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PAROLE

Carne e pesce, la fede a tavola

Carne e pesce, la fede a tavola

di Giovanni Petrolini

18 Gennaio 2022,03:01

Oltre alla voglia di ridere e di divertirci, il carnevale ripropone (o dovrebbe riproporre) alla coscienza di noi cattolici il ricordo del precetto del digiuno e dell’astensione dal consumo della carne, un dilemma che è stato per secoli molto importante nel pensiero cristiano: quello incentrato sulla contrapposizione tra due parole del nostro quotidiano vocabolario alimentare come carne e pesce. Una contrapposizione semantica non tanto biologica quanto culturale, carica di implicazioni sociali, sulla quale mi permetto di riflettere un momento. Non da predicatore ma da modestissimo linguista.

Il carnevale e l’astensione dal consumo della carne

Com’è noto la parola carnevale discende dal latino medievale CARNEM LEVARE propr. ‘levare, togliere la carne’, espressione dalla quale discendeva anche il più trasparente ed antico carnelevare ‘carnevale’ già nel volgare pisano e lucchese del Trecento. La parola indicava in origine il festoso e trasgressivo periodo dell’anno culminante col martedì grasso e immediatamente precedente l’inizio della lunga penitenziale quaresima, della quale preannunciava in qualche modo l’avvento ricordando ai fedeli, con tono vagamente ultimativo, che si era ormai giunti al culmine dei divertimenti e delle follie mondane caratteristiche di quel periodo e che era ormai giunto il momento di affrontare un periodo di privazioni, di digiuni e soprattutto il momento di astenersi dal consumo della carne.

L'idea dell’incombente quaresima, che almeno in parte giustifica la tradizionale frenesia edonistica propria del carnevale, è alla base della stragrande maggioranza delle sue denominazioni romanze. Che accennano ora a 'gli ultimi giorni', ora a 'l'ultimo giorno', ora a 'levare la carne' o a 'lasciare la carne'. Particolarmente eloquenti in questo senso furono anche il pavano carlassare, l’antico pisano carlasciale, l'antico fiorentino carnasciale, il lat. medievale valsuganotto carlaxarium, a. 1220, e più di tutti il lat. medievale carnelaxare attestato a Siena nel 1073, (dal un lat. volgare *CARNEM LAXARE ‘lasciare la carne’).

I nomi neolatini del tipo 'carnevale'/ 'carlevare', ‘carlassare’ e simili rappresentano con ogni probabilità calchi dal nome greco bizantino del carnevale: e apokréos (sottinteso ebdomás?) cioè '(la settimana?) del distacco dalla carne’, parola formata dalla preposizione apo- (che indica distacco, allontanamento e corrisponde al latino ab-) e da kréos genitivo del sostantivo neutro kréas ‘carne’. Per chi ne volesse sapere di più ricordo che sull’argomento resta fondamentale lo studio di Clemente Merlo, I nomi romanzi del Carnevale, in Studi glottologici, Pisa 1934, pp. 97-138.

Il medievale carnis privium parmigiano

Interessa da vicino soprattutto la realtà linguistica parmigiana e si ispira allo stesso ordine di idee espresso dalla parola ‘carnevale’ il suo sinonimo latino medievale carnis privium (propr. 'privazione della carne') che s’incontra più volte già nella duecentesca Cronica del Salimbene, dove si legge per es. (759.5, ediz. Scalìa):

" ...in Prato Sancti Herculani [...] ubi antiquitus nundinas faciebant et processu temporis circa carnis privium cum armis ludendo pugnabant" [‘...nel Prato di Sant' Ercolano, dove anticamente [i Parmigiani] tenevano il mercato e più tardi intorno a carnevale per gioco combattevano con le armi’ (cfr. anche 672.8; 275.33; 892.5; 915.5.10).

La testimonianza del Salimbene ci consente di retrodatare di quasi un secolo la prima attestazione di questo nome medievale del carnevale che nella variante carniprivium è assegnata solitamente all’anno 1351, vd. VEI (Angelico Prati, Vocabolario etimologico italiano , p. 234), e che nella veste italianizzata di carniprivio compare solo nel Seicento, per es. in Francesco Fulvio Frugoni, vd. GDLI.

Già Ludovico Antonio Muratori nelle sue Dissertazioni sopra le antichità italiane (V, 468), a. 1751, osservava “La Settimana della Sessagesima [‘la settimana che precede la Pasqua di circa sessanta giorni’] dai greci vien chiamata ‘ apocreos ’ cioè ‘ carnisprivium ’…Di qua venne che presso gli scrittori de’ secoli bassi, ciò che noi appelliamo ‘ carnevale ’ o ‘ carnovale ’ era detto carnisprivium ”.

La carne nel pensiero religioso cristiano

Se non fosse che “ Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis ” ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’ come si legge nel Vangelo di Giovanni, I, 14, il significato della parola ‘ carne ’ anche nel pensiero religioso cristiano sarebbe forse soltanto negativo. Le parole di Giovanni sono in qualche modo rivoluzionarie. Esse rappresentano, per usare le parole di Benedetto XVI, “l’espressione più autentica e la sintesi più profonda” del miracolo dell’Incarnazione. L’evangelista Giovanni non dice –si badi bene– ‘il Verbo si fece Uomo’ ma preferisce dire ‘il Verbo si fece carne ’, quasi a sottolineare –mi pare– attraverso questa semplice immagine almeno due cose: la prima è che ciò che più caratterizza l’uomo, la natura dell’uomo è l’essere fatto di carne, della debole, corruttibile, mortale materialità della carne (a fronte della spiritualità immortale del Verbo); la seconda è che la venuta di Cristo nella Storia, il Suo essersi fatto Uomo rappresenta in qualche modo anche la santificazione della carne, il miracoloso superamento, nella Sua Persona, di quella radicale contrapposizione tra CARNE(M) e SPIRITUS, tra la malignità della carne e la santità dello spirito, ch’era già presente e ben radicata nella cultura filosofico religiosa precristiana, e continuerà ad esserlo sino ad oggi negli atteggiamenti più intransigenti dello stesso “puritanesimo” cristiano.

Quel che è certo è che l’idea della negatività della carne attraversa gran parte del pensiero religioso di sempre, anche quello cristiano, e sue tracce evidenti e profonde sono chiaramente riconoscibili anche nel lessico della nostra lingua e dei nostri dialetti.

La carne e il pesce come cibi

L’idea ascetica della sostanziale negatività della carne, non poteva non riflettersi anche e soprattutto sul modo di concepire la carne come cibo.

Com’è noto nelle più importanti religioni del mondo, per varie ragioni e secondo varie e spesso complesse modalità, il consumo della carne (o quanto meno di qualche specie di carne) è o è stato proibito. Inutile ricordare a questo proposito le severe prescrizioni della Toràh per gli Ebrei o del Corano per i Musulmani.

Anche nel pensiero cristiano, sin dalle origini, nonostante l’Incarnazione di Cristo, si continuò a riguardare la carne per lo più come un alimento dannoso allo spirito e alla salute dell’anima. Per questo era solitamente bandita dalle mense monacali, dove al suo posto si mangiava regolarmente pesce. Già la Regola di San Benedetto (X sec.) prescriveva ai suoi frati “È fatto divieto assoluto a tutti di mangiare carni di quadrupedi: fanno eccezione solo i malati particolarmente indeboliti”.

Alle diete ascetiche degli ambienti monacali si ispirarono poi le diete liturgiche purificatrici e penitenziali volute dalla Chiesa per tutti i fedeli: quella del Mercoledì delle Ceneri, della Quaresima, del Venerdì Santo e degli altri Venerdì dell’anno, che prevedevano (e ancora oggi prevedono seppure in forme molto meno rigide che in passato) l’astensione dal consumo della carne mentre vi si ammette, com’è noto, il consumo del pesce.

Carne no e pesce sì.

Ci si è chiesti, e ancora ci si chiede, perché mai tanta disparità di atteggiamento religioso nei confronti della carne e del pesce . Perché il pesce sì e la carne no, che pure sono entrambi cibi di provenienza animale? Interrogativo al quale non è facile rispondere. C’è chi ritiene che la tradizione si leghi al ricordo delle carni degli animali che salirono a bordo dell’arca di Noè dopo il diluvio universale e dunque delle carni degli animali in qualche modo allora minacciati di estinzione (tra i quali naturalmente non c’erano i pesci, che nell’acqua del diluvio dovettero nuotare tranquillamente); chi pensa invece che un piatto di pesce fosse un piatto più povero e meno costoso rispetto a un piatto di carne, e quindi più adatto ad una dieta penitenziale; chi vuole che la dieta ittica in ambiente cristiano riproducesse la dieta originaria prevalente tra gli apostoli, ch’erano per lo più pescatori; chi ritiene invece che l’astensione dalla carne nelle diete penitenziali sia stata suggerita dal fatto che la carne è nutrimento che più del pesce rinvigorisce, che “fa sangue”, che riscalda i corpi, e dunque più del pesce rischia di eccitare i sensi e le passioni; chi invece ritiene che la liceità del pesce rispetto alla carne abbia radici sessuofobiche (orientali e precristiane) e si connetta al fatto che la riproduzione dei pesci, diversamente da quella degli animali da carne, non avviene attraverso la copula, la penetrazione nella carne (pur sempre violenta anche se dolce), e dunque non sarebbe macchiata dal peccato della lussuria.

Carne o pesce? La relatività culturale dei due concetti

Il concetto alimentare di carne rispetto a quello di pesce è dunque “più culturale che biologico” come ha avuto recentemente occasione di sottolineare Giovanni Ballarini.

