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Storie di un altro calcio

Marchini, una vita da mediano

Marchini, una vita da mediano

di Remo Gandolfi

14 Gennaio 2022,03:01

Da letale “uomo-gol” nelle file dell’Aurora e poi nelle giovanili del Parma Calcio a centrocampista di interdizione e fosforo per il resto della carriera. Capitano e “bandiera” del Monticelli Calcio prima sul campo e poi, da vent’anni esatti, nelle vesti di direttore sportivo, Maurizio Marchini.

Un leader nato e uno di quei giocatori che quando la partita si “scalda” vorresti sempre avere al tuo fianco.

Quando hai indossato per la prima volta una maglia con un numero sulla schiena in una partita ufficiale?

«Avevo nove anni e fu nelle file dell’Aurora. Ricordo ancora la maglia rossoblu con il numero 8».

Chi sono stati i tuoi primi “maestri”?

«Danilo Benoldi nell’Aurora e Mario Ferraguti nelle giovanili del Parma».

Quando hai capito che avevi qualcosa in più della media?

«Quando a dodici anni, sempre nell’Aurora, ho cominciato a segnare diversi gol. In quel periodo sono cominciate ad arrivare diverse telefonate da altre società interessate al mio cartellino».

Da letale attaccante con le giovanili del Parma a centrocampista in categoria. Come si spiega la metamorfosi?

«Nel Parma da attaccante in quattro anni ho sempre segnato con regolarità, l’ultimo anno 14 reti senza rigori nel campionato Berretti. Ma poi, una volta arrivato in categoria, ho avuto sempre meno confidenza con la porta; a 23 anni ho deciso di provare ad arretrare il mio raggio d’azione. Non è stato facile ma per fortuna ho avuto un mister, Vincenzo Grisendi con il Duca Bannore, che ha creduto molto in me, tanto che mi ha proposto sin da subito di giocare davanti alla difesa. Ruolo che ho fatto sempre più mio, anche grazie ai successivi insegnamenti di un altro grande mister, Marco Riva. In quel ruolo in sei anni ho centrato tre promozioni tornando in Eccellenza con il Monticelli».

Ricordi il tuo esordio in categoria, il risultato e la tua prestazione?

«Agosto 1983, Viadana-Mirandolese in Serie D. Risultato 1-1, con la gioia di un gol all’esordio e una prestazione discreta».

E una partita in particolare che è rimasta scolpita nella tua memoria?

«Al trofeo Nereo Rocco, edizione 1980. Era la semifinale “Giovanissimi”, un Parma-Milan giocato al Tardini: al novantesimo segno il gol del 2-1 che ci porterà in finale, poi vinta, contro il Bologna. Ricordo l’abbraccio dei compagni e di mister Ferraguti: quella fu la prima vera grande emozione, per me. E, proprio per questo, la più intensa e indimenticabile».

Chi è stato l’allenatore più importante della tua carriera?

«Ricordo tutti i miei allenatori con grande affetto. Se proprio devo fare un nome, scelgo Bruno Mora: mi ha insegnato tanto a livello calcistico. Era un esempio, affrontava tutto con una grinta incredibile e te la trasmetteva. E’ stato veramente un grande allenatore, oltre che un calciatore meraviglioso».

C’è un compagno che ricordi con particolare affetto?

«Andrea Guerra interpretava il ruolo di libero già in chiave moderna: strappava palloni agli attaccanti avversari e poi si inseriva con facilità anche oltre la metà campo. Scherzosamente lo chiamavo Franco Baresi, ma in realtà nel modo di giocare gli somigliava parecchio».

La gioia più grande della tua carriera calcistica?

«Al trofeo Beppe Viola categoria Berretti, nel giugno 1983. Vinciamo in finale con l’Inter, contro tutti i pronostici. Dopo aver subito per buona parte dell’incontro, sostenuti da un grande motivatore quale era Bruno Mora, andiamo ai supplementari e quindi ai rigori. La partita rimase infatti inchiodata sullo 0-0. Con un po’ di tensione addosso, tiro e realizzo il quarto. L’Inter sbaglia il quinto ed inizia la festa. Di quella squadra, facevano parte anche Stefano Pioli e Nicola Berti».

Hai un aneddoto o un episodio che ricordi con particolare piacere?

«Lo spareggio per la promozione in Eccellenza del maggio 1994. Monticelli-Sassolese. Non abbiamo mai più visto così tanta gente a Monticelli! E’ stato un pomeriggio bellissimo, anche se abbiamo perso 2-1. In seguito abbiamo vinto i play off e siamo stati promossi in Eccellenza, trascinati da un bomber strepitoso, Luca Gradali. E pensare che eravamo partiti per salvarci... Di quella squadra sono stato orgogliosamente il capitano».

Hai dei rimpianti?

«In verità speravo di fare qualcosa in più, ma evidentemente quello era il mio livello; non ho rimpianti, mi sono divertito moltissimo ed ho conosciuto compagni meravigliosi, con molti dei quali mi vedo e mi sento ancora oggi».

Da anni sei un apprezzatissimo dirigente al Monticelli. Cosa ti ha affascinato di questo ruolo?

«Appena smesso di giocare, ho preso il patentino da allenatore ed ho iniziato a lavorare nelle giovanili. Poi l’allora vice presidente del Monticelli, ed attuale presidente, Renzo Ferrari mi ha proposto di fare il direttore sportivo; dopo qualche titubanza iniziale, accettai. Al primo anno siamo stati promossi in Eccellenza con la prima squadra e vinto il titolo regionale Juniores. A questo punto, ho deciso di continuare. Mi affascina ogni anno affrontare nuove sfide, costruire piano piano la squadra e relazionarmi quotidianamente con staff e giocatori».

Chi era il tuo idolo calcistico da bambino? C'è qualche giocatore attuale nel quale ti riconosci?

«Il mio idolo da bambino è stato Gianni Rivera. Non mi riconosco in nessun giocatore attuale: troppa, la differenza. Però posso dire che adoro i centrocampisti che sanno difendere ed attaccare la porta avversaria».

Qual è la formazione ideale dei calciatori con i quali hai giocato?

«Modulo 4-3-1-2. In porta Massimo Costa, Bacchisio Dessena a destra, centrali Riccardo Salati ed Andrea Guerra, a sinistra Ferdinando Vighi. Davanti alla difesa Sandro Boni, centrocampista sinistro Marco Orlandi, centrocampista destro Fabrizio Marchisio, trequartista Claudio Beatrizzotti, attaccanti Federico Lombardi e Luca Gradali. Allenatore, William Zanardi.

© Riproduzione riservata

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