×
×
☰ MENU

Tradizioni

Le previsioni meteo? Con le cipolle

Le previsioni meteo? Con le cipolle

10 Gennaio 2022,03:01

Lorenzo Sartorio

Altri due santi «invernali» festeggiati dalla nostra gente in gennaio, oltre il popolarissimo Sant’Antonio Abate (17 di gennaio) che prevede la benedizione stalle, sono Sant’Ilario, patrono della città, che si celebra il 13 gennaio, e la Conversione di San Paolo (25 gennaio) che veniva ricordata nelle nostre campagne, la notte del 24, attraverso riti propiziatori che riguardavano empiriche previsioni sia meteo che per il futuro sposo delle ragazze da marito. Com’è noto, la figura di Sant’Ilario è legata in modo particolare ai «cibàch» parmigiani. Infatti un ciabattino si offrì di riparare i calzari del santo che transitava da Parma nelle sue vesti di pellegrino. E la leggenda vuole che, Sant’Ilario, trasformò i suoi calzari in oro donandoli al generoso artigiano. Un tradizione dolce, quella del santo patrono, con le famose «scarpette» che ogni parmigiano porta in tavola seguendo l’antica tradizione.

Ogni pasticciere ha la propria personalissima ricetta che personalizza anche in forma estetica creando dolci molto eleganti dove la componente creativa certo non manca. Un'altra tradizione legata alla ricorrenza di Sant’Ilario, interrotta due anni fa a causa del Covid, che ebbe come teatro la chiesa dell’Annunziata, era il concerto benefico dedicato a Padre Lino ideato da Claudio Mendogni. Protagonista per oltre vent’anni dell’evento, seguito da migliaia di parmigiani, la prestigiosa Corale Verdi ed altri famosi cantanti di musica lirica. Molto sentita anche la cerimonia della consegna dei guanti bianchi alle autorità nell’Oratorio dedicato al Santo in Strada D’Azeglio, in base ad un’antica tradizione rispolverata all’indimenticato Aldo Castagneti. Un santo, Ilario, esclusivamente festeggiato a Parma? Sembra di no infatti, lo studioso Enrico Dall’Olio nelle sue «Tradizioni Parmigiane» (Grafiche Step editrice), accenna che, nella notte di Sant’Ilario, a Borgo Taro, si faceva la «pusèina», termine dialettale con probabile significato di «dopocena». In tale occasione si riunivano diverse famiglie per gustare insieme frittelle di mele e di riso. Era un «filossu» speciale festeggiato anche a Tornolo ed a Tarsogno con il nome «tredesein». Sant’Ilario fu pure ricordato in versi da tanti poeti dialettali che cantarono, con la lingua dei nostri padri, la figura leggendaria di questo santo come l’indimenticato Fausto Bertozzi. La notte del 24 gennaio, che precede la ricorrenza che ricorda la Conversione di San Paolo, che le usanze popolari padane hanno battezzato molto più sbrigativamente «San Pàvol di sìggn» (San Paolo dei segni), per i nostri vecchi, era una di quelle notti magiche, non certo come quelle della Vigilia di Natale, di San Giovanni o del 30 aprile («notte degli smaggi») ma era comunque considerata particolare e, soprattutto, curiosa. Le ragazze da marito, infatti, prima di andare a letto, riempivano una scodella d’acqua che veniva appoggiata sul davanzale della finestra. Altre, addirittura, posizionavano un secchio colmo d’acqua dinanzi alla porta di casa. Il freddo della notte (non dimentichiamo che la ricorrenza di San Paolo precede di un soffio i «giorni della merla» che cadono il 29, 30, 31 gennaio considerati i più gelidi dell’anno) avrebbe provveduto a disegnare nell’acqua, che si trasformava in ghiaccio, degli strani arabeschi. Il mattino seguente, le ragazze, si precipitavano a ritirare la scodella o il secchio con l’acqua gelata e, sfoderando tanta fantasia, si cimentavano, con l’aiuto delle mamme, delle nonne e delle zie, a decifrare quegli strani disegni che la notte aveva inciso nel ghiaccio.

Prima che il calore della monumentale stufa di ghisa o le fiamme del domestico camino provvedessero a sciogliere l’incantesimo, le donne dovevano interpretare quei segni che avrebbero indicato il mestiere del futuro sposo oltre disegnare il loro destino. Pochissime volevano scorgere un badile o una vanga in quanto il magico verdetto avrebbe voluto significare un matrimonio con un «paizàn» e quindi si prospettava, alle ragazze, una vita di lavoro e di fatiche come spettato, magari, alle loro mamme e nonne. Quindi le giovinette, coniugando la loro fertile immaginazione, si sforzavano di intravedere, in quei segni, professioni prestigiose che non avessero serbato loro un futuro tra stalla, pollaio, pentole, tegami e campi. Ed allora c’era chi scorgeva una vela che significava viaggi e avventure, una penna poteva significare che il futuro sposo fosse un impiegato o uno scrivano. Uno aggeggio strano, che in qualche modo si poteva collegare ad uno strumento sanitario, poteva significare che il presunto marito fosse un medico, una spada poteva essere sinonimo di un aitante ufficiale. E così via, al punto di indicare i mestieri più strani, fermo restando che vanghe, zappe e badili non erano ben accetti. La beffa più grossa sarebbe stata se l’acqua non avesse riprodotto nessun segno, il che significava che, di matrimoni in vista, non ce n’erano e bisognava attendere il responso di un’altra notte particolare e, cioè, quella del 30 aprile: la «notte degli smaggi» nel corso della quale, prima della mezzanotte, le ragazze da marito interrogavano il cuculo circa gli anni che le separavano dalle nozze: «oh cucù dal nì, cuant’ani par tór marì?» (oh cucù del nido, quanti anni dovrò attendere per prendere marito?). Tanti erano i «cucù» dell’uccello quanti sarebbero stati gli anni che la ragazza doveva ancora sospirare prima di sposarsi. Un'altra tradizione legata a questa notte di gennaio coniugava empiriche previsioni meteo.

Protagonista era una umile cipolla che veniva tagliata in dodici spicchi posti su un tagliere. Ogni spicchio, sul quale la «rezdóra» o al «rezdór» non mancavano di riporre una presina di sale, doveva riportare il nome di un mese. Agli spicchi che, al mattino del 25 gennaio, avevano depositato più acqua corrispondevano i mesi più piovosi, gli altri, con poca acqua, quelli più siccitosi. Non bisogna dimenticare che il mese di gennaio è il cuore dell’inverno inverno, quindi, per i contadini, era necessario iniziare a predisporre le semine per l’annata futura e cercare di prevedere il clima. Siccome, quella del 24 gennaio, era una notte particolare, anche la «rezdóra» doveva festeggiarla ai fornelli ed, allora, in tante case contadine della nostra collina e della nostra montagna, per cena, venivano portati in tavola riso in brodo di magro con porro e spinaci e, per secondo, i «valigini» di verza «vérzi pjén’ni». Ossia, le foglie esterne delle fragranti verze dell’orto, imperlate di «galabrùzza», fatte scottare, che dovevano avvolgere un ripieno di pane formaggio e uova e poi cotte al forno oppure cucinate in umido con le patate.

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI