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Intervista

Chacón-Cruz, il pupillo di Domingo, debutta al Regio

Chacón-Cruz, il pupillo di Domingo, debutta al Regio

06 Gennaio 2022,03:01

Lucia Brighenti

Messicano, pupillo di Plácido Domingo (che lo ha preso sotto la sua ala quando aveva ventidue anni), oggi attivo sui palcoscenici internazionali, il tenore Arturo Chacón-Cruz sarà Don José in «Carmen», opera che il 12 gennaio (ore 20.00) apre la Stagione Lirica 2022 del Teatro Regio di Parma.

Un ruolo che conosce bene, quello del sergente navarro, interpretato già in altre sei produzioni e in più di sessanta repliche, anche se spiega di odiare questo «figlio di mamma».

In scena accanto a Martina Belli (Carmen), Marco Caria (Escamillo), Laura Giordano (Micaëla), nel nuovo allestimento firmato dalla regista Silvia Paoli, Chacón-Cruz ci racconta il suo modo di vedere il personaggio: «Don José è stato rappresentato per anni, da grandi cantanti e registi, quasi come una vittima: un uomo bello, tranquillo, abituato a seguire le regole, che si è perso a causa di una donna che queste regole le infrange. Non è la mia interpretazione. José non è certo un modello. È un “figlio di mamma” senza personalità, non fa scelte, fa solo quello che lo spingono a fare gli altri. L’unica scelta è uccidere Carmen, ma anche in questo caso lui scarica la responsabilità su di lei».

Quali le difficoltà tecniche e interpretative?

«Le difficoltà di questo ruolo sono grandi, perché penso che Bizet immaginasse un giovane che poco a poco diventa uomo. Comincia come tenore leggero: nel primo atto, il duetto con Micaëla è molto dolce, non ha niente di drammatico. Nel secondo atto diventa un tenore lirico pieno, mentre nel terzo e quarto atto è un tenore drammatico».

La regia di Silvia Paoli interpreta tutta la vicenda come filtrata dal ricordo di Don José: cosa comporta questa prospettiva?

«Questo José ha un rapporto molto difficile con la memoria e con i fantasmi che gli appaiono: è un personaggio perso nella sua pazzia, nelle sue memorie, un po’ come Hoffmann nei “I racconti di Hoffmann”, ruolo che ho interpretato tante volte».

Cosa rappresenta Plácido Domingo per lei?

«Quando ero piccolo, Placido era già un eroe in Messico. Avevo sette anni e, dopo il terremoto terribile del 1985, in cui sono morti tantissimi messicani, ricordo bene che lo vidi in tivù mentre aiutava a recuperare persone dalle macerie. Poi l’ho visto e sentito cantare tante volte nelle opere trasmesse dalla televisione, la domenica: lo consideravo una figura irraggiungibile. A 22 anni però, mentre studiavo a Città del Messico, ho avuto la fortuna di vincere un’audizione per cantare in un concerto in cui anche lui avrebbe cantato. Finita la mia aria, mi fece i complimenti e mi consigliò di provare un paio di arie da tenore, perché la mia voce gli ricordava la sua... Quella notte non ho dormito. Poi ho ricevuto la borsa di studio Plácido Domingo nel 2002 e pian piano lui e moglie sono diventati come genitori».

Tra i registi con cui ha lavorato, ci sono Sofia Coppola (per «Traviata») e Woody Allen (per «Gianni Schicchi»): come è andata?

«Da Sofia Coppola ho imparato l’eleganza, da Woody Allen l’immaginazione. A scuola, ci viene insegnato che a teatro tutto deve essere tre volte più grande, perché l’ultima fila non vede i piccoli gesti. A volte, però, in questo modo i movimenti diventano grotteschi. Sofia Coppola ha risolto questi problemi: ci ha resi più umani sul palco, più naturali. Allen è un genio con tanta immaginazione. La sua idea originale di Schicchi era molto diversa dal risultato finale, ma da lui ho imparato che è bellissimo iniziare con un progetto enorme e poi tagliare ciò che non serve».

Per informazioni e biglietti: tel. 0521 203999, biglietteria@teatroregioparma.it.

© Riproduzione riservata

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