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C'era una volta

Lino, l'oste amato dagli studenti

Lino, l'oste amato dagli studenti

17 Gennaio 2022,03:01

Era davvero un bel triangolo spumeggiante nella zona di Via XXII Luglio ed immediati dintorni. Alludiamo a tre osterie nelle quali si mesceva «in-t-i scudlén» lambrusco e malvasia di prima qualità ai numerosi clienti che le frequentavano. Si trattava del «Giardinetto» in borgo Santa Chiara, con annesso campo di bocce, del «Cavallo Bianco» di Strada Nuova, anch’esso dotato di campo di bocce ed, infine, dell’«Osteria Da Lino» in Borgo Onorato, che il campo da bocce non lo aveva, ma possedeva altre peculiarità che ben si sposavano con la più schietta parmigianità. Un osteria, quella di Borgo Onorato, che ha una storia alle spalle non indifferente. Il locale aprì i battenti negli anni ‘30 o giù di lì. A gestirlo fu la famiglia Gradellini che lo battezzò «Osteria Emiliana». In cucina, l’Angiolina, era un fenomeno e, in breve tempo, l’osteria diventò la meta preferita di molti avventori tra i quali illustri personaggi dell’epoca che venivano apposta per gustare una straordinaria «buzéca» che a Parma ebbe, in tempi relativamente più recenti, un altro eccezionale facitore in Gino Picelli, titolare dell’omonima osteria di Borgo Marodolo. Due «buzéchi», una «di qua dal torrente» e, l’altra, «dedlà da l’acua», ma entrambe da primato, meglio «da zbarlecäros i did». L’Angiolina, però, per pochi intimi, cucinava anche il «gatto al barbera» con l’immancabile contorno di polenta. Quando i Gradellini si ritirarono subentrò nella gestione del locale un loro nipote, Lino Costa, che si dimostrò, negli anni, un oste di razza unitamente al fratello Ezio. Lino fu il primo, a Parma, a lanciare la moda della birra. Infatti, non mancava mai a Monaco all’«Oktoberfest» per scegliere le birre migliori che si faceva mandare nella sua osteria che, fra l’altro, era divenuta un sorta di museo di lattine di birra tra le più ricercate e famose al mondo. Lino, comunque, fu un vero portento a fare i panini che dispensava ai numerosi studenti che frequentavano il locale. Panini, davvero speciali, che non abbandonarono mai la tradizione parmigiana nonostante qualche rivisitazione che, però, «la podäva parlär al djalètt pramzàn». Famosi anche i dopo teatro, da Lino, con artisti, cantanti, musicisti, intellettuali e loggionisti in quanto, Lino, era pure lui un melomane verdiano. E, tra i loggionisti, non potevano mancare «Gigètt» Mistrali, Bettino, Fochi, Orlandini e Claudio Mendogni che ricorda ancora i pantagruelici piatti di salume che venivano portati in tavola accompagnati da «sigòlli e pévron mach». Se era di luna buona, Lino, si metteva ai fornelli sorprendendo i commensali con le «orchidee» (testicoli) di toro impanate e fritte, «pè 'd gozén», «anolén» e la parmigianissima «vécia 'd caval» con al «cavàl pìsst ädla Lina 'd bórgh dal Gèss».

Da Lino si giocava a carte, si parlava di politica, di lirica, di sport e spesso spuntava una chitarra e si cantava qualcosa di Guccini o qualche altro cantautore dell'epoca. Insomma, «un pò äd tutt», ma questi dialoghi, prima di perdersi nell’aria, erano accompagnati da bicchieri e «scudlén äd bjànch e ròss» e dalle immancabili birre che consumavano specie i giovani. Un’osteria che era divenuta una famiglia tant’è che i clienti si servivano da soli anche se Lino, come un computer, annotava coloro che ne approfittavano e non pagavano facendo i furbi. Lo potevano fare una volta, ma la seconda no in quanto, l’oste, li richiamava subito all’ordine come faceva pure con quei giovani a volte un po' troppo agitati, tra il ’68 e i primi anni '80, che si erano messi a frequentare il locale (molti ragazzi andavano lì a fare «fogone»). A questo proposito, c’è da sottolineare che, all'epoca della Contestazione, alcuni bar ed osterie si erano imparentati un po' con la politica per via dei frequentatori aderenti ad organizzazioni giovanili di destra o di sinistra. Ad esempio, dal «Sordo», in Borgo Sorgo e da «Lino» in Borgo Onorato, la clientela salutava con il pugno chiuso. I giovani di destra, invece, per comodità ed anche per sicurezza, frequentavano l’osteria «Leoncino», gestito dai fratelli Sala, ubicata proprio sotto la sede del Msi in via Ferdinando Maestri, in quegli anni, non tanto… tranquilla. Già, i magici anni Sessanta, che, anche nella nostra città, partorirono giovani di destra e di sinistra che, però, ebbero in comune due cose: la coerenza e la forza di credere in un’idea. Non è poco. Anche se Lino assomigliava vagamente a Fernandel, non voleva assolutamente che glielo si dicesse e, se qualcuno azzardava a fare quel paragone, andava su tutte le furie. Da sempre amante del pallone, negli anni ’70, sponsorizzò una squadra di calcio della quale ricoprì la carica di presidente. In estate, nel borgo, «drè al mùr», venivano esposte le sedie come in un cinema all’aperto e, fino a notte, si mangiava, beveva e si discuteva di tutto. C’erano i giovani che volevano cambiare il mondo, i meno giovani che, a quel mondo, si erano adeguati ed i vecchi che, di quel dannato mondo, con tutto quello che avevano visto, non ne potevano più. Già, Lino Costa, «bél cme 'l sól», un carattere buono, generoso, «s'cètt» e anche un po' anarcoide come quella volta che un noto artista si presentò dinnanzi all’osteria che stava chiudendo. Lino aveva già inforcato la bici per fare ritorno a casa quando il noto personaggio, quasi gli intimò da riaprire il locale scaraventando sul muso a Lino le proprie generalità. «Ch' al staga a sentir - sbottò Lino - lu al srà còll ch'a gh’ nà vója. Mi am ciam Lino, fagh l’òst , e adésa a vagh a ca'. Ch' al staga bén».

Un porto di mare l’osteria di Lino frequentata anche da personaggi davvero singolari come: «Cartén’na», «Mézi manghi», «Angiolén», il fumista, «Bertonsén al fontanär», «al materasär» Gelati, al «zbaràsa cantén’ni» e trasportatore di lapidi mortuarie «Còco Pagan» che parcheggiava il suo trabiccolo a pedali in Piazzale Santa Maria Maddalena e poi, in braghette corte e maglietta, estate ed inverno, divorava un paio di panini con l’immancabile bottiglia. Da Lino si poteva incontrare il simpaticissimo Giuseppe Chiari, l'ultimo «casonér äd Pärma», fedelissimo frequentatore anche del «Cavallo Bianco» di Strada Nuova e del «Giardinetto» di Borgo Santa Chiara. Portava un largo cappello alla «cow-boy» impreziosito da un piuma di fagiano, arrivava con la sua bicicletta nel primo pomeriggio da borgo Nazario Sauro, dove abitava, e quando, a tarda sera lasciava l'osteria, la strada, era tutta a sua disposizione. Infatti, non esisteva più né la destra né la sinistra. Cantando a squarciagola, zizzagando in sella alla bici, se ne tornava a casa testimoniando, inconsapevolmente, l'ultima Parma autentica e gioiosa che sarebbe notevolmente cambiata negli anni. Ma il frequentatore più noto, carismatico ed istrionico fu Bettino Ferroni «al Beto»: ideologo, poeta, meccanico di bici, ciclo amatore, tenore, filosofo e maestro di vita. Il suo covo era la storica bottega-officina di Borgo Onorato, proprio di fronte all’Osteria di Lino, che era diventata una sua «dependance » per fare onore al buon vino e per dissertare di tutto e di niente coniugando, comunque, quel sacro valore che è la libertà. Il «Beto» incarnò, per anni, quella Parma scapigliata, libera, un po’ anarcoide ma tanto simpatica, caratteristica e singolare. Un personaggio che sarebbe piaciuto, sia a Fabrizio De Andrè che a Giorgio Gaber, i quali lo avrebbero immortalato in una loro canzone. Ovviamente ambientata nella mitica osteria «äd bórgh Onorè» fulcro «ädla parmigianitè pu s'cetta e putròp sparida».

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