby: è un concetto che riempiamo di sostanza>.

Per raggiungere i risultati sportivi, è però indispensabile costruire una squadra competitiva. E per fare questo, nei tornei di assoluto livello che vedono protagoniste le Zebre, servono anche tanti quattrini.

«È così. E mi lasci dire una cosa: trovo stucchevole il fatto che Parma non riesca a dare un sostegno economico forte al progetto della franchigia. Chi si ferma alla superficie delle cose, scuoterà il capo di fronte ad una serie di risultati che giudicherà scadenti. Ma è doveroso andare oltre. In primo luogo, si deve tenere conto degli avversari, di spessore: se facciamo un paragone con il calcio, è come se le Zebre giocassero ogni settimana contro il Brasile, la Germania, la Spagna, la Francia. Sempre e solo quelli. Il nostro budget, peraltro, è il più basso. Tutte le squadre che partecipano al nostro torneo, tranne una, sono espressione delle federazioni: da queste ricevono risorse importanti, ma poi trovano piena collaborazione nei rispettivi territori, da parte dell'imprenditoria e delle altre società, sviluppando una linea d'azione proiettata al radicamento».

Le altre società rugbistiche di Parma, invece, con quali occhi guardano alle Zebre?

«Il più delle volte veniamo vissuti come un'altra squadra del territorio, in aggiunta a quelle storiche: sulla base di presupposti orientati alla rivalità, è inevitabile che il rapporto non possa funzionare. In realtà, qualcuna di loro ha capito cosa facciamo. Bisogna, a mio avviso, abbracciare una prospettiva diversa, iniziando a considerare le Zebre Parma come una piccola “nazionale” locale, con cui collaborare e da cui le altre società possono trarre beneficio. Chi inizia a giocare a rugby deve coltivare l'ambizione di indossare la maglia di questa squadra».

A proposito di maglia: nell'ultima partita di Challenge Cup, sabato scorso, ne avete sfoggiato una inedita, gialloblù. Che messaggio avete voluto dare?

«Fa parte di quel processo di radicamento e di coinvolgimento che abbiamo avviato. Quando ci siamo insediati, le maglie per il campionato erano già state scelte. Ho voluto aggiungerne un'altra, da utilizzare in coppa: gialloblù, come i colori della città. Una scelta che non è solo simbolica, ma ha un significato profondo. Un po' come quella, condivisa con la Federazione, di aggiungere Parma al nome Zebre. La maglia gialloblù, che vorremmo diventasse in futuro quella della squadra, esprime la nostra propensione a raccontare la città: la sua arte, la sua storia, il suo tessuto produttivo. Il nome di Parma lo portiamo in giro per il mondo con orgoglio. Vogliamo legarci a questa comunità in senso ampio, nel bene, e non soltanto nelle richieste di un sostegno dal punto di vista economico e morale. Dobbiamo però essere capaci di restituire qualcosa. Lo spettacolo, prima di tutto: chi viene al Lanfranchi deve potersi divertire ed avere qualche gratificazione. Nello sport, quelle, le danno i risultati e il vedere una squadra arrembante, con un'identità ben definita. Le persone possiamo avvicinarle solo facendo, in campo, qualcosa di unico. Regalando emozioni».

Quali iniziative porterete avanti nei prossimi mesi?

«Ho fatto una proposta agli amici della Pilotta, per una campagna: “Il rugby è un'opera d'arte”. L'idea è mettere i nostri giocatori a disposizione, per promuovere iniziative di valorizzazione del Museo. Ai numerosi tifosi gallesi, irlandesi, scozzesi, che ogni anno vengono qui a vedere le partite vogliamo spiegare che Parma non è uno svincolo autostradale. Ma che, spostandosi di appena tre chilometri dallo stadio Lanfranchi verso il centro, è possibile scoprire un tesoro meraviglioso. La speranza è che, viceversa, chi frequenta i musei decida di assistere ad una partita delle Zebre».

Resterebbero affascinati anche dalla Cittadella del Rugby.

«Un impianto all'avanguardia come pochissimi altri in Europa, ma che sembra una cattedrale nel deserto perché poco conosciuto. Eppure è una struttura aperta, senza barriere e con un'immensa area verde attorno: il luogo ideale dove poter vivere lo sport e rilassarsi».

Come immagina il futuro delle Zebre?

«Da inguaribile ottimista quale sono, le rispondo con un riferimento all'attitudine degli All Blacks: lasciare la maglia in un posto migliore di quello in cui la si è raccolta. Non credo di dover aggiungere altro».

© Riproduzione riservata

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