Il confine semantico tra ‘ carne ’ e ‘ pesce ’ è infatti spesso incerto e muta a seconda dei tempi, dei luoghi, delle credenze, delle conoscenze. Facciamo un esempio. Quello della lontra . Animale mammifero sino a non molto tempo fa ancora presente nelle acque limpide dei fiumi del nostro Appennino ed oggi pressoché scomparso da noi come in gran parte d’Italia. Dal punto di vista alimentare la sua parte muscolare oggi sarebbe considerata senz’altro carne , come quella di tutti i mammiferi, ma se aveste chiesto ad un uomo del Medio Evo se la lontra è carne o pesce avrebbe risposto senz’altro che è un pesce . E che questo bell’animale fosse un pesce (per il fatto che vive per lo più nell’acqua come un pesce e che di pesci si nutre), si è continuato a pensare almeno sino al Seicento inoltrato. Alla corte farnesiana di Parma per esempio la lontra , e in particolare il suo fegato, era considerato un piatto di pesce prelibatissimo. Carlo Nascia cuoco palermitano al servizio di Ranuccio II Farnese, nei suoi Li quattro banchetti destinati per le quattro stagioni dell’anno , attraverso la penna del suo “copista” parmigiano Carlo Giovannelli, parla significativamente della lodria , cioè della lontra (adattamento del parm. luddrja o ludderja o luddra ) non tra i piatti di carne ma tra i piatti di pesce d’acqua dolce. Del resto ancora sino a ieri nel folclore veneto riguardo allo statuto religioso-alimentare (chiamiamolo così) della lontra , sussisteva molta incertezza. Manlio Cortelazzo, vd. Parole venete , Vicenza, 1994, p. 248 riferisce per esempio che “quando si trova in acqua la si può mangiare nei giorni di digiuno, altrimenti no (Campo San Martino, PD) oppure, se catturata il venerdì santo si presentava come pesce , negli altri giorni dell’anno come carne (Trebaseleghe, PD)”.

Nel XV secolo Michele Savonarola, medico di famiglia dei Duchi d’Este a Ferrara, consapevole delle implicazioni socioculturali dell’argomento, in un paragrafo del suo Libreto de tutte le cosse che se magnano intitolato Dela rana e dela bissa scudelara [cioè della ‘tartaruga’, vd. parm. bissa scudlära ], affrontava quella che lui definiva, forse non senza ironia, una “Grande questione”: se cioè “ la rana è pesce o no”, e concludeva la sua disamina dichiarandosi persuaso che “la rana carne sia, non pesse ” e di conseguenza “che la rana è pasto che manzar non se pò in le vigilie commandate” (vd. M. Savonarola, Libreto de tutte le cosse che se magnano ; un’opera di dietetica del sec. XV, a cura di Jane Nystedt, Stockholm, 1988, p. 136).

Dal punto di vista alimentare un animale come il castoro a quei tempi era considerato carne , ma non la sua coda, piatta e squamosa, ragion per cui soltanto questa poteva essere mangiata tranquillamente come un pesce anche nei giorni di vigilia comandata, ovvero nei giorni di digiuno.

Nel Basso Medio Evo persino un grosso mammifero, un pachiderma, un bestione come l ’ippopotamo , detto allora cavallo fiumatico (puntuale traduzione del greco hippopótamos propr. ‘cavallo di fiume’) era considerato un pesce . Così si desume per es. già da quella enciclopedia del sapere medievale duecentesco che è il Tresor di Brunetto Latini, scritto in lingua d’oil , cioè in francese antico. Si tratta della prima enciclopedia del mondo occidentale scritta non in latino ma in volgare. Venne ‘volgarizzata’, cioè tradotta in volgare toscano, già nel Duecento dal fiorentino Bono Giamboni. Nel suo volgarizzamento si legge che “ Portanie [da emendare verosimilmente in pòttame , variante aferetica di ippopotamo con cambio della vocale atona finale] “è un pesce che è chiamato cavallo fiumatico, però che ‘l nasce nel fiume Nilo”. Significativamente l’ippopotamo allora era detto anche pesce (o pesse ) cavallo . La cosa deve meravigliare sino a un certo punto. Anche oggi molti di noi considerano la foca un pesce e il pipistrello un uccello .

La carne delle anitre , uccelli acquatici per eccellenza, che amano vivere sull’acqua e immergersi nell’acqua, animali dunque che per questa loro attitudine non dovettero far parte di quelli che trovarono rifugio nell’Arca di Noè (nelle acque del diluvio le anitre dovettero guazzare tranquillamente) fu spesso considerata alla stregua di pesce . Così per esempio nel Medio Evo, secondo l’interpretazione forse non del tutto disinteressata di alcuni monaci dell’Abbazia di Pomposa, sita in prossimità di lagune costiere dove abbondavano le anitre (tra le quali alcune, come le alzavole e le marzaiole, prelibatissime arrosto), la loro carne venne equiparata al pesce e se ne permise il consumo anche nei venerdì, nelle vigilie e nella quaresima.

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